Aurora Mastroleo, partecipante SLP Milano, 5 giugno 2023

_______

Due straordinarie aggressioni, una al di qua e l’altra al di là dell’oceano, irrompono all’interno di scuole. Negli Stati Uniti, precisamente in Virginia, un bambino di solo 6 anni sferza sotto gli occhi esterrefatti e terrorizzati dei compagni di classe un colpo di pistola contro la sua giovane maestra. In Italia, precisamente ad Abbiategrasso, nella provincia milanese, un ragazzo di 16 anni durante una lezione ferisce con un pugnale a serramanico il braccio e la testa della propria insegnante e al sopraggiungere dei Carabinieri consegna pure una pistola a gas spara-pallini.

In entrambi i casi i minori non provengo da famiglie criminali e i soggetti direttamente coinvolti disconfermano l’ipotesi di un precedente alterco in ambiente scolastico; per questo entrambi i casi non sono fatti di microcriminalità e neanche di un’escalation esplosiva di rabbia. Tralasciando qualsiasi lettura psicologica e giudiziaria, mi pare invece rilevante la testimonianza che offrono circa la presenza – solo apparentemente inattuale- di armi nelle scuole.

E’ risaputa la passione statunitense per le armi e pure il massiccio sostegno che l’industria offre al loro commercio, ma come mai un bambino così piccolo ne aveva una carica e l’ha portata a scuola? E qui? Nella vecchia Europa, le armi restano bandite, tuttavia nel corso di questo anno scolastico a diversi dirigenti e insegnanti italiani si è posto il non facile problema del ritrovamento e talvolta pure dell’abuso in classe di diversi “dispositivi di difesa personale”; termine che per il dizionario Treccani è sinonimo di armi. Taser, cioè storditori elettrici, usati in classe, tira-pugni sganciati per gioco nell’intervallo, spray urticanti spruzzati per impedire l’inizio delle lezioni, questi gli eventi di cronaca annoverati in questo nostro ultimo anno scolastico. Constatiamo quindi una certa fascinazione dei giovanissimi per i “dispositivi da difesa” e anche l’esistenza del loro florido mercato on line.

Come leggere però tale incursione all’interno delle mura scolastiche? Impostura occasionale? Forse no… forse la scuola, primo luogo di aggregazione minorile e baluardo dell’educazione può essere considerata il teatro nel quale si intercetta con un buon grado di anticipazione l’inclinazione particolare del gusto dell’epoca?

In quest’ottica mi pare allora ancor più convincente la tesi avanzata da Mario Goldenberg. psicoanalista di Buenos Aires, in base alla quale il discorso sociale statunitense sempre più improntato al securitismo può aver velocemente prodotto una singolare inclusione delle armi da difesa nel legame sociale1. Lo sparo micidiale del bambino americano mostra -secondo Golbenerg – in maniera emblematica il rovesciamento di quella stessa logica difensiva che sponsorizza il libero commercio di armi e pure il messaggio politico della destra americana. In effetti l’arma supposta proteggere, nella drammatica vicenda del bambino di 6 anni si rivela essere la minaccia scagliata proprio contro chi dovrebbe proteggere, cioè la maestra in cattedra, colei che incarna per prima il mandato educativo fuori dall’alveo famigliare.

Goldenberg conclude con una constatazione insolita: “la violenza non è più al posto della mancanza di parola: la violenza fa parte dell’apparato mediatico dell’industria dell’intrattenimento”. Mi torna allora in mente il film appena pluripremiato a Cannes, Il sol dell’avvenire, di Nanni Moretti, che presenta uno stupefacente affondo proprio sul tema della fascinazione per l’uso delle armi.

Lo sfondo narrativo del film rievoca con precisione la storica incursione dei carri armati russi a Budapest e la violenta repressione sovietica della rivolta ungherese che ebbe luogo nel 1956. Su tale trama storica, Moretti staglia invece un’estenuante scena ambientata ai giorni nostri che denuncia l’uso irresponsabile del ricorso alla violenza armata nel cinema attuale. Moretti stesso – impersonando il proprio alter ego – inscena un film nel film in cui si fredda un uomo inerme con un colpo di pistola e nei suoi accorati e disperati tentativi di interrompere tale ripresa rappresenta tutta l’impotenza della cultura nell’arrestare quella particolare esaltazione del godimento proposta nel gioco spietato delle sparatorie sanguinarie. Il sol dell’avvenire dice che il cinema ai tempi del sistema Netflix flirta con la violenza armata ed induce nello spettatore una particolare assuefazione e conferma così la tesi di Goldenberg.

Per inciso un regista italiano, osannato in Francia conferma qualcosa del gusto collettivo che uno psicanalista argentino coglie nella vicenda di un bambino statunitense… la globalizzazione produce anche questo, per fortuna.

Proseguo, perché ritengo molto interessante il particolare intreccio che il film propone nella duplice rappresentazione della forza delle armi: quella politica che si gioca sulla scena pubblica attraverso il carro armato sovietico e quella dell’intrattenimento, che si gioca invece nell’intimo legame tra regista e spettatore, sulla scena privata di chi incede nell’esaltazione della rivoltella. L’una nell’ambito sociale e politico con i noti effetti storici, l’altra nell’ambito privato con i meno noti effetti singolari di godimento. Anche nell’attualità di questo anno scolastico che volge alla sua conclusione la scena politica internazionale è stata abitata dall’invasione dei carri armato e la scena privata di non pochi scolari ha mostrato l’improvvisa suggestione che l’impiego di armi suscita tra i più giovani: il soggetto è trans-individuale, diceva Lacan, partecipa del discorso sociale nel quale vive.

Dai carri armati, alle rivoltelle e ancora dai pugnali ai Taser si articola una medesima serie, quella inerente la strumentazione per l’esercizio della forza – dimensione ineliminabile dell’esistenza umana – verso cui il discorso sociale securitista converge, sostenuto dell’apparato mediatico e pure dall’offerta in un mercato emergente facilmente accessibile? Che l’intrusione di armi nelle scuole possa allora segnalare l’immistione di un particolare godimento, nel discorso sociale caratterizzato da un’inclinazione politica reazionaria sempre più estrema ed in ascesa (che cristallizza la coppia minaccia-protezione), mi pare questa una lettura possibile. Si potrebbe forse dedicarvi la giusta attenzione, soprattutto nell’ambito scolastico, giacché – sempre più spesso – è proprio il mandato educativo delle scuole ad essere avvertito – o forse talvolta profuso – con accezione minacciosa.

_____

[1]  https://zadigespana.com/2023/05/28/locura-y-cultura-de-armas-newport-news/