Napoli, domenica 28 maggio 2023
_______
Esthela Solano-Suarez, AME dell’ECF e dell’AMP, Parigi*
Non mi cercheresti se non mi avessi trovato
Pascal, Pensieri 553
Retrospettivamente posso affermare che la trama di quello che chiamiamo il corso di una vita sia intessuta dal caso delle contingenze, degli incontri, buoni o cattivi, lasciando segni sul corpo, producendo rotture, fratture, tagli, crisi, non senza alimentare un divenire dal quale si deduce nel punto più alto della traslazione una permanenza che perdura.
Potrei collocare il primo momento di crollo e rottura nel “risveglio della primavera”. Formazione religiosa all’interno di una famiglia tradizionale, scolarizzazione in un universo femminile di bambine, suore e insegnanti donne, preti e direttori spirituali, fede e credenze irremovibili, a cui si aggiungevano, per scelta personale, studi di teologia. Studentessa eccezionale ed esemplare.
Alla fine del ciclo secondario, mentre tutto indicava che il mio orientamento prometteva di prendere la strada della matematica e della fisica, sorprendentemente all’ultimo momento ho deciso di iscrivermi alla Scuola di Psicologia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, deludendo le aspettative dei genitori.
L’incontro con l’amore e il desiderio, la sessualità, il marxismo e il dibattito permanente in seno a quell’istituzione, spezzarono l’unità delle fondamenta che sostenevano i miei riferimenti di pensiero e di credenza. La rottura generò una crisi di credenza, di fede, di senso, aprendo un abisso in uno spazio in cui Dio come pura assenza lasciava un buco nel cui vortice l’adolescente si perse.
Che cosa era successo? L’universo strutturato dal Nome del Padre era andato in frantumi a seguito dell’incontro con il senza limite della logica del non-tutto, in cui non c’è una x che nega la funzione di Phi di x. Crisi di esistenza che spazza via le finzioni dell’essere che provenivano dal sogno di vita eterna.
La via d’uscita che ha trovato quell’adolescente è stata quella di rivolgersi a un analista. Nel corso di questa analisi ortodossa, di sedute di 50 minuti, le interpretazioni davano un senso ai sogni, ai lapsus e agli atti mancati, ai ricordi d’infanzia, al romanzo familiare, tessendo una trama che creava un nuovo modo di religare1 il reale, il simbolico e l’immaginario in una treccia di senso.
Gli effetti terapeutici furono importanti e soprattutto l’incontro e l’interesse per la psicoanalisi. Una volta diplomata si avvia l’inizio della pratica entrando a far parte di unità cliniche e con lo studio dei testi di Freud. L’orizzonte era dispiegato.
In queste circostanze avviene l’incontro con Lacan. Da un lato, grazie alla lettura dell’opuscolo di Althusser, Freud e Lacan ma soprattutto, a partire da questo, grazie alla lettura di “Funzione e campo della parola e del linguaggio”. Quella prima lettura di quello scritto fu come immergersi in un oceano enigmatico, eppure una frase di quel testo produsse un impatto e colpì con la sua luminosa folgorazione: “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”. Fu lì che avvenne l’istante di vedere. Quella frase fu un punto di capitone che ordinò l’esperienza di analizzante e l’orientamento futuro. Quella frase la strappò dal suo paese e la trasportò verso un volere andare oltre, cioè trovare Lacan.
Due anni dopo, già stabilita a Parigi, telefona per chiedere un appuntamento a Lacan. La segretaria le risponde che il Dottore è molto occupato in quel momento e la invita a telefonare la settimana prossima.
Una settimana dopo, dalla stessa cabina telefonica, rinnova, alla stessa ora, la sua chiamata. La segretaria la invita a telefonare tra una settimana. E la settimana successiva allo stesso modo, cosi come la settimana seguente. La volta successiva, la segretaria le dice che doveva telefonare dopo una certa data perché il Dottor Lacan era in viaggio negli Stati Uniti.
Nella data indicata, alla stessa ora, supponendo che la risposta sarebbe stata la stessa, telefona. Era come un gioco, un rituale, un’abitudine. Ma questa volta la segretaria le dice che la mette in comunicazione con il Dottor Lacan. Era lui, lo stesso Lacan al telefono: “Pronto!” dice, non senza lasciare di stucco l’interlocutore. Lei spiega frettolosamente che viene da un altro paese e che vuole vederlo, che gli chiede di concedergli un appuntamento.
