Alessio Patacca, partecipante alle attività della SLP, Roma
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La psicoanalisi, irrealizzando il crimine, non disumanizza il criminale.
Lacan, Introduzione teorica alle funzioni della psicoanalisi nella criminologia, Scritti, Vol.I, p.129
Il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e
deve assicurare il rispetto della dignità della persona.
Art.1 ordinamento penitenziario, Legge n.374 del 1975
Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa?
Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, p.38
Nella quotidiana esperienza di lavoro in un carcere mi capita di interrogarmi su alcune questioni universali che riguardano il crimine e la ferocia dell’uomo, sull’attualità della guerra e sul singolare del lavoro in un’istituzione a partire da un orientamento psicoanalitico.
Un episodio di cronaca, purtroppo l’ennesimo, fa riflettere sulle espressioni contemporanee del passaggio all’atto: il 25 maggio 2022, in Texas, Salvador Ramos, ragazzo di 18 anni, armato di una pistola automatica, ha sparato e ucciso 19 bambini di una scuola elementare, la stessa a suo tempo da lui frequentata come alunno. Nel conflitto a fuoco con la polizia ha perso la vita anche lui. I giornali lo descrivono come il tipico adolescente solitario di origini ispaniche, bullizzato in quella stessa scuola tanti anni prima e ora soggetto isolato, con pochi contatti sociali, sempre con indosso gli stessi vestiti1. L’evento ha creato scalpore, anche per via dei post condivisi sui social del ragazzo e alcune foto degli acquisti di armi effettuati a pochi giorni dal suo diciottesimo compleanno. La ricostruzione dei giorni precedenti al crimine è questa: il ragazzo mostra alcuni “segnali preoccupanti”2, messaggi criptici postati su vari social network. A un suo vecchio amico di scuola che non si ricorda di lui risponde “vedremo a maggio”, a una giovane teenager tedesca appena conosciuta online scrive “ho un piccolo segreto”; il giorno drammatico continua dicendo “ho appena sparato in faccia mia nonna” e lei risponde “figo”3. Colpisce in proposito il rapporto immaginario tra la confessione criptica avvenuta sui social e l’efferatezza del crimine. È come se, nel tentativo di separarsi dall’Altro attraverso il passaggio all’atto, il soggetto cercasse di mostrarsi su una scena del mondo immaginaria come quella delle piattaforme telematiche. Di regola siamo abituati a pensare al passaggio all’atto come qualcosa che fa fuori l’Altro, fuori dalla scena del mondo; oggi, invece, siamo di fronte al voyeurismo social del crimine, un tentativo di iscrizione nell’Altro. Tutto si svolge sulla scena digitale, virtuale, immaginaria dei social, in contrapposizione con la realtà di una vita abitudinaria e ritualizzata.
La ricostruzione dell’evento criminoso testimonia di una bizzarra lucidità. Il giovane, appena finita la scuola, inizia a lavorare in un ristorante per risparmiare in attesa del suo “grande progetto”. Ne lascia traccia attraverso immagini postate su Instagram di armi e proiettili, come fossero un esempio di riscatto e potenza dell’Io che si accompagnano alla “sparizione del soggetto seguita da uno scatenarsi di ferocità”4. Possiamo pensare di situare questa ferocia dal lato del vuoto di soggettività: non ci si riconosce, l’efferatezza dell’atto si accompagna a una sparizione del soggetto che non è là dove uccide. La ferocia concerne e ha a che fare con il reale, così come il raptus5. Se da una parte possiamo ipotizzare che ci sia una certa logica, spesso paranoide, in questi agiti, dall’altra prevale il registro del non-senso e dell’insignificantizzabile della morte.
Possiamo provare a ipotizzare però un annodamento tra la ferocia e il contesto sociologico di riferimento, l’effetto di un disagio della civiltà proprio dell’ideologia americana. La ripetizione mortifera di questo fenomeno va pensata nell’ambito del passaggio all’atto culturale6. Infatti, quella che per noi è una notizia agghiacciante, altrove è la routine: le statistiche dicono che un mass shooting avviene negli States ogni 64 giorni7. In America ormai il dibattito sulla vendita di armi semiautomatiche è centrale visto che il fenomeno del mass shooting continua la sua escalation perturbante. Nonostante questo, le lobby della vendita delle armi e la cultura americana non sembrano essere scalfite più di tanto8.
