Luca Curtoni, partecipante alle attività della SLP, Sondrio
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Erano gli anni ‘80 quando, studente di filosofia ma soprattutto amante della psicoanalisi, dovetti incassare il primo colpo inferto alla mia passione più autentica. La Legge Ossicini mi impose infatti una lunga deviazione impedendomi di accedere alla Scuola di specializzazione in psicologia clinica se non attraverso una laurea in Psicologia che di lì a poco venne equiparata a facoltà scientifica. Sfruttai l’occasione per fare un percorso entusiasmante all’interno del pensiero filosofico rimanendo affascinato soprattutto dalla filosofia della scienza. Così come non ebbi nessuna preclusione nell’affrontare l’esperienza accademica di una laurea in psicologia. Mi colpirono molto quindi le parole lapidarie che mi disse Carlo Viganò quando, ormai psicologo, mi rivide, dieci anni dopo il primo incontro in Bocconi (dove aveva tenuto un Seminario su Lacan): “Questa facoltà non le servirà a niente”. Mi sembravano parole eccessivamente tranchant, ma l’avvio della mia pratica di analista mi fece rendere sempre più consapevole che le due aree, quella della psicologia, sempre più autoreferenziale ed etichettata come scientifica, e quella della psicoanalisi, stavano pericolosamente divergendo, anche se la psicoanalisi dava segni di grande vitalità, tanto da far scrivere al The Guardian che era in atto una vera e propria “rivincita della psicoanalisi”1. Fu proprio in quegli anni che la situazione inizia però a precipitare con la promulgazione di una serie di leggi: la legge 170/2010 che riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento, legge che nel tenere “conto dell’evoluzione delle conoscenze scientifiche in materia” fa siglare una intesa tra lo Stato (MIUR) e il CNOP, che si assicura in tal modo l’ambito dell’apprendimento scolastico; la legge 134/2015 riguardante le linee guida in materia di diagnosi, cura e abilitazione delle persone con disturbi dello spettro autistico, ma soprattutto le leggi 219/2017 sul consenso informato e la 3/2018 sul riordino delle professioni sanitarie. Sono leggi che si corroborano reciprocamente e delineano il nuovo ethos professionale che va inquadrato nel “Sistema Salute”, facendo scivolare il concetto di quest’ultima e, conseguentemente anche la posizione dello psicologo, da un ambito privatistico a un ambito pubblico, affidando allo Stato il compito di definire che cos’è salute e che cos’è malattia. È stata però necessaria una contingenza storica, l’emergenza Covid e la sua gestione centralizzata attraverso gli Ordini delle professioni sanitarie, per coagulare tutte le linee che abbiamo visto fare parte di un lungo processo storico, rendendo così possibile quella che Paul Feyerabend, uno dei più importanti filosofi della scienza del ‘900, chiamava identificazione tra Stato e scienza, sodalizio che si realizza tutte le volte che viene concretizzata la convinzione che esista un metodo certo e/o universale che offra agli scienziati le coordinate logiche per muoversi all’interno dei propri ambiti di studio, dimenticando che gli stessi, nei fatti, non hanno mai obbedito a un metodo ma hanno praticato una molteplicità di vie e metodi. Secondo Feyerabend, la scienza (soprattutto nella sua vocazione positivista), che viene legittimata dallo Stato attraverso le sue istituzioni, non dovrebbe più rivendicare una condizione privilegiata all’interno della società ma dialogare con tutte le altre forme di attività umane, non meno dignitose e anche razionali, all’interno delle quali, per noi, c’è la psicoanalisi. Perché ci possa essere una “Scienza in una società libera”2, fuori dalle logiche di mercato, è necessario che si sciolga da entrambe le parti questo sodalizio nefasto e che, da una parte, la società si riappropri di una condizione di libertà, in cui la politica, l’etica, ecc. non siano più condizionate massicciamente dalla monolitica forma di razionalità scientifica ed i curriculum non siano più improntati solo alle conoscenze di tipo scientifico, sempre più ideologiche. Così come dall’altra parte, la scienza, sganciandosi dalla patologica identificazione con lo Stato, deve trovare le condizioni ideali per svilupparsi liberamente.