“Un appuntamento per cosa?” le risponde. Ma non era evidente che chiedere un appuntamento ad un analista significa voler fare un’analisi? E no, con Lacan nulla era evidente. Perché non era affatto ovvio il motivo per cui lei voleva un appuntamento.
“Voglio fare un’analisi con lei”, rispose.
”È urgente?”
“No, posso aspettare”, rispose.
“Venga immediatamente!” disse Lacan.
Questa è stata la prima lezione clinica di quello scambio. Aveva sentito l’urgenza soggettiva che la gentilezza e la cortesia ricoprivano. L’attesa serve da pretesto al nevrotico per mantenere il desiderio in un orizzonte di sempre dopo, di domani, difendendosi dal metterlo in atto.
La fretta ha imposto l’urgenza che l’ha portata a correre verso lo studio in rue de Lille. All’arrivo, una grande sorpresa, la sala d’attesa dove l’ha fatta entrare la segretaria era vuota. Il Dottore sarà nel suo studio? Sarà già andato via? Un sospiro proveniente da una stanza vicina la confortò: era un segno della sua presenza, senza dubbio lui era lì.
La segretaria la invita ad entrare nello studio del dottore.
Lacan era seduto davanti al suo tavolo da lavoro. Su di esso erano ammucchiati diversi libri e lui manipolava una serie di corde sottili di diversi colori. Erano nodi, nodi borromei.
- “Cosa posso fare per lei?”, le chiede senza smettere di occuparsi dei nodi e senza guardarla.
- “Vengo perché voglio analizzarmi con lei”.
- “E perché vuole fare un’analisi?”
- “Perché voglio diventare analista
- “E come le è venuta questa idea di diventare analista?”
Quindi ha cominciato a spiegare il suo percorso, la sua analisi, le sue letture, e via dicendo….
La cosa sembrava non interessare affatto il suo interlocutore, che senza voltarsi verso di lei continuava a voltarle le spalle. A un certo punto, però, interrompe le spiegazioni e le chiede:
- “E perché è andata a incontrare un analista a 18 anni?”
Come aveva fatto a non cominciare dalla cosa più importante? Questo era il punto cruciale. Quando rispose a questa domanda, Lacan si è alzato, ha avvicinato la sua sedia e, mettendosi accanto a lei, le ha messo una mano sul braccio. Il colloquio ha cambiato tono. Lacan si è incarnato in una presenza piena, in un corpo a corpo che ascolta e incoraggia la storia di quel momento di rottura e di crisi.
Chiede: “Cosa le ha lasciato l’analisi che ha fatto con B.?“
- “Una certa conoscenza di me stessa”, rispose scioccamente l’ Ed è stato in quell’istante che lui ha enunciato:
- “Qual è il suo sintomo?” e, di fronte allo smarrimento dell’intervistata, chiarisce: “Sa cos’è un sintomo?”
E no, lei pensava di saperlo, ma non lo sapeva. Rispose che l’angoscia era mortificante e la tristezza.
In quel momento il colloquio cambiò rotta:
- “Perché vuole fare un’analisi con me?”
Le risposte che lei diede non furono convalidate. Più e più volte riformulò la stessa domanda, generando con quell’insistenza un effetto di intollerabile angoscia. Si trattava di circoscrivere quale oggetto incarnasse, per quella implorante, l’analista al quale si rivolgeva. L’insistenza e la persistenza della domanda hanno dato luogo a una risposta sorprendente: “Mi rivolgo a lei perché penso che lei sia l’unico che può aiutarmi a risolvere il mio pasticcio con la morte, perché per me lei è un immortale. Con il suo insegnamento e i suoi scritti lei è arrivato ai posteri e continuerà a vivere dopo la tua vita.”
Così, con la sua insistenza, Lacan aveva fatto emergere il significante del transfert: la morte. Questa risposta dava la chiave del sintomo. Quel significante che emergeva come pezzo isolato, nella sua purezza, rivelava il buco attorno al quale si era costituito il testo della sua nevrosi. Il suo intreccio con la morte era un intreccio di pensiero in cui si trattava di non smettere di pensare l’impensabile, di non smettere di perdersi nel pensare ciò che costituisce un buco nel simbolico e che corrisponde all’impensabile della morte.
