Federica Facchin
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Quando sono stata invitata a portare in questa sessione un mio contributo sulla fine dell’analisi, estraendo dal libro di J.-A. Miller un punto di interrogazione soggettiva, mi sono detta: ma che cosa potrei dire io, che nella Scuola mi inscrivo come partecipante, su uno scenario che neppure intravedo (ammesso che si possa intravedere la fine dell’analisi)? Poi però mi sono lasciata colpire soggettivamente dal testo e così ho provato ad articolare un piccolo discorso.
“Nota sulla traversata del transfert”. Parto da qui.
La lettura sollecita un gioco di parole: passe, passare e passato. Il passant è un soggetto che è passato attraverso la propria “finestra sul reale”1, che ha trovato il proprio modo di avere un passato smettendo di servirsene. In questo passato si situa anche l’analista, che viene lasciato indietro nella traversata del fantasma – ma in fondo l’analista lo sa, che fa lo scarto. Eppure, il transfert non lo si attraversa come il fantasma: “non c’è traversata del transfert”2, che si risolve ma non si dissolve in un grado zero. C’è un trasferimento sul lavoro che riguarda la Scuola, la trasmissione e la politica. Un sapere da reinventare, auspicabilmente.
Ma ritorno su questo punto: si tratta allora di essere non senza passato, smettendo però di servirsene. Per me la questione della traversata del fantasma è ancora interessante, anche nella contemporaneità.
Il fantasma offre un “posto fisso”, un sapere certo, prêt-à-porter, che si struttura – si potrebbe dire – come un “corsetto delle significazioni”3. È un’espressione che si trova in “Ritratti di famiglia”, verso la fine del libro, e che mi piace moltissimo perché dà l’idea di qualcosa che definisce la vita e contemporaneamente la costringe. Sempre lo stesso script, non senza horror. Una trama. Un certo sapere su cui il soggetto si sostiene quando calcola le sue azioni, come un piccolo Machiavelli. Lo fa per proteggersi dall’Altro che lo ha traumatizzato con un buco rattoppato dal soggetto con la pezza del suo fantasma. Più l’atto fa orrore, più il soggetto – per quanto esausto – pensa, immagina, prevede, elucubra, e incessantemente agisce per non perdere padronanza.
Poi si presentifica sul serio la morte: la fine della vita, l’impossibile, il limite, la castrazione di cui l’analista è peraltro agente, avendola a sua volta assunta. Il soggetto può allora osservare, un po’ più distaccato (ma non ancora da lontano), il “quadro del sapere di cui è capace”4. Così J.-A. Miller definisce il fantasma nel capitolo intitolato “Verso un significante nuovo”. È il tempo dell’atto, una soglia che il soggetto, se ci avesse pensato bene prima, forse non avrebbe attraversato. Le sue conseguenze sono totalmente imprevedibili, non garantite. Di certo c’è poco da guadagnarci, se non qualche momento di entusiasmante incredulità: “Oddio, l’ho fatto davvero!”. Di questo atto il soggetto non coglie l’orientamento strategico, bensì la logica che si reperisce in un dire. È una novità. Fa anche un po’ ridere.
“La passe” – si legge ne “La scuola e il suo psicoanalista” – “vuol dire che si è riusciti a fare una commedia con le impasse della propria esistenza”5. Passare dalla tragedia della storia personale al suo versante di commedia. Andare lontano. Con il peggio, far ridere. La passe non ha la struttura del dramma, bensì quella del Witz. Portare con sé ritratti di famiglia senza troppo dolore. Ritornare alla famiglia senza più soffrire. Ma come cavolo si fa? Nel libro non c’è scritto…
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[1] J.-A. Miller, Come finiscono le analisi, paradossi della passe, Astrolabio, Roma, 2023, p. 103.
[2] Ivi, p. 130.
[3] Ivi, p. 243.
[4] Ivi, p. 103.
[5] Ivi, p. 157.



