Intervista di Silvia Elena Tendlarz a Jacques-Alain Miller*
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Domanda.: Come intende la trasmissione della psicoanalisi oggi?
J.-A. Miller: Mi piace il fatto che la parola trasmissione sia legata alla parola psicoanalisi. Al giorno d’oggi questo legame sembra ovvio, ma in realtà non lo è. Mi ricordo come è stata inventata. Era il tema di uno degli ultimi congressi dell’École Freudienne de Paris. Il dottor Lacan voleva ricevere alcune idee per quel congresso, e io gli proposi che, se fosse stato ottimista sul futuro della psicoanalisi freudiana, avrebbe dovuto dare come titolo la trasmissione della psicoanalisi, e se non lo fosse stato, avremmo potuto chiamarlo la tradizione della psicoanalisi. Ha scelto la trasmissione. C’è una differenza tra trasmissione e tradizione. La tradizione esiste quando non si sa cosa si sta trasmettendo, quando si compiono gli stessi gesti, gli stessi riti, la stessa iniziazione. La parola tradizione non implica nessun sapere positivo o scientifico. Implica in un certo senso quello che Husserl chiamava l’oblio dell’origine e si basa sempre su scritti cifrati che nessuno può leggere. La trasmissione è un’altra cosa. Ha come idea limite la trasmissione integrale che rende possibile la formalizzazione. È in questo caso che la parola ha il suo giusto significato. Almeno nella concettualizzazione che abbiamo di Lacan. Bisogna vedere se la psicoanalisi merita una tradizione o se è capace di una trasmissione. Ci sono molti elementi di tradizione nella serie dell’IPA. Al contrario della psicoanalisi, non si tratta di mantenere Freud cifrato ma bensì di decifrarlo. Per esempio, non mantenere come tale la metapsicologia che teneva conto dello stato delle scienze all’inizio del secolo, la psicologia o l’antropologia di Totem e Tabù, ma decifrare ciò che appartiene per struttura all’esperienza psicoanalitica. In questo senso, il ritorno a Freud è una condizione perché la psicoanalisi possa trasmettersi e non solo per continuare l’iniziazione di gesti antichi. È ottimista. Ci sono molte cose nella psicoanalisi che continuano attraverso la tradizione. Alla fine è l’imitazione dell’esperienza del più vecchio, del più esperto. Nelle supervisioni c’è molta tradizione. Ma, allo stesso tempo, è necessario mantenere – sia come ideale, come limite, come idea della ragione, come dice Kant – che dobbiamo sempre cercare di rendere i fatti dell’analisi capaci di una trasmissione integrale.
Domanda: Di solito, nel lavoro ospedaliero, si parla di una certa tradizione che si cerca di portare avanti seguendo certe linee e direttive dei maestri. Cosa pensa di questa opposizione tra tradizione e trasmissione nella pratica ospedaliera?
J.-A. Miller: È vero che esiste una tradizione medica. L’elemento scientifico non è in primo piano nella costituzione della medicina. La medicina esisteva molto prima del discorso della scienza, della scientificità. Lo sviluppo di questo discorso riduce il ruolo proprio della medicina. Lo si vede bene nella psichiatria. Chi promuove i progressi della medicina molecolare profetizza la scomparsa della psichiatria. Ho fatto un’intervista, pubblicata su Ornicar?,[1] a Jean-Pierre Changeux, che è il successore di Jacques Moreau, e in questa intervista lo dice chiaramente. L’ho intitolata “L’uomo neuronale” perché è una definizione dell’uomo, non a partire dal significante o dalla parola, ma dalla rete neurale. Dopo quell’intervista ha scritto un libro, che è stato il libro scientifico di maggior successo dello scorso anno, con lo stesso titolo. È stata una sorpresa per me aver aiutato in questo modo un’impresa così contraria alla mia. Allo stesso tempo, credo sia importante rendersi conto che, nel campo della psichiatria, è in corso un discorso che è cambiato molto negli ultimi anni e che cambierà ancora di più. Di fronte agli straordinari progressi della biologia molecolare, la resistenza più grande è quella della psicoanalisi. Nella spina dorsale della resistenza contro l’uomo neuronale c’è l’essere parlante. In Francia questo si vede già dal fatto che i classici della psichiatria siamo noi, gli analisti. È assolutamente vero – come lei dice – che ci sono maestri in psichiatria fin dall’inizio. Per questo bisogna leggere La nascita della clinica di M. Foucault, per vedere il posto che ha l’insegnamento di un maestro con cui si impara una clinica. All’epoca della formazione di Lacan era come oggi. Lacan parla del suo unico maestro che fu Clérambault, l’inventore dell’automatismo mentale. E penso – questa è una mia intuizione – che abbia avuto un’influenza