C’è un aspetto sociale e uno che riguarda l’universale del non c’è niente di più umano del crimine9. Mentre la possibilità del crimine e dell’atto è un fatto umano più che disumano, oltre alla crudeltà e alla ferocia dimostrata dagli autori stupisce quella dei governi e delle legislazioni di Stati detti democratici. Se l’uomo ha in sé la possibilità del male, perché alimentarla, perché moltiplicarla con la tecnologia delle armi? È una tecnologia sadica che trova la sua massima espressione negli eventi della guerra.
Di questa ferocia la guerra è l’archetipo. Quello che sta succedendo in Europa testimonia l’attualità delle considerazioni di Freud sulla guerra. Nel suo carteggio con Einstein egli cerca un antidoto: “non c’è speranza di sopprimere le tendenze aggressive degli uomini”10 se non opponendo alla pulsione distruttiva il diritto, l’Eros, l’identificazione: “Partendo dalla nostra dottrina mitologica delle pulsioni, giungiamo facilmente a una formula per definire le vie indirette di lotta alla guerra. Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros11. L’Eros perché rappresenta una pulsione costruttiva, il diritto in quanto rafforza il senso di comunità tra gli uomini e contrasta la violenza del singolo, l’identificazione in quanto è capace di creare un legame emotivo in grado di prevenire l’aggressività rivolta verso gli oggetti. Per Freud un’altra possibile soluzione è quella della società delle nazioni, cioè una strategia collettiva pacifica di gestione dei conflitti12. Se da una parte serve “una intolleranza costituzionale nei confronti della guerra”13, dall’altra bisogna interrogarsi sulla natura violenta dell’uomo, sulla pulsione distruttiva e sulla ripetizione storica di certi fenomeni. In sostanza si tratta di rispondere alla violenza con la parola, di mettere in gioco il significante come alternativa al silenzio della morte. Visto il susseguirsi dell’escalation di quella che papa Francesco ha definito la terza guerra mondiale14, è difficile essere ottimisti e pensare che si possa sfuggire, con il positivismo di Freud, alla ripetizione macchinosa della pulsione di morte come pulsione collettiva.
C’è il particolare dell’omicidio del giovane Salvador Ramos che uccide bambini innocenti, o forse il bambino innocente che non è più, c’è l’universale “orrore del mondo”15 della guerra su cui si interroga Freud, e poi c’è il quotidiano della vita in carcere da reclusi. Qui la ferocia spesso è autodiretta. Il suicidio è la ferocia rivolta verso se stessi, ma in questo caso è anche in rapporto diretto con il luogo carcere, con il discorso del padrone e con gli effetti di segregazione16 prodotti dall’istituzione totale.
Secondo l’Associazione Antigone, dentro il carcere, in Italia, ci si uccide 16 volte in più che “fuori”. È l’ennesimo, drammatico dato sulle carceri italiane rilevato nel 2022. Sono stati 82 i ristretti che si sono suicidati in cella: uno ogni cinque giorni17.
Nell’esperienza quotidiana di lavoro in un carcere si respira il peso di questi numeri e c’è la necessità di trovare degli antidoti, motivo per cui vogliamo opporre alla pesantezza della ferocia la leggerezza del dire.
Tra le attività di reparto del “Progetto Sportello”18 c’è quella del gruppo di parola nel reparto per tossicodipendenti in cura metadonica. È un reparto speciale, chiuso ventitré ore al giorno, non c’è opportunità di camminare nel passeggio interno del braccio e non si svolgono attività, c’è un’infermeria interna e un medico fisso. In teoria le persone dovrebbero transitare in attesa di stabilizzare la cura metadonica e accedere nei reparti ordinari ma, in concreto, molti ci restano per l’intera detenzione.
Assieme a una collega coordiniamo un gruppo di parola ogni due settimane, i partecipanti sono pochi e c’è spesso un veloce ricambio. È un lavoro di riduzione del danno e di contenimento delle dinamiche di convivenza del reparto ma cerchiamo lo stesso di dargli una logica, una struttura, di mettere in gioco qualcosa del funzionamento della catena significante.
