Giulia Grillo
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Un paradosso. Quando ho accolto la proposta di commentare il testo Come finiscono le analisi sono tornata al titolo del Convegno e al suo richiamo ad un inizio.
Poi, chissà come, sono tornata ancora più indietro, a quando da ragazza un libro mi catturava e allora andavo a leggere gli ultimi capitoli prima ancora di averlo finito, prima ancora di sapere cosa contenesse, cosicché se mi fosse accaduto qualcosa avrei comunque saputo la fine. Un modo singolare e stolto di sfidare la morte.
Cerco allora l’inizio, la Proposta di Lacan ed una frase – preliminare, nella nota editoriale – ancor prima di rileggere il testo, mi colpisce: la Proposta ruota intorno alla formazione. Si tratta della formazione di uno qualunque che effettua un percorso da psicoanalizzante alla cui fine può essere sancito che è stato effettivamente psicoanalizzato.
Ma affinché ci sia termine ci vuole inizio. Un inizio che permetta a tempo debito che ci sia termine. La formazione di Lacan si trova qui, tra questi due poli: tra un inizio che sia tale e una conclusione che sia consona con l’etica freudiana per trovarsi ad esercitare per l’altro la funzione analista, centrata sul desiderio dell’analista1.
Nessun titolo riconosciuto dunque, nessun sapere, nessuno strumento faranno di uno psicoanalista uno psicoanalista. Non si diventa psicoanalisti se non tramite la propria analisi2.
Bel paradosso! Estrarre dalla propria esperienza analitica, dalla propria singolarità, un sapere capace di essere trasmesso a condizione che passi dall’uno all’altro.
Perché di questo si tratta. Domandare la passe è formalizzare un sapere che articola il singolare della divisione di un soggetto a causa della sua posizione di godimento con l’universalità che la trasmissione esige3.
Un sapere universalizzabile dunque, lontanissimo dal sapere analitico e per questo “intrasmissibile”. Che fare? Se la psicoanalisi è intrasmissibile la si dovrà reinventare ogni volta rendendo conto del suo operato rispetto alla logica dell’inconscio4, la possibilità di raggiungere lo stile incarnato che ciascuno è, prestarsi all’intrusione di uno stile nuovo5.
La testimonianza di passe è un neologismo, leggo all’interno del testo6, una nuova maniera di dire. Il soggetto racconta come pensa di essere sfuggito alla ripetizione, o quanto meno come abbia imparato a saperci fare stabilendo un nuovo rapporto con la ripetizione.
Ed i passant non sono passant se non perché vogliono che il loro neologismo sia ricevuto.
Si tratta di un nuovo che possa introdurre l’eccezione.
Rileggo la definizione che J.-A. Miller nel Nuovo dà del Witz, è l’Altro la condizione di successo del Witz; è solo ciò che si presenta come imprevisto, inatteso, a volte come apparentemente incongruo che riesce a far emergere il singolare del soggetto.
E questa singolarità non va nella direzione di un senso definito, ma sul versante del passo avanti del senso che arriva al senso nuovo e al non senso.
Qualcosa di nuovo nel dire, una parola mai detta, una creazione!
Il risultato – come Lacan ci dice sull’esperienza della passe – è qualcosa di completamente nuovo e per nessuno di coloro che si sono presentati alla passe è rimasta senza effetti7.
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[1] A. Di Ciaccia, nota editoriale alla “Proposta del 9 ottobre 1967”, in La Psicoanalisi, n. 15, 1994.
[2] A. Di Ciaccia, “Lacan e la trasmissione della psicoanalisi”, in La Psicoanalisi, n. 38, 2005, p. 9.
[3] M.-H. Brousse, “Ora di verità per domanda di passe”, in La Psicoanalisi, n. 16, 1994, p. 121.
[4] Ibidem.
[5] J.-A. Miller, L’osso di un’analisi, Franco Angeli, Milano, 2001, pp. 13-14.
[6] J.-A. Miller, Come finiscono le analisi. Paradossi della passe, Astrolabio Editore, Roma, 2023, p. 276.
[7] J. Lacan, “Sull’esperienza della passe”, in La Psicoanalisi, n. 42, 2007, p. 18.



