Laura Storti, Presidente della SPLcf, Membro AME della SLP e dell’AMP, Roma
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Tra il 21 e il 25 settembre l’Ordine Nazionale degli Psicologi chiama i suoi iscritti a votare, con un unico quesito referendario, l’accettazione o il rifiuto del nuovo Codice Deontologico.
Il testo in votazione merita una lettura e una valutazione approfondite, ma quel che immediatamente risalta nella sua impostazione è l’affievolirsi del principio del segreto professionale, aspetto che ci pone non poche preoccupazioni. É in sostanza la pericolosa conferma della crescente sottomissione della figura dello psicologo e dello psicoterapeuta al ruolo di “controllore” del supposto bene pubblico, così come dello stesso ordine pubblico, ovvero sempre più al servizio del discorso del padrone. Già negli anni settanta Jacques Lacan metteva in guardia gli operatori psy dal pericolo di ricoprire il ruolo del collaborazionista.
Ma anche altri passaggi del documento appaiono quanto meno discutibili. In particolare, la premessa “etica” del nuovo Codice deontologico, che non viene neanche sottoposta a votazione e che recita al primo punto: «Le psicologhe e gli psicologi fondano le loro ricerche e la loro pratica professionale su conoscenze scientifiche specifiche, discusse e condivise dalla comunità scientifica internazionale e nazionale».
Al di là della mancata definizione di quali comunità scientifiche internazionali e nazionali si tratta, considerando che tali comunità operanti a livello nazionale e internazionale rappresentano una molteplicità non riducibile, ciò che appare evidente è il rischio che l’operato del terapeuta venga imbrigliato sempre più all’interno di linee guida ministeriali sempre più stringenti e standardizzate. In nome della “scientificità”, si rischia di impartire soluzioni terapeutiche non al soggetto in cura, bensì a una presunta comunità sociale e politica che custodisce e impone il suo concetto di salute e di cura. Una standardizzazione della cura che elide la singolarità del soggetto, elemento imprescindibile nell’operato dello psicoanalista.
Un ulteriore punto critico che emerge dal testo è la subordinazione sempre maggiore della cura psicologica al principio del “diritto alla salute”. Assunto che lascia prevedere il venir meno del principio di autodeterminazione e di libertà di cura, a cui consegue, a nostro parere, l’esclusivo affidamento alla psicologia cognitivo comportamentale. Come abbiamo già visto in questi ultimi anni, in particolare nel dibattito sull’autismo, ma anche nella codifica e nella gestione dei DSA, quest’ultima diventerebbe in tal modo l’unica pratica terapeutica funzionale al paradigma dei protocolli.
Mi sembra di poter affermare che questo documento ben ci delinea l’abbraccio sciagurato tra “scienza” e mercato che ha come epilogo il moltiplicarsi di luoghi di segregazione.
La Redazione di RETE LACAN, che intende dare spazio e sviluppare le questioni poste da Laura Storti, vi invita ad inviare brevi testi per prendere posizione rispetto alle derive del nuovo discorso tenuto da un Ordine professionale a cui, in Italia, siamo tutti iscritti.



