Silvia Morrone, Membro SLP e AMP, Torino, 15 marzo 2023
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Conferenza tenuta presso la Segreteria torinese della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi il 10 marzo 2023
Nel preparare questo intervento ho pensato che le persone presenti si sarebbero aspettate di ascoltare che cosa la psicoanalisi ha da dire sulla morte, in particolare, come ci invita il titolo di questa conferenza, se la morte si cura, ma anche se è sicura.
Per prima cosa mi sono resa conto che non avevo un discorso stabilito su cui appoggiarmi per affrontare il tema.
Non tanto perché Freud o Lacan non lo abbiano trattato – forse non hanno trattato che questo, in modi diversi, lungo tutto il loro insegnamento.
Piuttosto, ho fatto per l’ennesima volta esperienza che i principi che fondano il discorso analitico possono diventare “lettera morta” se non sono ogni volta vivificati da un singolare percorso di ricerca.
Purtroppo però, nonostante questa encomiabile intenzione, continuavo a pensare al fatto che non riuscivo a trovare la cifra per trattare il tema della morte.
Ecco che, proprio la notte seguente all’offerta di intervenire in questa conferenza, mi viene in soccorso un sogno.
La scena non ha immagini, soltanto la voce di un collega che pronuncia questa frase: “quella volta che sting non si è presentato”. Fine del sogno.
Si potrebbe pensare che questa frase sia da prendere sul versante del “che cosa significa”.
Invece, una volta svegliata, è stato come se di questa frase venisse chiaramente in rilievo una parte – e/sting – che mi ha subito richiamato il verbo estinguere.
Non un verbo qualsiasi perché tutti conosciamo l’uso che ne facciamo proprio in relazione alla morte.
Il modo in cui associamo questo verbo alla morte è, a mio avviso, piuttosto interessante.
Infatti, oltre ad appoggiarci sul significato legato al fatto che qualcosa non sia più esistente – una specie estinta è una specie che non esiste più –, utilizziamo questa parola soprattutto nella sua accezione economica – ad esempio, l’estinto è sempre “caro”!
Estinguere viene dal latino ex-stinguere, spegnere – si estingue un debito, un mutuo, ma anche un reato, una pena, anche il ricordo e la memoria.
Queste prime considerazioni mi hanno richiamato il fatto che Davide Sisto nel suo libro1 parla, fra le altre cose, di qualcosa che si presenta in modo nuovo oggi e cioè l’impossibilità di scomparire e di dimenticare.
Questa considerazione mi ha fatto pensare al fatto che oggi, nei confronti della morte ma forse anche dei legami più in generale, ci troviamo sempre più spesso di fronte a situazioni in cui nulla si può estinguere, nulla si può spegnere.
Come se la permanenza, un certo tipo di permanenza, fosse la misura del valore di una cosa.
Per questa occasione ho pensato di andare a rileggere un saggio che Freud scrive nel 1915 dal titolo Lutto e melanconia.
Sono anni in cui Freud si interroga sulla caducità2 e dedica uno scritto alle considerazioni sulla guerra e sulla morte.3
Sono anni complessi in cui le condizioni sociali mettono profondamente in rilievo il senso di precarietà in relazione alla vita e ai legami.
A proposito del lutto Freud scrive che si tratta di stato d’animo doloroso che verrà chiarificato nella sua natura solo quando si sarà in grado di caratterizzare il dolore dal punto di vista economico.
Per parlare delle operazioni che avvengono nel lutto, Freud fa riferimento a un “lavoro” che ha a che fare con l’investimento e il disinvestimento della libido dall’oggetto che è venuto a mancare.
Si tratta di operazioni che non da per scontate in quanto considera che la natura umana sia per lo più orientata verso “(…) una pertinace adesione all’oggetto”.4
Il lavoro del lutto richiede per Freud grande dispendio di tempo e di energia d’investimento durante il quale l’esistenza dell’oggetto perduto viene psichicamente prolungata.
Perché il lavoro del lutto arrivi al suo termine è necessario che la libido si stacchi da tutti i ricordi e le aspettative da cui era stato investito l’oggetto perduto.
Parallelamente, Freud segnala che ci possono essere delle condizioni in cui non si produce l’opportuno disinvestimento verso l’oggetto venuto a mancare. Nella melanconia – così chiama questa condizione –, è come se il soggetto sapesse “quando” ma non “cosa” è andato perduto.
Inoltre, in questa condizione, è come se il soggetto presentasse “(…) uno straordinario avvilimento del sentimento di sé (…)”.5
Potremmo dire con Freud che se nel lutto il mondo si è impoverito e svuotato, nella melanconia impoverito e svuotato è l’Io stesso.