molto forte sullo stile di Lacan e sul suo atteggiamento. Una volta ho chiesto a Lacan perché un uomo come lui abbia voluto diventare medico, e credo che in gioventù abbia subito un certo fascino per la posizione del medico insegnante, e questo si può leggere in ciò che dice di Clérambault. Lacan non ha mai interrotto il suo rapporto con la pratica ospedaliera. Per anni – nonostante la sua crescente pratica analitica, che negli ultimi anni era enorme – ogni settimana si recava all’ospedale di Sainte-Anne per valutare i casi presentati da un’équipe dell’ospedale e Lacan si intratteneva con i suoi allievi per un’ora e mezza o due ore, fino all’ultimo anno della sua vita. Per noi questo è stato un insegnamento di Lacan che non è molto noto. Tutto questo è stato all’origine della creazione della Sezione clinica. Negli anni ‘70 la presentazione cominciò a essere quindicinale, perché l’altra settimana ci riunivamo (al massimo in 10) per discutere il lavoro della settimana precedente. Dopo quel lavoro regolare di due o tre anni, decidemmo che per far progredire le cose era necessario insegnare ad altri analisti a farlo. Fu così che si riunì un gruppo di quaranta persone e fu proposto loro un gruppo di insegnamento clinico in ospedale. Con questo piccolo gruppo è nata l’attuale Sezione clinica, che raccoglie ogni anno quattrocento o più partecipanti (tra cui molte persone della provincia e molti stranieri). La Sezione clinica è nata in una connessione del Dipartimento di psicoanalisi con l’ospedale, e oggi la Sezione clinica è presente in sette istituzioni ospedaliere di Parigi. L’anno prossimo apriremo una nuova unità clinica dedicata alla psicosomatica. In altre parole, l’ospedale è all’origine ed è il perno della Sezione clinica. All’inizio ci sono stati molti malintesi. Ad esempio, la presentazione clinica dei casi da parte di Lacan fu criticata da Maud Mannoni, che riteneva che questa pratica fosse in contraddizione con quella della psicoanalisi. Lacan rispose con forza che i suoi strepiti non gli avrebbero impedito di continuare a fare quello che faceva da anni. Sulla base di questa critica, ho tenuto un intervento a un congresso dell’École Freudienne de Paris sull’insegnamento della presentazione dei malati di Lacan, a cui aveva dato pubblicamente la sua approvazione. Quindi credo che l’ospedale – anche se è un luogo diverso da una scuola psicoanalitica o dall’università – possa avere un posto importante nell’elaborazione della clinica psicoanalitica.
Domanda: Quale sarebbe la specificità della trasmissione della psicoanalisi in ospedale?
J.-A. Miller: Mi sembra ovvio che l’ospedale non è una scuola di psicoanalisi, perché d’altra parte penso sia necessario, per chi vuole autorizzarsi ad analizzare, fare l’esperienza ospedaliera del paziente psicotico. È necessario, sia per la teoria che per la pratica, conoscere la specificità della nevrosi. Non bisogna dimenticare che la distinzione tra nevrosi e psicosi prima dell’analisi è un requisito fondamentale in senso lacaniano. Per Lacan, le strutture cliniche esistono in quanto tali ed è necessario essere in grado di stabilire gli elementi di una diagnosi. Non ci si può sottrarre alla diagnosi. In secondo luogo, a prescindere dalla gravità del caso, non dobbiamo mai dimenticare che lo psicotico è anche un soggetto. Questo aspetto è stato molto discusso in questa sede. È stata sollevata la questione se l’autistico sia un soggetto. La mia posizione è che, nonostante non sembri un essere parlante, è un soggetto perché esiste il parlessere, cioè non si tratta di qualcuno che effettivamente parla, ma di qualcuno determinato dal linguaggio ed eventualmente dal linguaggio degli altri. L’autismo può essere considerato come una soluzione a ciò che è stato posto al soggetto dal discorso dell’Altro. D’altra parte, il famoso ascolto analitico ha il suo posto con gli psicotici. Bisogna vedere cosa Freud ha ricavato dal caso Schreber attraverso il suo testo. Le strutture freudiane nella psicosi appartengono al campo del linguaggio. Infine, vorrei dire che il paziente deve essere rispettato. Per questo non è necessario essere lacaniani o freudiani, ma essere in grado di conservare per un altro essere umano il rispetto fondamentale che merita in ogni caso.
Traduzione: Adele Succetti
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* Pubblicata in Malentendido N. 1, Buenos Aires, Argentina, 1986
[1] J.-P. Changeux, « L’homme neuronal », intervista con J.-A. Miller, A. Grosrichard, É. Laurent & J. Bergès, in M. Foucault & al, Cinq grands entretiens au Champ freudien, Paris, Navarin, 2021.



