Giada Ceridono, partecipante alle attività della SLP, Roma

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Il tema della maternità, nelle sue diverse articolazioni, è centrale nell’attuale discorso politico e sociale. Il suo ruolo, e il rapporto con la femminilità, è spesso oggetto di contrapposizioni anche accese. In questo contesto spicca, invece, il testo teatrale presentato all’ultimo Festival di Sanremo – il “Monologo sulla maternità” di Chiara Francini1 – che, scandagliando con tono brillante la posizione di una donna rispetto ad un figlio di volta in volta mancante, desiderato o temuto, ha portato al grande pubblico una riflessione sottile ed efficace su alcuni punti dell’intreccio tra maternità e femminilità che in genere restano nel non detto. Ci si soffermerà qui su tre passaggi messi a fuoco nel Monologo.

Il primo è quello in cui il confronto immaginario con l’altro mette una donna di fronte alla propria mancanza di un figlio: “Quando qualcuna ti dice che è incinta e tu non lo sei mai stata c’è come qualcosa che ti esplode dentro. Un buco che ti si apre, in mezzo agli organi vitali, una specie di paura, stordimento”. Mentre nell’altro “non c’è spazio per il tuo dolore, per la tua solitudine”. Si vede qui come il presentificarsi del bambino nel campo della realtà può confrontare una donna con qualcosa di intollerabile. Ed è precisa la descrizione degli effetti: un buco nel corpo. E il contatto con la propria solitudine. Sono parole che individuano un’esperienza delicata, rispetto alla quale è importante che una donna abbia la possibilità di un’elaborazione. Anche perché, a partire da qui, c’è il rischio che si possa avvicinare il confine di quella sofferenza muta e senza limite che spesso viene riferita da chi sperimenta la delusione del desiderio di maternità. Acuita dal fatto che “la gente incinta è violenta e vuole solo essere festeggiata”. È qui evocata, appunto, la violenza presente talvolta nel discorso comune e in quello della politica, in cui il tema della maternità occupa lo scenario senza lasciare spazio a posizioni alternative per cui una donna deve quasi giustificarsi se non è madre, tanto più laddove questo corrisponda ad una precisa scelta, e dall’altro lato non si dà spazio alla sofferenza legata al desiderare un figlio che non arriva, messa subito a tacere con l’offerta delle soluzioni della medicina o dell’adozione.

Il secondo passaggio è quello in cui, a partire da quel dolore, per la protagonista del Monologo si riapre la questione della femminilità: anche se ha ricercato e ottenuto altrove soddisfazioni e riconoscimenti il timore di non avere un figlio fa sorgere il dubbio: sono “una fallita”? Non avere un figlio vuol dire essere “una donna di merda”? Sono termini affilati; forse, come nel romanzo di Eleonora Mazzoni, si è “difettose” senza un figlio?2 Ecco toccato un punto cruciale: nella ricerca di cosa si è come donna la maternità può, a volte, fornire una qualche risposta a quanto c’è di ineffabile in quella domanda. Lo scacco del desiderio di avere un bambino può riproporre, dunque, anche l’interrogativo sulla propria femminilità. È questo qualcosa che può far vacillare ma che, se accolto ed ascoltato, può rappresentare un momento di rilancio nella ricerca delle proprie, individuali, risposte. Di qui l’apprezzabilità del lavoro dell’Autrice che, mettendo in tensione la questione della coincidenza tra maternità e femminilità, fa circolare nel discorso culturale e sociale la possibilità di una sua interrogazione.

Infine, il terzo passaggio è quello in cui il Monologo tocca con efficacia un altro punto delicato del rapporto madre/donna di cui si parla con difficoltà. La nascita di un figlio produce una scansione: “arriva un momento della vita in cui è chiaro che sei diventato grande: quando hai un figlio”. E mette in contatto con la propria evanescenza di donna: “[…] mi porterai via tutta la creatività, la luce, resterai solo tu al centro della scena e io sarò una semplice comparsa e poi diventerò grande e poi vecchia e non potrò più fare finta che il tempo non stia passando, perché ci sarai sempre tu, lì, a ricordarmi in ogni momento che la mia gioventù è finita”. Ci sarebbe, dunque, un prima e un dopo in quanto una donna, diventando madre, sperimenterebbe il timore di perdere qualcosa della propria femminilità, evocata dal riferimento alla creatività e alla luce. In effetti, vi è nella nascita una perdita che a volte può essere insopportabile e che, in ogni caso, richiede tutta una sua elaborazione. C’è lì un reale in gioco che porta una madre a contatto con la propria mortalità. La complessità del post-partum e delle sue sfumature mostra, in questo senso, la difficoltà che può insorgere nel momento in cui si mette al mondo un bambino. Che può anche essere solo un passaggio momentaneo – così come raffigurato, del resto, nel Monologo – ma può comunque essere un’esperienza enigmatica. E l’interrogativo che viene posto (“Ma come faccio con te, bambino? Ancora non ti conosco […] che già non ci capiamo”) evoca proprio come – al di là del piano immaginario e simbolico in cui ci si rappresenta il figlio, che è individuato in modo eloquente nel Monologo – il momento della nascita di un figlio può toccare qualcosa del reale e confrontare una donna con la propria assenza di risposte. E questo è “[…] la fonte dell’inadeguatezza, della mancanza di armonia naturale della coppia madre-bambino” per cui – al contrario dei luoghi comuni che vogliono che una madre sappia come si fa – “[…] ella non sarà mai in grado di dare le risposte che servono, a causa della mancanza di un rapporto naturale con il bambino che, per gli esseri parlanti, non può essere scritto”.3 Pertanto, ogni donna deve inventare il proprio particolare modo di essere madre. Non a caso, in questo punto di non sapere, il Monologo dice “vorrei fare come mia madre”: viene chiamata in causa l’esperienza della propria madre nel momento in cui si incontra qualcosa dell’impossibile, come se quella sapesse ciò a cui una donna non sa rispondere. Anche la propria madre, invece, ha dovuto fare i conti con l’assenza di risposte universali per cui può, tutt’al più, fornire l’esempio della propria ricerca e soluzione.4

Nel Monologo si legge, dunque, la testimonianza di una ricerca di risposte alla questione della femminilità e allo snodo della maternità, realizzata o meno che sia. C’è un insopportabile in gioco, spesso vissuto nel silenzio. Di qui l’importanza che se ne parli, per ridimensionare l’ideale imperante della maternità e aiutare ciascuna, piuttosto, a trovare il proprio modo di averci a che fare

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[1] https://tgposte.poste.it/2023/02/11/francini-monologo/

[2] E. Mazzoni, Le difettose, Einaudi, Roma 2012.

[3] E. Solano-Suárez, “Maternitè blues”, in C. Alberti (a cura di), Être mère. Des femmes psychanalystes parlent de la maternité, p. 83 (trad. nostra), corsivo nel testo.

[4] E. Solano-Suárez, “Le solitudini e l’esilio femminile”, in La Psicoanalisi n. 38, Astrolabio, Roma 2005, p. 230.