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Il rave psicoanalitico

Annalisa Piergallini, membro SLP e AMP, Ascoli Piceno

_______

Farsi contaminare dalla scuola, in perdita sul denaro, in debito di mole di lavoro che vuoi o non vuoi ti cade sulle spalle. E se non ti si posa almeno un po’ sulle spalle, francamente ha ancora meno senso.

Parlo da fuggitiva. Ho svolto per sei mesi soli la mia funzione di segretaria. Parlo da fuggitiva, ma non fuggo.

Una collega oggi è riuscita a toccarmi, mentre parlavamo della Nuova politica per i giovani dell’AMP, quando mi ha detto che la scuola disturba il desiderio.

Mi ha agganciata, mi ha rilanciato il mettermi a lavoro per la Scuola. Questo è quello che facciamo gli uni con gli altri, commissioni, riunioni, telefonate, mail e “studio matto e disperatissimo”1, solitario per lo più, se non fossero i miracoli dei cartelli, le nostre cellule pulsanti, il lavoro di studio in piccolo gruppo.

La scuola disturba il desiderio. Come non ci facciamo diga, e mai metafora a sua memoria fu più disperata, del godimento? Col desiderio? Dunque cosa vuole da me questo mostro marino vuota balena bianca che mi ciuccia soldi e mi procura lavoro extra? Anche un lavoro tutto speciale, fondamentalmente autoriferito, come questo.

A chi altro è rivolto? Quasi diciannove anni di analisi. Ho cominciato a diciannove. Non so nemmeno bene cosa sia stata la mia vita senza. Qualcosa che posso e voglio dire solo tra di noi. Una follia. Sì ma almeno ben spiegata, come un lenzuolo, non c’è comprensione, non c’è condivisione.

Perché stare nella scuola? Boh in effetti se ti fai questa domanda, puoi tranquillamente andartene, non avrai uno straccio di ragione sensata per non andartene.

Il problema è che con la tua analisi sai che il senso ha poco senso. Conta la pulsione e quella ha modi suoi di mantenersi nei canali.

Dovremmo vivere 600 anni come Yoda2. I primi 100 per cominciare a capirci qualcosa, poi altri 100 per fare tutto il lungo lento lutto di quello che si è visto e si continua a vedere, un lutto che non è senza cicatrici, ben che vada. Poi negli ultimi 400 anni ci si allena per la vita. La successiva, comunque.

La scuola… o peggio3. Così s’indirizza la mia pulsione. Non tutta. Sono una fuggitiva che non fugge, anzi mai forse come ora i miei colleghi sanno che possono contare su di me, su quello per cui ci posso essere.

Vivere a lungo, come i vampiri e vivere di ampolle vuote di sangue. Residui, più o meno incrostati sul fondo, nuove patine si accumulano. Ampolle vuote e impossibili a riempirsi come bottiglie di Klein.

La scuola disturba il desiderio. È sicuramente vero in quanto istituzione. È nella natura di ogni istituzione disturbare il desiderio. Tendere alla ripetizione, all’autocelebrazione, all’autoconservazione.

Il Nome-del-Padre, se c’era, con un’analisi svela il suo gioco delle tre carte e il soggetto, che c’è e non c’è, deve brillare altrove. L’ideale sarebbe dividere il secondo, scandire il battito mortifero del significante surfando sui buchi neri e scivolando in direzione ostinata e contraria, come canta forse Fossati. Anni di depressione, delirio, passaggi all’atto. Poi anni di preziosa, fugace intermittenza, il battito della morte, il senso della vita, pulsione e pulsione di morte, sì no, sì no.

Il controllo deve risvegliare il desiderio dell’analista, il cartello il desiderio di studiare, cosa risveglia dunque la Scuola? Il godimento direi. La pulsione non riassorbibile, vuoi o non vuoi, anzi solo se vuoi.

Tempo fa qualcuno di molto importante per il mio transfert di lavoro s’entusiasmò perché avevo tirato fuori questo significante: il rave psicoanalitico. Ve lo servo qua, su un piatto di stagno, non proprio fresco. Chissà che non sia l’unico significante nuovo che io abbia mai tirato fuori dalla mia analisi. Non parlo del mio fantasma etc.

