Susana Liberatore, Partecipante alle attività della SLP, Bologna
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Il titolo di questo testo prende spunto dal libro: “Imbarazzismi. Quotidiani imbarazzi in bianco e nero”1di Kossi Komla-Ebri. L’autore, cittadino italo-togolese, è nato in Togo nel 1954 e dal 1974 residente in Italia, dove si è laureato in medicina e chirurgia. Oltre alla sua vita professionale, collabora come mediatore interculturale nel campo della scuola e della sanità e ha scritto numerosi racconti, articoli e saggi. Nel libro citato, l’autore raccoglie diversi episodi della vita quotidiana -vissuti anche di persona – sollevando sguardi, pregiudizi, commenti e situazioni che non esita a denunciare come razzisti. Tra i numerosi esempi, il “professore di fede liberista-avanguardista” che più volte invita Kossi a passare il fine settimana con la sua famiglia: non riesce “proprio a capire come fa la gente ad essere razzista” ma, all’ipotesi di uno sposo togolese per la figlia, risponde con un imbarazzato: “Beh… questa è un’altra cosa!”2. Oppure durante un incontro interculturale a scuola, quando alla risposta dei ragazzi: “Il razzista è il bianco che non ama il nero!” come definizione del termine “razzista”, l’autore risponde: “E il nero che non ama il bianco?”3, suscitando così, all’improvviso, una reazione stupita e incredula della platea.
Oltre al merito di offrire al lettore una panoramica dei luoghi comuni e degli episodi di ordinaria discriminazione che subiscono costantemente gli immigranti nella vita quotidiana, questo testo ha – a mio avviso – il merito ancora maggiore di sottolineare un certo effetto: il sussulto, l’imbarazzo – appunto – di fronte a qualcosa che, attraverso il confronto con lo straniero, con l’altro diverso, viene fuori da noi stessi. Il libro dunque, ci presenta un insieme di ritratti tra l’esilarante e l’inquietante, che mette in evidenza una reazione, ovvero quel: “Inquietarsi o sorridere, questa è la scelta quando lo straniero ci assale; tutto dipende dalla familiarità che abbiamo con i nostri fantasmi”4, come sostiene Julia Kristeva in “Stranieri a se stessi”.
A proposito dell’imbarazzo, Lacan ne parla – e non per caso – nel suo Seminario X, L’angoscia5. Ricordiamo che in esso Lacan considera l’angoscia come la via privilegiata per accedere al reale, oltre alla via significante, attraverso quel “resto” che egli chiama oggetto a. Nelle prime pagine Lacan riprende il testo di Freud: “Inibizione, sintomo e angoscia”6inserendo ogni concetto in una griglia con degli altri, conformando così un quadro che metterà in luce le differenze e i rapporti tra di loro. É proprio in questo quadro che troviamo l’asse orizzontale della difficoltà: “che comincia con l’inibizione e prosegue con l’impedimento, sfocia in quella forma leggera di angoscia che si chiama imbarazzo“7. L’imbarazzo è, secondo Lacan, “il soggetto S rivestito dalla barra, $, giacché imbarricare fa allusione direttamente alla barra in quanto tale. Abbiamo qui l’immagine del vissuto più diretto dell’imbarazzo. Quando non sapete più che fare di voi stessi, cercate qualcosa dietro cui ripararvi. È questa l’esperienza della barra”8. In questo senso, per Lacan: “L’imbarazzo è il massimo della difficoltà raggiunta”9. Lacan riprenderà la sua analisi e le sue considerazioni sull’imbarazzo molte pagine più avanti, precisamente per parlare dell’acting-out, definendo come l‘”imbarazzo supremo” il momento in cui la giovane omosessuale di Freud incontra lo sguardo di disapprovazione del padre10.
E proprio nelle prime pagine del Seminario sull’angoscia, mentre dispiega il suo quadro, Lacan osserva che in diversi dialetti e lingue l’imbarazzo assume diverse forme. Mentre il termine in francese, così come in italiano, implica disturbare o rendere poco agevole con qualche impedimento l’attività, il movimento, il passaggio, oppure mettere in difficoltà una persona11, in spagnolo, come sottolineato dallo stesso Lacan, “l’embarazada, designa la donna incinta. Ecco un’altra forma, molto significativa, della barra al suo posto”12.
Imbarazzo quindi, così come segnalato da Lacan in questo Seminario, indica sia la divisione soggettiva sia quella dimensione altra da noi stessi, che, come un corpo estraneo, abita in noi e riguarda il reale. Ora, a partire da queste considerazioni, vorrei tornare al testo di Kossi Komla-Ebri, in particolare al titolo dell’opera: “Imbarazzismi”. Si tratta di un neologismo che comprende il significante “imbarazzo” e il suffisso -ismo, al plurale. Da questa condensazione si può cogliere anche il significante “razzismo”. Per dispiegare questo gioco di parole, questo groviglio che nasconde una logica implacabile, in cui ciò che è alla base è il rapporto determinante con l’Altro, forse bisogna chiedersi, come Miller durante la sua lezione del corso Extimité13 del 27 novembre 1985, intitolata: Le cause oscure del razzismo14, “Come si articola l’Altro con il proprio reale?”15. Secondo Miller attraverso il razzismo possiamo cogliere quell’eccesso che è qualcosa di più dell’aggressività. “Vi è una consistenza di tale aggressività che merita il nome di odio e che ha di mira il reale nell’Altro”16. Si tratta, per Miller, dell’“odio del godimento dell’Altro (…) In particolare l’odio del modo in cui gode l’Altro”17. E qui, secondo Miller, si colgono numerosi fantasmi, così come Kossi Komla-Ebri illustra nel suo libro. Si tratta di figure variopinte dell’eccesso dell’altro straniero, nelle sue diverse e contraddittorie forme: un sovrappiù di godimento che si concentra nell’imputazione all’Altro di un’attività instancabile, di un gusto eccessivo per il lavoro, oppure nell’attribuirgli una smisurata pigrizia e un rifiuto del lavoro. Come Miller sottolinea, è incredibile come si può passare con tanta rapidità ad un più e ad un deficit, che ha come comune denominatore: “l’idea che l’altro voglia ricavare una parte indebita di godimento”18.
