Jacques-Alain Miller

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Associare il suo nome alla morte! Bizzarro. L’avevo sempre visto gioioso, beffardo, mordace, rapido, paradossale, ignaro del riposo, sempre all’attacco. L’uggia, la depressione, la nostalgia e la sofferenza morale gli erano estranee e suscitavano le sue parole piccanti.

Gli piaceva presentarsi come il detentore di un sapere segreto sui doppi fondi dell’attualità, sulle turpitudini dei tempi e sulle manovre dei poteri occulti. Sicuramente voi, così consapevoli delle verità delle cose, non potevate ignorare questo sapere. Condividevate con il decifratore quelle verità nascoste al pubblico. Non doveva quindi dirle, gli bastava strizzare l’occhio. Subito si instaurava con lui una connivenza silenziosa, una complicità di cognoscenti. Se facevate finta di non capire, alzava le sopracciglia, non credeva alle sue orecchie, era deluso, e lasciati cadere, diventava caustico. Lo si teneva a mente e la volta successiva non ci si tirava indietro. Cosi pochi minuti con lui erano una festa, una fonte di giovinezza.

Non lasciatevi ingannare dal fatto che i suoi misteri non fossero altro che mistificazioni. Leggete piuttosto Littérature et politique, che riunisce le sue cronache del Journal du dimanche: è una sorta di Envers de l’histoire contemporaine, in cui era alacre nell’arte di rivelare ciò che stava dietro le carte.

Come ha fatto questo burlone geniale a cadere per anni sotto il giogo di un triste mentore, che voleva essere il suo direttore di coscienza in materia letteraria? Si liberò da questo legame malefico quando lasciò Seuil per entrare in Gallimard. Poi esplode Femmes, il Te Deum della sua emancipazione. “È tempo per me di fare un’opera d’arte”, mi disse quando mi invitò a seguirlo, con i seminari di Lacan di cui ero responsabile.

Si diceva fosse un opportunista, volubile, camaleontico, senza fede né legge, e senza dubbio si prestava a queste calunnie. Ma chi era più fedele di lui? Per non parlare delle sue donne, che erano due. Ma Heidegger, nonostante tutto. Ma Lacan, appunto. Niente lo distoglieva da loro. C’era un filo conduttore che non abbandonava mai, quello della letteratura. A cinque anni, raccontava, esclamò stupito: “So leggere!”. La sua vocazione si era allora dichiarata: avrebbe insegnato a leggere, avrebbe saputo scrivere, ne aveva il dono, che gli fu subito riconosciuto. Dopo anni passati a nascondere questo dono, interpretando Flaubert, alle prese con la frase, si era deciso a dare libero sfogo alla sua prodigiosa facilità e a diventare se stesso, un cavaliere che portava avanti la sua attività al galoppo. Prese in prestito da Gracián il suo motto: “Presto e bene”. Si riconosceva nelle parole di Saint-Simon, che citava: “Non sono mai stato un soggetto accademico, non ho mai potuto fare a meno di scrivere rapidamente”. Con grande sorpresa di tutti, era ormai in piena forma, e aiutato dalle sue innumerevoli letture da autodidatta che, non dovendo nulla all’Università, conservavano sotto il suo sguardo inalterato una freschezza ineguagliabile, parlava di tutto – tranne che di scienze, che ignorava, e poco di spettacoli, che disprezzava.

Nella Chartreuse, Stendhal aveva immerso un eroe del XVI secolo nell’oscuro XIX. Si vedeva come un uomo del XVIII caduto nel “peggiore dei mondi possibili”, diceva, un mondo senza memoria, a volte “ammuffito” (aggettivo a cui dava un lustro paradossale), a volte divorato dal presente, oscillante tra frenesia e nevrastenia, e infine ridicolo. Ultimo avatar di Cagliostro, aveva vissuto “negli anni intorno al 1780” evocati da Talleyrand, e conosceva “il piacere di vivere”.