Il rave psicoanalitico è: perché ci torni? Per esempio il fenomeno della Scuola blues, come dopo un parto c’è il maternity blues, come dopo un rave si può faticare a ricostruirsi, un po’ così mi capitava spesso, per anni, dopo gli eventi di scuola. Altro sintomo l’incapacità di parlare o, al contrario, il bisogno compulsivo di parlare e riparlare sopra alle parole, più spesso i reticoli immaginari, del convegno etc.

Ma c’è di più e di più interessante, è un godimento che gioca con la morte, è in perdita, di energie, di soldi (per i postumi o i finanziamenti). Si lavora, si consumano energie, che finiscono lì, macinate in un’entropia più o meno consapevole.

Quando i misteri che ti si potevano svelare sono svelati da così tanto tempo che hanno preso freddo, eppure nonostante ciò ti ritrovi lì. Con la Scuola nel corso dell’analisi è un po’ così, una volta svelato quello che si può svelare nel simbolico, una volta svelato soprattutto quanto circoscritto è questo campo simbolico e quanto invece oceanico è il reale, perché ci torni? Tornare a Scuola durante l’analisi è un rigurgito da montagne russe, ma tornarci dopo è perfino follemente perverso. Ancora qui? Ancora tu?

Questo è il delicato – disturba il desiderio. Rigurgita godimento in più, quello che sporge, quello contro cui ci siamo scagliati a un certo punto dell’analisi e ora cos’è questo rimanere incollati, lavorare aggratis, anzi pagare e per qualcuno, pure pagare salato?

Oh è così semplice capire quando hai capito già, ora scimmiotto il vecchio Guccini, in una canzone che non mi è mai piaciuta, ma forse perché mi parlava assai, ma io non potevo capire, perché non avevo capito già.

E poi ci sono quelli che non colgono la geniale potenza di un posto che mette in moto il godimento, ma intorno a un vuoto, sebbene impacchettato nella psicoanalisi di Freud e Lacan, che mi sembrano un po’ quelli che se la prendono col rave per le debolezze, i vizi, le ferite, che gli ha lasciato, anche uno solo e recriminano per quello che hanno voluto passare, per essersi illusi, per averci creduto, per essersi persi.

Come prendersela col bosco perché, una volta entrati, non si è ritrovata la strada, o con l’analisi perché la vita fa male. Col gelataio per l’indigestione. Con la palestra per avere esagerato coi pesi. Con la scrittura perché non ci arriva. Con Morpheus per aver scelto la pillola rossa4. Con l’analista perché il simbolico non copre il reale, con la Scuola perché ci torce in godimento, senza vedere che stiamo sperimentando un modo per fare legame sociale che non sia quello del padrone e senza una sostanza, se non la confusione mentale, tipo all’ottava ora di convegno dove vivi strani fenomeni di spersonalizzazione, debilità, narcolessia, forse anche la fame.

Sono tempi duri, non è facile per un soggetto farsi tale. Accettare la propria intermittenza. Godere senza attappare. Un campo di lucciole intermittenti ognuna col suo ritmo ognuna a modo suo, una danza col vuoto, giocando a tener su il coperchio, invece che a cementificare, sotterrare, dimenticare, coprire, e nemmeno velare, come fa l’arte.

Riti di trance intorno all’impossibile del rapporto sessuale, alla castrazione, all’Altro che non esiste; anche se c’è ancora da lavorare, per trasformare il parcheggio.

_____

[1] G. Leopardi, Epistolario (1810-1837). Lettera all’amico Pietro Giordani, con cui si scrisse per vent’anni, del 2 marzo 1818: “…io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo…”. Nella stessa lettera si definisce spietato carnefice di se stesso”, cercando la fuga da quella “cosa che l’ha ferito più d’ogne altra”. (Da sololibri.net.)

[2] Personaggio di Star wars.

[3] J. Lacan, Il seminario. Libro XIX. …o peggio (1971-72), Einaudi, Torino, 2020.

[4] Riferimento alla famosa scena del film Matrix delle sorelle Wachowski, uscito nel 1999.

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