Un’altra caratteristica che rileva in questa condizione soggettiva è che nel melanconico manca o è poco appariscente il senso di vergogna, al cui posto appare piuttosto “(…) un assillante bisogno di comunicare, che trova soddisfacimento nel mettere a nudo il proprio Io”6.
L’ipotesi a cui arriva Freud è che l’avvilimento dell’Io del melanconico, gli autorimproveri da cui viene investito il suo Io sono in realtà rimproveri rivolti all’oggetto d’amore.
Si tratterebbe di accuse rivolte a chi, sottraendosi, ha prodotto la necessità che l’investimento pulsionale debba spostarsi su un altro oggetto.
Quindi, anziché mettere in campo le operazioni psichiche necessarie alla separazione dall’oggetto, nella melanconia si instaura una identificazione dell’Io con l’oggetto che è venuto meno, per cui la perdita dell’oggetto si trasforma in una perdita dell’Io. Freud definisce questa operazione con una formula che mi ha sempre molto colpita: “(…) L’ombra dell’oggetto cadde così sull’Io (…)”.7
Ad un investimento amoroso verrebbe quindi a sostituirsi un’identificazione narcisistica.
Al posto di una mobilità nell’investimento oggettuale di fronte alla perdita dell’oggetto, si presenta piuttosto una permanenza dell’investimento sull’oggetto che si trasforma in investimento sul proprio Io ma nella forma della mortificazione – “(…) un amore a cui non si può rinunciare nonostante si sia rinunciato all’oggetto stesso”8, scrive Freud.
Che cosa possiamo trarre da queste considerazioni che Freud estrae dalla sua pratica? Hanno ancora una loro attualità? Sono considerazioni che riguardano solo il campo della patologia, del disfunzionamento oppure ci dicono qualcosa che può toccare ciascuno?
Da sempre l’umano si domanda cosa sarà di lui dopo la sua morte: sarò ricordato? ci si dimenticherà di me? verrò sostituito?
Da sempre gli psicoanalisti ascoltano queste domande che a seconda del tempo in cui viviamo possono prendere forme diverse
Potremmo dire che quando ci domandiamo se abbiamo lasciato o meno un segno – un segno che vorremmo rimanesse immutabile – in fondo cerchiamo di rispondere alla domanda fondamentale “cosa sono per l’Altro?”,
Se c’è dell’umano in questa domanda, mi sembra che qualcosa dell’ordine di quella permanenza viene sostenuto dai social oggi piuttosto nella forma del “che nulla si perda”.
Mi ha fatto tornare alla mente il modo in cui Jacques Lacan nel Seminario sull’identificazione parla della differenza fra il segno e la traccia.
La traccia è l’impronta sulla sabbia che Robinson trova sull’isola deserta e che gli fa capire che non è solo. La traccia è ciò che viene lasciato dall’oggetto che se n’è andato altrove, proprio come dovrebbe accadere nel caso della morte.
La traccia esiste anche se non c’è nessuno che la guarda9, non c’è nessun bisogno di un soggetto che la riconosca.
Il segno richiede invece che qualcosa venga mostrato, esibito – pensiamo alle parate amorose negli animali in cui un certo comportamento è segno che è in atto un corteggiamento. Richiede che qualcuno lo guardi e lo riconosca.
Sempre più spesso il rapporto fra i social e la morte cerca di mettere insieme tutto ciò che una persona ha prodotto nella sua vita virtuale e riprodurlo all’infinito nell’illusione che questo sia il segno che qualcosa di vivo ancora permane.
Da questo punto non possiamo fare a meno di constatare qualcosa che può sembrare banale ma forse non lo è, cioè che si possono riprodurre tutte le informazioni, conoscenze, parole, immagini della persona venuta a mancare ma, per il fatto che manca il corpo, nessuna parola nuova uscirà mai più dalla quella bocca.
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[1] D. Sisto, La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri, Torino, 2018.
[2] S. Freud, Caducità (1915), in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino, 1976.
[3] S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915), in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino, 1976.
[4] S. Freud, Lutto e melanconia, in Metapsicologia, Opere vol. 8, Bollati Boringhieri Torino, 1976, p. 104.
[5] Ivi, p. 105.
[6] Ivi, p. 106.
[7] Ivi, p. 108.
[8] Ivi, p. 110.
[9] Cfr. J. Lacan, Il Seminario Libro iii, Le psicosi (1955-1956), Einaudi, Torino, 1985 e 2010, p. 192.