L’allineamento della psicologia alla medicina, ormai da anni disciplina che ha abbandonato ogni riferimento al senso clinico per favorire un approccio fatto di protocolli, ha invece di fatto esautorato il campo psicoanalitico, che, a differenza della psicologia comportamentale, è strutturalmente non funzionale all’algoritmo sanitario, sia per una questione di tempi, sia di verificabilità ma soprattutto perché impossibilitato a rinunciare ai suoi fondamenti epistemici: la centralità del soggetto, che è il soggetto dell’inconscio, la sua visione della cura, che non può mai scivolare nella direzione del paziente, il concetto di tempo (che è logico e non fisico), ecc. L’approvazione della proposta di revisione del Codice deontologico delle psicologhe e degli psicologi, con un tono molto autorevole, se non autoritario nello spirito e nella lettera, ci ha portati su un terreno che non ha più nulla a che fare con la psicoanalisi. L’istituzione statale dell’Ordine (ente pubblico che deve garantire l’interesse generale) avrà il potere di controllare che la nostra pratica clinica ottemperi il “dovere”, declinato in termini giuridici, di allinearsi a “standard “non meglio precisati, a “linee guida e buone pratiche clinico-assistenziali” rispetto alle quali l’analista sarà oggettivamente responsabile. Non abbiamo più a che fare soltanto con l’affermarsi di un paradigma (quello cognitivo-comportamentale) che ha la meglio sugli altri (come possiamo constatare nei diversi atenei italiani), o con l’essere costretti a vivere in riserva (cosa che gli psicoanalisti italiani hanno dimostrato di saper fare piuttosto bene..), ma è il dover abiurare il paradigma della psicoanalisi.
Come afferma Jacques-Alain Miller in un interessante e attuale testo3, bisogna seguire Freud nel non “confondere medicina e psicoanalisi”, identificazione che “è storicamente fallita”4 ma che è quella che si è imposta in Italia in questi ultimi anni con il mimetismo della psicologia che vuole ammantarsi di scientificità imitando le discipline mediche e che trova nel diritto disciplinare la sua legittimazione totalizzante. L’unica deontologia che ci riguarda, per dirla ancora con Miller, è quella “di essere un analista”, compito che ci pone in una condizione di strutturale diversità dallo psicologo cosiddetto “scientifico” e che ci fa orientare verso la nostra comunità per avere quella garanzia che il Codice revisionato delega allo Stato. In altre parole, si ripropone, più drammaticamente però, la radicale alterità tra inconscio e cervello che i lavori del Congresso europeo di Psicoanalisi tematizzarono nel 2019: inconscio e cervello, nulla in comune. L’appello di quel convegno era quello di difendere l’inconscio della psicoanalisi, proteggendolo dall’imperialismo della psicologia e psichiatria scientifiche che vorrebbero trasformarlo in inconscio cognitivo, con una base neurale che soddisfa pienamente l’esigenza di scientificità invocata dalla società. Separare la psicoanalisi dallo scientismo egemonizzante diventa l’unico modo per fare psicoanalisi nel solco di Freud e Lacan.
Se Freud ha inventato (o scoperto) la psicoanalisi, istituendo un campo di ricerca e di pratica, in Italia, la psicoanalisi, derubata dei suoi strumenti teorici e operativi, è ora chiamata a rivendicare e riconquistare il suo spazio vitale. Ne va della sua sopravvivenza.
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[1] In questo articolo, pubblicato nel 2016, vennero menzionati importanti studi che mettevano a confronto i vari modelli psico-terapeutici evitando il vizio metodologico della raccolta dei dati immediatamente dopo la fine della terapia. A distanza di tempo le evidenze mostrano infatti che i benefici delle psicoterapie brevi spesso svaniscono, mentre gli effetti delle terapie psicoanalitiche rimangono, o addirittura aumentano, suggerendo che possono ristrutturare la personalità in modo durevole, anziché semplicemente aiutare le persone a gestire i loro stati d’animo.
[2] Cfr. P. K. Feyerabend, La scienza in una società libera, Feltrinelli, Milano, 1981.
[3] Cfr. “Psicoterapia e psicoanalisi”, in J.-A. Miller, I paradigmi del godimento, Astrolabio, Roma, 2001.
[4] Ivi, p. 161.



