Matteo De Lorenzo
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«Si offre al passant un supporto. Alcune sedute di passe con un passeur per dire delle centinaia, migliaia di sedute di analisi, poi il passeur ne riferisce il riassunto, la compressione in una sola volta. Una seconda chance è data da un secondo passeur, sempre in una sola volta. Senza dubbio, nulla come la procedura della passe mostra la deflazione che il desiderio subisce nell’operazione analitica, e quanto la sua presa non sia altro, come dice Lacan, se non quella di un disessere. Qualcosa si è consumato, è stato consumato. Non resta che un cumulo di ceneri, un mucchietto di ossa, e disposti intorno gli strumenti del godimento. Sto evocando la sepoltura. Il passant va a parlare di qualcuno che fu e non è più. Ciò che apprendiamo del signor X già concerne qualcuno che, in principio, non è più lo stesso, e che è il signor X, come se la vanità delle vanità avviluppasse questo sapere. Quel che perviene dal passeur è una sorta di sepolcro, alla stregua di un testo letterario che fa l’elogio retrospettivo di un grande scomparso»1.
Nel 2010 al Musée Maillol di Parigi, rimasi folgorato dalla vitalità di una mostra che si intitolava C’est la vie!: Vanités de Pompéï à Damien Hirst. Erano esposte vanitas che attraversavano quasi 2000 anni, fantastico! Le vanitas sono composizioni che, attraverso elementi iconografici come ossa, crani, strumenti musicali, fiori, farfalle, spartiti e testi, ricordano allo spettatore l’orizzonte certo della morte: nello specifico, il barocco memento mori. Le vanitas insegnano cioè che tutto è ingannevole, sapere incluso, di fronte alla verità, certa, della morte. Semblant, dunque, e “strumenti del godimento” con lo sfondo della morte dato da ammirare allo sguardo.
Ora, 13 anni dopo, incontro questo testo di J.-A. Miller in cui la vanità e la morte evocano il sapere che fa passaggio, passe. Il punto del testo è lo scritto/veleno, Gli appunti del passeur, scritti che uccidono il desiderio, ammazzano la sorpresa, azzerano il witz. È la trasmissione indiretta, cioè la procedura stessa della passe che produce il pousse-à-l’écrit, indica J.-A. Miller: «Nelle udienze pubbliche dei tribunali, si conferisce grande importanza a che i testimoni e l’accusato testimonino senza appunti e rispondano ex abrupto alle questioni che vengono loro poste. Si specula sulla sorpresa e si ottengono degli effetti di verità. Trovo inquietante tutto ciò che milita contro la sorpresa nella passe. Fino a dove deve arrivare questa maniera di premunirsi dalle sorprese?».
Miller indica la posta in gioco, a seguire la via dello scritto nella passe: «tutto per il sapere? E per la verità?». La verità da giocare nella passe è ciò che, facendo passaggio, fa autorizzare l’analizzante a passare: «che si autorizza dal suo desiderio, ossia da quel che è da sé nell’inconscio che non è suo se non per abuso di linguaggio, giacché è piuttosto quest’ultimo a possederlo; che si autorizza così dallo psicoanalizzante che è stato, e da quel che è diventato nell’analisi, per autorizzare un altro a procedere secondo la regola del discorso analitico»2.
Dunque passe, per via del witz/sorpresa, a quanto di più intimo ma non propriamente proprio, sapendo far uso del semblant; non nell’orizzonte mortifero abitato dalle vanitas, ma nell’«orizzonte disabitato dell’essere»3. Mi pare sia lì che, disessere, c’est la vie!
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[1] J.-A. Miller, Come finiscono le analisi, Roma, Astrolabio, 2023, pp. 233-234.
[2] Ivi, p. 27.
[3] J. Lacan, La direzione della cura, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p. 637.



