Riccardo Andolcetti, Membro SLP e AMP, Pisa, 5 maggio 2023

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Il documento dell’AMP sulla “Nuova Politica per i Giovani” è, per certi aspetti, un testo molto pratico: vi si trovano numeri, statistiche e indicazioni operative. Riprendendo brevemente quanto già accennato anche da Laura Storti, porto l’attenzione su un punto peculiare della legge italiana concernente la formazione in psicoterapia. Più nello specifico, mi interrogo su come il puntare ai Giovani nella Scuola si possa calare e annodare alla nostra realtà legislativa, la legge Ossicini1. Su internet si possono facilmente trovare le statistiche che riguardano l’età media in cui si laurea uno psicologo o un medico: 26 anni circa, ai quali occorre in seguito aggiungere altri quattro anni di specializzazione in psicoterapia. Ecco che arriviamo a trent’anni, questo perché in Italia, per poter operare come analisti occorre essere anche psicoterapeuti. Essere nominati membri sotto i trent’anni è molto difficile a causa di questo iter formativo. Questo dato è confermato nel documento nel quale è riportato che nella SLP non ci sono membri nella fascia d’età 20-30 anni. Per quel che riguarda la fascia di età successiva, tra i 30 ai 40 anni, troviamo il 2% dei membri. Questo il dato da interrogare. Come mai? Eppure siamo nella fascia d’età in cui, nella maggior parte dei casi, la formazione in psicoterapia è volta al termine. Si arresta quella che è stata una temporalità strettamente cronologica, una formazione che deriva dal discorso universitario. Noi sappiamo con Lacan che la formazione dell’analista si caratterizza per un tempo squisitamente logico, che non può progredire in maniera lineare, ma si avvale della temporalità propria dell’après-coup. Lacan, nell’Atto di Fondazione2, riferendosi alla psicoanalisi didattica nella partecipazione alla Scuola, ci indica che la Scuola “deve garantire”, essere garante di una modalità di lavoro. E aggiungo, mettere al lavoro affinché ne risulti che la pratica di ciascuno sia sempre orientata da un buco, la Scuola è garante affinché questo buco, inaugurato dal vomere freudiano, rimanga tale.  Come è già stato sottolineato nel corso della conversazione odierna, è soprattutto la clinica la porta d’ingresso che apre all’interesse per la psicoanalisi nei più giovani. Questo può trovare una motivazione anche dal fatto che è soprattutto all’inizio della pratica clinica, che l’imbarazzo per quel reale in gioco – inteso come ciò che non si riesce ad afferrare – si fa sentire di più. È un momento molto fertile e prezioso! E in après-coup ci si augura che tale imbarazzo, tale non capire, si mantengano sempre vivi anche dopo decenni di pratica, anche durante “l’anzianità clinica” di ciascun membro. Il reale della clinica al centro dell’interesse per la pratica della psicoanalisi, un reale vivo, da interrogare. Il reale come causa nella Scuola, e infine il reale che causa l’analista come soggetto nella propria analisi personale. In questo botta e risposta, tra la propria causa personale e la causa della Scuola, è lì che ci possono essere degli effetti. Ora, la questione che mi pongo è: come invitare a questa partita le nuove generazioni, le quali possono apportare generatività alla Scuola? Come incuriosire e soprattutto indicare, che nella formazione dell’analista la posta in gioco riguarda soprattutto la posizione rispetto al proprio inconscio? Per rimanere nello spirito pratico del documento della AMP, come ipotesi operativa ho pensato allo strumento del Cartello che si affianchi già durante il percorso di specializzazione in psicoterapia. Forse è la Scuola che ha da tendere la mano già durante la formazione in psicologia e psicoterapia, che si deve proporre, provocando. Il Cartello preso come strumento di insegnamento senza insegnanti, come lavoro che progredisce orizzontalmente, può avviarsi sia da una propria interrogazione che a partire da argomenti di interesse sociale collocati al centro della scena dalla Scuola. La scommessa sul Cartello come modalità possibile di annodamento tra i due versanti della formazione.

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[1] Legge del  18 febbraio 1989 , n. 56 che definisce e regola la professione dello psicologo.

[2]  Cfr. J. Lacan, Atto di fondazione, Atri Scritti, Einaudi, Torino, 2013, pp. 229-240.