Poiché veniva da altrove, gli xenofobi si coalizzarono contro di lui. Non appartenendo ad alcuna Accademia, non aveva che se stesso e le sue astuzie per opporsi a loro. Era quindi costantemente in guardia. Non c’era un fremito nel mondo letterario che non osservasse con estrema minuzia. Sempre all’erta, nulla sfuggiva alla sua vigilanza, leggeva i trattati degli strateghi cinesi e traeva i suoi piani. Intrighi e stratagemmi abbondavano. Stava combattendo una guerra, quella del gusto, come la chiamava giustamente. All’inizio aveva raccolto intorno a sé una brigata, che però si sfaldò rapidamente. La verità è che non aveva truppe. “Solo come lo sono sempre stato nella mia relazione con la causa analitica… “ scriveva Lacan. La parola era vera per lui: guidava la sua barca da solo.

Tuttavia, amava essere amato. E non essendo la falsa modestia il suo stile (come Lacan, di nuovo), era il primo dei suoi ammiratori. Si era convinto che Lacan lo amasse, e Giovanni Paolo II, e le fate, come gli aveva sussurrato André Breton. Eppure nessuno era meno infatuato di lui, era troppo malizioso e buffone per questo, ma si poneva al vertice con semplicità. L’ho visto amareggiarsi solo quando parlava del disprezzo dell’università nei suoi confronti e della scarsa fama internazionale che invece Derrida e Kristeva si erano conquistati. Ma chi poteva competere con lui con la penna in mano? Ritiratosi nel suo territorio, il francese, “la lingua reale”, come diceva Céline, ignorava il “maledetto borbottio tutt’intorno”. Di fatto, bastava a se stesso: “Io: io, dico, e basta”.

Non era uno di quei romanzieri i cui personaggi pullulano. Di personaggi ne aveva solo uno: se stesso. Questo Fregoli cambiava il colore degli occhi, il colore dei capelli, l’età, il mestiere, la nazionalità, la casa, l’amante, le abitudini, e tale Graal, il pretesto della storia, ma la favola raccontata era invariabilmente la sua. La formula si notava soprattutto nei romanzi brevi che, a partire da L’Étoile des amants, del 2002, ha reso disponibili al pubblico all’inizio di ogni anno. Quando ha pubblicato le sue memorie, fu sotto il titolo di Un vrai roman. In verità, i suoi romanzi erano le sue memorie. In essi, si vantava delle sue prodezze e facezie, e proclamava i suoi trionfi. Niente lacrime, niente rimpianti, tanto meno smentite: solo risate e sorrisi.

Ritengo che sia stato un vero romanziere nei suoi saggi e nelle sue, erroneamente definite, critiche  – perché scriveva solo elogi. Lì i personaggi abbondavano, tratti dalla sua immensa cultura, e formavano una gloriosa commedia umana. Quando doveva fare un ritratto, non indugiava in nessuna circonlocuzione, si buttava a capofitto in media res, era a suo agio, rovistando da ogni lato, moltiplicando scorci insoliti, scegliendo citazioni con un tatto squisito, che ti faceva leggere con occhi nuovi. Di metamorfosi in metamorfosi, il soggetto si perdeva solo per rinascere, alla fine diverso da quello che ti era stato insegnato. Ogni volta era una pesca miracolosa. Avevo una particolare predilezione per le sue rubriche su Le Monde dove, settimana dopo settimana, rinnovava la figura dei classici. Con te e a te, anche i più severi e consumati, li rendeva affascinanti, li risuscitava.

Si riversò così in ben quattro capolavori, La Guerre du goût, Éloge de l’infini, Discours parfait, Fugues, per un totale di 4.000 pagine (le ho contate). Le avevo lette quasi tutte, e rileggevo questo o quel frammento quando dovevo ingranare, così come lui leggeva qualche pagina di Voltaire o ascoltava Mozart prima di prendere in mano la penna (scriveva solo a inchiostro).

Coda: sempre giovane, non scrisse mai una riga che venisse dall’oltretomba.

Il 12 maggio 2023

Traduzione: Rachele Giuntoli (revisione di Adele Succetti)