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“Sintesi provvisoria”

La meraviglia di cui sono stato testimone deriva dalla docilità con cui gli insegnanti di sostegno hanno accolto la singolarità in gioco e quindi orientato il lavoro di preparazione e di esposizione per il colloquio dell’esame di maturità.

Hanno deciso di partire dal proprio lavoro senza imboccare l’alunno con un sapere da sfoggiare alla commissione per mostrare la propria bravura. Così, chi si è occupato della prova d’esame ha fatto in modo che la commissione prendesse il posto di testimone di un percorso fatto insieme. Questo.

Nel corso dell’anno numerose sono state le lezioni a cui abbiamo partecipato in classe, insieme: alcune belle e avvincenti, di scoperta, altre più noiose e monotone, scandite da interrogazioni e spiegazioni. Il nostro banco era sempre quello in prima fila, non distante dalla cattedra e dall’insegnante. Si chiacchierava, si rideva un po’ insieme prima di iniziare a lavorare, mentre la classe ascoltava le indicazioni e le spiegazioni dell’insegnante. Qualche volta c’erano rimproveri agli studenti, magari a voce alta, improvvisi, severi: non erano piacevoli per nessuno, non per te e nemmeno per me. Abbiamo parlato spesso dell’importanza della voce, di come usarla e regolarla nella quotidianità. So bene quanto fastidio ti arrecava un certo tono brusco della voce: ti coprivi le orecchie per non dover subire, per liberarti da questa spiacevole situazione. Vedevo nei tuoi occhi lo sforzo, il tentativo di resistere a questi momenti fastidiosi in classe: sarebbe stato più semplice reagire con forza a tutto questo, sbattere la mano sul banco e urlare contro questo rumore per te assordante. E invece cercavi una via più difficile, non scontata. In quei momenti di tensione mi rivolgevi uno sguardo di aiuto, di richiesta di supporto. Mi dicevi: “quando ho paura vado da Davidone, che lui mi protegge”. Avevi bisogno di calma e tranquillità, perché ti sentivi agitato: in quel momento io ero un porto sicuro per te.

Il giorno dell’esame, del tuo colloquio orale, ero molto agitato ed emozionato, perché desideravo mostrare a tutti i colleghi il grande lavoro svolto durante l’anno: i tuoi progressi, le tue geniali considerazioni, il percorso intrapreso e sviluppato insieme. Non sapevo da dove cominciare, cosa scegliere, cosa mettere da parte, perché ogni singola tessera di questo mosaico era importante e non trascurabile. Desideravo semplicemente che quella mattinata fosse un bel momento per te, che costituisse un ricordo “lieto”, per usare una parola a te molto cara. Avevo bisogno di serenità: quel giorno sei stato tu il mio porto sicuro. Con il tuo volto sorridente, gioioso, con la tua spensieratezza, mi hai rasserenato in un giorno così importante.

Proprio come te, sono cresciuto tanto durante questo percorso, attraverso momenti di serenità e periodi di maggiore complessità. Sono felice e profondamente grato per aver preso parte a questo cammino.

La commissione ha deciso di dire di sì a questo percorso singolare trasmesso dalle parole stesse di un insegnante. In quest’esame quindi l’accento è stato messo non sul sapere ma sul lavoro: questo ha dato luogo ad un più di sapere, inedito, un guadagno scandito dal sorriso di un commissario che si lascia stupire da una trovata dell’alunno, nel momento in cui si inserisce nella conversazione mettendo i suoi punti sul tavolo, facendo le sue scansioni. Oppure di un altro insegnante che accoglie con sorpresa una frase detta dall’alunno a ribadire un passaggio esposto poco prima dall’insegnante di sostegno presente al colloquio.

Sto cercando di far passare la gioia, contaminata certo dall’emozione e dalla preoccupazione che andasse per il meglio e non verso il peggio, la gioia dunque di aver preso parte a questo momento e di aver contribuito al lavoro che è stato presentato.

Contribuito come? Forse l’unica cosa che posso dire di aver apportato con insistenza, fermezza e tenacia è stato l’aver dato modo di non ridurre ogni problema incontrato nel percorso a posizioni manichee, ad un Sì o un No, ad un giusto o sbagliato, ma a sollevare il problema in modo da chiarirne i contorni, i bordi, le sfumature, le implicazioni. La logica, e da qui provare una strategia per farvi fronte, che non escludesse la singolarità in gioco. Operazione possibile non da solo, non senza la presenza di un luogo dove permettere che ogni difficoltà potesse venir dispiegata, lasciando anche lo spazio per porre in luce quel versante inaccettabile e indicibile che quel particolare problema comportava. Un luogo dato dalla circolazione di parole tra chi era in causa nel lavoro, parole orientate dalle difficoltà incontrate da ciascuno, senza che nessun altro venisse a metterci il marchio della soluzione che pensava giusta, ma lasciando vuoto il posto della soluzione da trovare, lasciando il posto alle trovate, alle invenzioni, alle sorprese.

Invenzione come questa, testimoniata dalle parole scritte dall’altra insegnante di sostegno, poco prima della pausa natalizia, a seguito di un lungo momento di difficoltà incontrata nel lavoro a fianco dell’alunno:

Ho pensato di mollare.

Tante volte.

Arrivavo a scuola distrutta, col fiato corto, e lui che sentiva la mia stanchezza, non trovandogli un posto, una ragione, si arrabbiava, stava male, ed io con lui, perché non mi riusciva di far di meglio.

Poi, un giorno, non sapendo più che fare, ho iniziato a scrivere sul suo quaderno.

Cose così, scollegate, parole circolari, buttate fuori come le pensavo. E lui ha iniziato a rispondermi, scrivendo, anche lui così come le pensava, in un dialogo a tratti buffo e sconclusionato, più spesso pennellate alternate di due mondi che si incontrano.

E, come tutti gli incontri, mai per caso.

Ci scriviamo, passandoci lo stesso quaderno, ormai da mesi, senza parlare, uno di fronte all’altra, in una forma di corrispondenza epistolare mai sperimentata prima, che chi ci guarda si chiederà che mai avremo da scrivere, tutto il giorno, tutti i giorni.

Non lo dirò, perché si tratta di due mondi che si incontrano, si curano e si accolgono, e sono quindi cose preziose che appartengono solo a me e a lui.

Dirò, però, che dentro le nostre diverse paure, dentro al dolore, abbiamo trovato le parole giuste.

E stiamo meglio.

Tutti e due.

Oggi ci siamo salutati ridendo con gli occhi, e io avrei voluto dire tante cose, ne ho detta solo una: “Grazie.”

Lui mi ha sfiorato la mano, la sua manona sulla mia manina, e ha detto: “Quando torno sono lì per te Sarina mia, e tu lì per me. Questo è il Natale”.

Tornando all’esame, nel momento in cui sono stato invitato io a presentare il lavoro svolto, mentre parlavo di quanto fatto con Luca, del modo in cui è stato fatto, Luca esclama: “Sintesi provvisoria!”.

Risate.

È stata una gioia aver preso parte a questo momento.

Omar Battisti, Sara Gnoli, Davide Orlandi

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