Nei primi mesi il lavoro nel gruppo si è articolato intorno agli effetti soggettivi derivanti dall’isolamento e dalla chiusura totale del reparto. È stata messa in parola la sofferenza che questa chiusura provoca, che si aggiunge a quella già legata al carcere, alla pena, allo stigma del metadone, all’impossibilità per molti di lavorare. A seguito di quanto emerso nel gruppo, abbiamo sollecitato tramite il dirigente SERD una maggiore apertura del reparto. Anche a partire da questa iniziativa è stata assunta una decisione sulla sicurezza del carcere che tuttora è in sperimentazione: almeno nelle ore del mattino le celle del reparto sono aperte, dal silenzio asfissiante si è passati al via vai vivace di movimento di chi cammina avanti e indietro in cerca di una raminga consolazione nella passeggiata.
L’idea che muove il progetto del gruppo è di lavorare per rafforzare il senso di comunità e di integrazione del reparto cercando di coinvolgere, invece di escludere, i soggetti più fragili, i soggetti marcatamente psichiatrici, le persone in isolamento. Includere il soggetto affinché prenda il suo posto nel mondo e sia rafforzato nel sentimento di identità comunitaria. È un lavoro sull’identificazione nel senso di un elemento simbolico comune. C’è una forte limitazione del setting e del contesto. Dunque, quale logica possiamo supporre di questo lavoro di gruppo svolto in carcere, dentro una cella, una volta ogni due settimane? E come trovare il modo di introdurre qualcosa della logica del discorso della psicoanalisi?
Con la leggerezza del dire che permette di mettere in relazione “ciò che si vede e ciò che si dice”19, cioè di legare, attraverso una clinica della leggerezza, questa parola unica al contesto in cui viene pronunciata. Non ci interessa interpretare, curare la tossicodipendenza, e neppure la “revisione critica” dell’atto criminale. Allo stesso tempo sappiamo che là dove c’è la parola c’è il potenziale trasformativo della parola. È un lavoro votato all’identificazione a un nuovo, a un diverso, a un universo simbolico disidentificato dalla figura del criminale tossicodipendente. Alla chiusura totale del reparto opponiamo la libertà di espressione, di contenuti, di silenzio. Ci preme allargare lo spazio e l’orizzonte del discorso del detenuto al di là di ‘fine pena’, ‘camera di consiglio’, ‘eroina’, ‘cocaina’, ‘innocenza’ e ‘colpevolezza’. L’intento è di parlare di “altro”, di parlare di “cose leggere” come afferma un giorno Dario al nuovo arrivato Gianni: “qua se parla de quello che vogliamo noi e non per forza di reati”. L’accento è posto sulla leggerezza del significante che ci porta a muoverci e orientarci verso il fuori, motivo per cui Dario, fioraio, invece di raccontare ogni volta della sua condizione di dipendenza o del reato commesso, un giorno spiega come coltivare orchidee, senza acqua, solo vaporizzazione; e gli permette di scherzare accusando la mia collega di essere “una criminale”, “lei Dottoressa le fa morire tutte le orchidee!”. O ancora, si tratta di pensare un modo di effettuare una sottrazione di peso quando Vittorio confessa di avere “brutti pensieri”, ricordi legati a una violenza sessuale subita anni prima da alcuni detenuti compagni di cella. La confessione alimenta un forte vissuto di angoscia che gli altri cercano di sdrammatizzare spostando il discorso e scherzando sulla bambola di Vincenzo, oggetto transizionale che accarezza e tiene vicino a sé per dormire. L’utilizzo del Witz20, nella combinatoria significante del gruppo, fa da barriera all’insopportabile dell’angoscia.
Un altro riferimento interessante è quello di Italo Calvino che, nelle sue Lezioni americane, oppone la pesantezza alla leggerezza: “Dopo quarant’anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio”21. Si tratta di un’operazione estetica di sottrazione di peso. Dino parla del suo lavoro come giardiniere. Si arrampicava sugli alberi con la tecnica del free climbing utilizzando un nodo particolare, il nodo di frizione, un sistema che permette di salire e vincere la forza di gravità senza il rischio di precipitare nel vuoto. Dino è anche il nostro nodo di frizione nel gruppo, sa ascoltare gli altri e avere una funzione di contenimento. Al suo racconto Mirko interviene e confessa “non ce sto con la testa, me volevo ammazza’. Me so legato la corda al collo tre volte, so’ montato sullo sgabello ma poi ho pensato: ma che sto a fa’? E so’ risceso. Non se sa mai, potevo pure scivola’” commenta sarcastico. Dino lo conforta, lo ascolta, lo invita a non cadere.
