Vanessa Leone
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Per questo breve intervento mi sono appoggiata alla Lezione che Jacques-Alain Miller tiene il 9 maggio 1992 dal titolo “Verso un significante nuovo”1. In questa lezione, tratta dal libro Come finiscono le analisi, paradossi della passe, J.-A. Miller fa riferimento all’operazione logica di transfinitizzazione di Cantor, che mi ha permesso di intravedere il punto di ex-timità a cui si approda al termine di un’analisi. L’operazione di Cantor consiste, in primo luogo, nel considerare la successione, catena dei numeri interi. Egli si domanda qual è il più grande dei numeri interi. La risposta a questa domanda è un non-saputo, “con l’attesa che ad un dato momento si possa cadere su un numero n dopo il quale si potrà dire è finita, dopo non ce ne sono più”2. Cantor per trovare la soluzione a questa domanda, inserisce i numeri interi all’interno di un insieme, costituisce l’insieme dei numeri interi che diviene il quadro della catena di lettere, i segni con cui si scrivono i numeri. Con questa operazione il non-saputo muta: qual è il numero degli elementi dell’insieme? É proprio la costituzione dell’insieme, che Cantor definisce totalizzazione dell’infinito. Tale operazione permette di esteriorizzare il non-saputo: nel posto del non-saputo esteriorizzato si costituisce un vuoto, con la possibilità di inventare un nuovo significante. Cantor inventa il numero transfinito, ossia un numero di una nuova specie. In particolare il primo, Cantor lo chiama aleph zero, ℵ0.
J.-A. Miller in questo testo parla della passe come “momento di transinfinitizzazione che trascina il soggetto dal livello in cui deve dire ancora un po’ di più e sempre di più, all’infinito sempre crescente della somma dei suoi detti, che egli sposta in un punto in cui coglie la legge della serie”3, il suo fantasma.
Come scrive J. Lacan: “[…] il campo della realtà non si sostiene che per l’estrazione da esso dell’oggetto a, che peraltro gli fornisce il suo quadro”4. J.-A. Miller nel testo sottolinea come l’operazione di messa all’esterno faccia vedere in questo significante lacaniano a un termine in qualche modo equivalente all’aleph zero di Cantor, un significante di una nuova specie.
Miller riprendendo Lacan scrive: “Occorre cogliere che cosa voglia dire che il campo della realtà si sostiene solo grazie all’oggetto a. […] La condizione affinché la realtà si costituisca per un dato individuo è il suo disinvestimento libidico”5. Egli accenna a due sottrazioni di libido. La prima si riferisce alla traduzione in significante del godimento. La seconda attiene all’operazione di esteriorizzazione dell’oggetto a. Solo operando una separazione dall’oggetto del fantasma, con l’estrazione di quella singolare lettera di godimento, caduta l’identificazione con l’oggetto a, l’analista diviene capace di essere uno scarto, di occupare il posto di quella parte di godimento ceduta dall’analizzante al termine di un’analisi. Se dell’analista si è costituito questo potrà apprendersi après coup, caso per caso, per questo “Lo psicoanalista non esiste”6.
Dunque cosa spinge un passant ad attraversare la passe e a non fermarsi all’esperienza intima del fine analisi ove in fondo già avviene la transfinitizzazione dei detti?
Mi viene da osservare che se Cantor non avesse formalizzato la sua invenzione, l’aleph zero, essa non avrebbe potuto fungere da appoggio per ulteriori nuove invenzioni nel campo del sapere matematico. L’aleph zero è stato donato al sapere matematico, divenendo sapere trasmissibile. Forse la passe può essere intesa come la formalizzazione di un’esperienza singolare che prova a immettere nel campo psicoanalitico ogni volta quel piccolo a da cui ogni soggetto è causato, con la possibilità che per ogni testimonianza si possa trasmettere quel punto di radicale non senso, che funga da appoggio per ulteriori nuove invenzioni e, perché no, per un avanzamento della psicoanalisi lacaniana.
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[1] J.-A. Miller, Come finiscono le analisi, paradossi della passe, Astrolabio, Roma, 2023, p. 89 (Lezione del 9 maggio del corso L’orientamento lacaniano. Il banchetto degli analisti, pubblicato in “Revue de la Cause Freudienne”, n. 20, febbraio 1992)
[2] Ivi, p. 97
[3] Ivi, p. 103
[4] J. Lacan, “Una questione preliminare ad ogni trattamento delle psicosi” [1958], in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino, 2002, p. 550.
[5] J.-A. Miller, Come finiscono le analisi, paradossi della passe, op. cit., p. 101 (Lezione del 9 maggio del corso L’orientamento lacaniano. Il banchetto degli analisti, pubblicato in “Revue de la Cause Freudianne”, n. 20, febbraio 1992)
[6] Ivi, p.84 (Il paradosso dello psicoanalista. Articolo pubblicato nel quotidiano Le Monde il 22 febbraio 1990. p. 2)