Sappiamo che Lacan aveva già profetizzato i processi segregativi19 e l’ascesa del razzismo20 nel 1967 e 1973 rispettivamente. Miller, nel testo citato, parla del razzismo moderno e, nella sua analisi, mette in connessione il termine “sessismo” e “razzismo”, per dire che in ogni caso, si tratta del “rapporto inconscio con il godimento”21. E conclude il suo testo dicendo: “Le differenze vengono dalle localizzazioni, dall’uso del godimento nell’ordine d’un discorso”22.
Alla luce di queste riflessioni è interessante considerare che nell’anno 2015, per la prima volta, il dizionario Merriam-Webster ha nominato un suffisso come parola dell’anno, riflettendo il fatto che molte delle parole di rango più alto di Merriam-Webster avevano una cosa in comune: finivano in -ism23. Il suffisso ismo24 deriva dal suffisso greco antico -ισμός (-ismós). In seguito, il suffisso entrò nella lingua italiana attraverso il latino -ismus. Tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, l’ismo veniva adottato per indicare dei movimenti religiosi o di riforma controcorrente della loro epoca come, ad esempio, l’abolizionismo, il femminismo, il proibizionismo, ecc. Nel 2004 l’Oxford English Dictionary riportò che ism, corrispondente inglese dell’italiano “-ismo”, viene utilizzato in quei nomi che implicano la superiorità di un individuo su un altro (razzismo, sessismo, specismo), oppure nel caso di sostantivi che fanno riferimento alla discriminazione e il pregiudizio nel confronto del prossimo25.
Per concludere possiamo dire che ciò che è in gioco in questo rapporto con l’Altro è la constatazione di un reale non riducibile sul piano “bianco o nero”. Forse per questo motivo l’analisi del razzismo – come sostiene Miller – ci dà la possibilità di cogliere quell’al di là della tavolozza di colori che attraverso i discorsi, nelle diverse culture, utilizziamo per localizzare le differenze. Cioè quell’eccesso non circoscrivibile, classificabile, e persino colorabile. A questo punto vorrei finire con queste riflessioni di Fernando Savater26. Noto filosofo spagnolo impegnato contro il terrorismo e il nazionalismo basco, nel suo saggio sul nazionalismo, egli nota che: “gli “ismi” nell’ovvietà indicano sempre un’enfasi tutt’altro che ovvia, così come le parole che terminano in “ite” stanno ad indicare la presenza di un’infiammazione, e non il semplice possesso di un organo. Come ha segnalato, a ragione e con grazia, Julián Marías, si può essere consapevoli di appartenere a una nazione senza essere nazionalisti, così come si può avere un’appendice senza soffrire di appendicite…”27.
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[1] Komla-Ebri Kossi, Imbarazzismi. Quotidiani imbarazzi in bianco e nero, Edizioni Dell’Arco – Marna, Milano, 2002.
[2] Ivi, p, 31.
[3] Ivi, p. 13.
[4] J. Kristeva, Stranieri a se stessi, Ed. Feltrinelli, Milano, 1990, p. 174.
[5] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia (1962-1963), Ed. Einaudi, Torino, 2007.
[6] S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia, Opere, Vol. X (1924-1929), Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 1978.
[7] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, op. cit, p. 14.
[8] Ibidem.
[9] Ivi, p.16.
[10] Ivi, p. 121.
[11] Dizionario Treccani: Fonte: https://www.treccani.it/vocabolario/imbarazzare/
[12] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, op. cit, p. 14.
[13] J.-A. Miller, Extimidad, Editorial Paidós, Ciudad de Buenos Aires, Marzo, 2010.
[14] J.-A. Miller, “Le cause oscure del razzismo”, in Attualità Lacaniana, n. 28, Contatto (Luglio/Dicembre 2020), Rosenberg&Sellier, Torino, febbraio 2021.
[15] Ivi, p. 21.
[16] Ivi, p. 28.
[17] Ibidem.
[18] Ivi, p. 29.
[19] J. Lacan, “Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola”, Altri scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 255.
[20] J. Lacan, “Televisione”, Altri scritti, op. cit., p. 528.
[21] J.-A. Miller, “Le cause oscure del razzismo”, op. cit., p. 30.
[22] Ivi, p. 32.
[23] Fonte: https://www.merriam-webster.com/words-at-play/woty2015-top-looked-up-words-ism
[24] Dizionario Treccani: voce: ismo. Fonte: https://www.treccani.it/vocabolario/ismo_res-3b8937ef-0022-11de-9d89-0016357eee51/#:~:text=%2Dism%C3%B3s%5D.,.)%2C%20condizioni
[25] Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/-ismo#cite_note-4
[26] Fernando Savater (San Sebastián, 21 giugno 1947) è un filosofo, saggista e romanziere spagnolo. È stato docente di Filosofia per più di trent’anni nei Paesi Baschi e presso l’Universidad Complutense di Madrid, divenendo noto soprattutto in Spagna per il suo vasto lavoro di divulgazione filosofica e di critica culturale. Ha preso parte attiva a diverse organizzazioni impegnate per la pace nei Paesi Baschi e contro il terrorismo e il nazionalismo basco.
[27] F. Savater, Il nazionalismo in Il mito nazionalista, Il nuovo melangolo, Genova, novembre, 1998, p. 65.