L’ascolto del detenuto in carcere, nonostante tutte le debolezze di forma e contesto, produce un discorso clinico. È una clinica dell’istituzione e non una clinica dell’inconscio, ma in ogni caso concerne il reale. Dal momento che questo dire può essere molto pesante, lo scopo è di renderlo meno insopportabile attraverso la leggerezza.
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[1] https://edition.cnn.com/2022/05/25/us/uvalde-texas-school-shooting-salvador-ramos/index.html
https://www.marca.com/en/lifestyle/us-news/2022/05/26/628ef14fe2704e779e8b4612.html
“He was a loner and bullied throughout his life.”
[2] Ibidem
[3] https://apnews.com/article/uvalde-school-shooting-warning-signs-f18a8d365aa5edf0d3754df721144c
[4] C. Le Boulengè, “Clinica del crimine”, in J.A. Miller et al., Chi sono i vostri psicoanalisti, Astrolabio, Roma 2003, p. 202.
[5] Il raptus è nel reale. Potrebbe darsi che il lapsus ne sia una forma attenuata. È il senso dell’aforisma di Lacan, che fa della verità la sorella del godimento. Nel lapsus ci tradiamo, nel raptus ci distruggiamo. Il suicidio – fisico o morale – è sempre all’orizzonte, dove Eros si unisce a Thanatos, ossia la morte. J.-A. Miller, (2001), “DSK, fra Eros e Thanatos”, in La Psicoanalisi, n. 51, p. 38.
[6] D’altronde, afferma Lacan, “né il crimine né il criminale sono oggetti che possano concepirsi al di fuori del loro riferimento sociologico”. J. Lacan, (1950), “Introduzione teorica alle funzioni della psicoanalisi in criminologia”, in Scritti, Vol. I, Einaudi, Torino, 2002, p.120.
[8] La corsa al riarmo ormai è di attualità storica. L’Ucraina chiede armi all’Europa, droni, una copertura aerospaziale e l’America ha deciso di stanziare 600 milioni di dollari di armi per aiutare l’Ucraina a difendersi dall’invasione russa. https://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/nazioni/ucraina/2022/09/16/ucraina-usa-nuove-armi-per-600-milioni-di-dollari_d04b5319-4e93-4487-920b-aa75db8e3f2b.html
[9] J.-A. Miller, (2008), “Niente è più umano del crimine”, in La Psicoanalisi, n. 51, Astrolabio, Roma.
[10] S. Freud, A. Einstein, “Perché la guerra?”, in Opere, Vol. XI, L’uomo Mosè e la religione monoteista, Bollati Boringhieri, 2006, Torino, P. 293.
[11] Ibidem.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14]https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-11/papa-francesco-messa-giornata-mondiale-poveri-guerra.html. “L’ombra di una terza guerra mondiale incombe su di noi”.
[15] E. M. R. Remarke, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Neri Pozza editore, Vicenza, 2016, p. 83.
[16] J. Lacan, (1968), “Nota sul padre e l’universalismo”, in La Psicoanalisi, n. 33, Astrolabio, Roma, 2003, p. 9.
[17]https://www.lanazione.it/pecore-elettriche/suicidi-carcere-1.7947204. https://www.avvenire.it/attualita/pagine/carcere-il-2022-e-l-anno-con-piu-suicidi-in-cella-antigone-avverte-e-emergenza-salute-mentale. Il dato potrebbe non essere aggiornato.
https://www.vita.it/it/article/2022/11/02/74-suicidi-in-carcere-mai-cosi-tanti/164622/
[18] Lavoro al ‘Progetto sportello – una porta aperta in un mondo di porte chiuse’, progetto gestito dall’associazione di promozione sociale “Chi Come Noi” all’interno del SERD del Carcere di Rebibbia. Il progetto nasce dall’idea di sfruttare la sorveglianza dinamica per agevolare la presa in carico dei detenuti tossicodipendenti, per ascoltare le loro richieste senza passare dalla consueta “domandina” burocratica.
[19] A. Di Ciaccia, “La clinica psicoanalitica”, in La Psicoanalisi, n. 12, Astrolabio, Roma, 1992, p. 119.
[20] https://it.wikipedia.org/wiki/Il_motto_di_spirito
[21] I. Calvino, Lezioni americane, sei proposte per il nuovo millennio, Mondadori, Milano, 2017, p.7.