Questo impensabile l’ha perseguitata fin dall’infanzia. Era un modo di voler forzare il linguaggio per ottenere una risposta all’enigma del dolore della madre, che da piccola aveva perso il padre. Non era una madre triste, piuttosto una donna piena di vitalità, allegria e vita. Tuttavia questa madre non nascondeva la sua predilezione per questa figlia e uno dei nomi di questa predilezione che la contraddistingueva era la bambina dallo “sguardo triste”.
L’analisi con Lacan ha reso possibile sbrogliare il groviglio con la morte. La percussione delle parole nel corpo è traumatica, o troumatica.
L’uomo che morì lasciando una bambina orfana aveva lasciato il suo paese d’origine per emigrare in Argentina alla fine dell’Ottocento, un periodo turbolento nella sua città natale, Trieste. Il padre morto proveniva da Trieste e la figlia preferita di sua madre incarnava lo sguardo perduto del padre nello “sguardo triste” che gli fu attribuito. Da cui si legge l’effetto di affetto “triste” come traccia sintomatica dell’urto della lalingua sul corpo.
Questa lettura è stata dedotta dalle premesse che sono state delimitate da Lacan in quel primo incontro.
Tornando al momento di quel primo incontro, Lacan concluse dicendomi: “Prima di iniziare la psicoanalisi vera e propria, pratico, come è la norma nella mia Scuola, i colloqui preliminari”. Dandomi un appuntamento, andò verso la porta e mi disse:
- “Mi darà qualcosa per questo colloquio?”
Si trattava infatti di pagare, ma quanto? Quale somma? Pallida di preoccupazione, temendo che la porta che si era appena aperta davanti a lei si chiudesse per mancanza di denaro, ascoltò Lacan che le diceva:
- “Mi darà quello che vuole.”
Incredibile! Le accordava così la possibilità di iniziare un’analisi con lui.
Tuttavia, questa possibilità sarebbe stata messa alla prova, una scommessa rinnovata più e più volte affinché la possibile analizzante mostrasse i segni di volere ciò che diceva di desiderare. È quanto si produsse nel periodo dei colloqui preliminare, che non svilupperò in questa testimonianza, ma che potrete leggere in alcuni testi del libro Tre secondi con Lacan2. In questa testimonianza rendo conto di ciò che significava per Lacan “iniziare l’analisi propriamente detta”. Era mettere in atto il suo modo di operare, che tagliava la catena significante prima che una frase si chiudesse in un’unità di significazione, per estrarmi dal sogno in cui il linguaggio induce, estrarmi dal senso e condurmi verso una lettura dei detti, al di là dell’intenzione di significazione, per far risuonare nel dire gli equivoci della lalingua. Ciò significare vagliare “i segni che sono quelli lasciati da un certo modo di rapportarsi con un sapere, che costituisce la sostanza fondamentale di quello che è l’inconscio”3.
Le lezioni che mi ha dato questo primo appuntamento con Lacan sono state di una vivacità prodigiosa. La più importante e indimenticabile è la dimostrazione in atto della necessità di vagliare fin dal primo incontro la singolarità della domanda e, di conseguenza, che non c’è inizio possibile di un’analisi propriamente detta, se non viene messo in gioco l’asse del sintomo, attorno al quale ruotano il lavoro dell’analizzante e l’operazione dell’analista.
Nei cosiddetti colloqui preliminari, durati quasi un anno, si trattava di offrirmi la possibilità di accedere al registro di lettura del testo dell’inconscio, che implicava un passaggio dalla parola alla scrittura. Quando vi ho avuto accesso, estraendomi dalla routine del senso, il pathos si è trasformato in risata. Ogni seduta percuoteva nell’istantaneità della battuta. Il sintomo è stato svuotato di senso, evacuando il “senso goduto”, non senza mettere a nudo un puro buco che permane come pura perdita, che sostiene l’insistenza dell’Uno che ex-siste come godimento opaco fuori senso.
Traduzione: Mary Nicotra
Revisione: Adele Succetti
_____
*Intervento al XX Convegno Nazionale della SLP (27-28 maggio 2023)
[1] La parola religione ha due etimologie: religare, riunire e relegere.
[2] E. Solano-Suarez, Tre secondi con Lacan, Rosenberg & Sellier, Torino, 2023.
[3] J. Lacan, “Columbia University Auditorium School of International Affairs”, 1 December 1975, Scilicet 6/7, Seuil, p. 50.



