Adele Succetti, Membro SLP e AMP, Milano, ottobre 2023

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“Siccome ciascuno pensa nella sua lingua, o in quella che gli è più familiare, così ciascuno gusta e sente nella stessa lingua le qualità delle scritture fatte in qualunque lingua.”

Leopardi, Zibaldone, 963, 20-22 aprile 1821

 

La psicoanalisi da sempre si occupa degli effetti della lingua sull’essere parlante, ma di quale lingua si tratta? Della madre lingua e non solo… già Freud, infatti, ha messo in valore il fatto che l’inconscio, nel suo lavoro di cifratura, può servirsi anche di lingue straniere che, in un modo o nell’altro, hanno prodotto, talvolta attraverso l’equivoco, effetti nel corpo del parlante: effetti di senso, ma soprattutto, effetti di godimento. L’inconscio, infatti, ha la sua grammatica e traduce, come può, e con quello che trova a sua disposizione. L’inconscio, infatti, traducendo interpreta, come segnala J.-A. Miller.

Al contempo, per la psicoanalisi in quanto esperienza di parola – dopo averla incontrata o per farsi insegnare da essa – in molti e in molte hanno viaggiato, attraversato frontiere e scommesso sulle risonanze delle lingue per elaborare, per portare alla luce e per circoscrivere quello che è il proprio reale, anzitutto cercando di metterlo in parole. Si tratta, anche in questo caso, dell’atto di tradurre, termine che deriva dal latino traducĕre e che significa “far passare”, “trasferire”, “condurre” (ducere) al di là (trans). Un vero e proprio lavoro… mosso dal transfert e dal desiderio di ben dire.

Secondo Antonio Prete, saggista, poeta e grande traduttore di Baudelaire e di altri poeti di lingua francese, la traduzione è “un lavoro di formazione, e di conoscenza. Un atto di crescita”,1 in cui la ricchezza delle lingue apre a nuovi mondi, in altri termini al nuovo. “Ogni lingua”, scrive, “sembra attendere il transito in una nuova lingua per potersi rinnovare”. È la sfida e il compito dei poeti…

Nel 1973, Lacan sottolinea piuttosto l’aspetto di perdita che la traduzione implica: “è sempre una riduzione e c’è sempre una perdita nella traduzione. Ebbene, in realtà ciò di cui si tratta è che si perda. Si tocca con mano, non è vero, che questa perdita è il reale stesso dell’inconscio, il reale stesso. Il reale per l’essere parlante è che si perde da qualche parte, e dove? È qui che Freud pone l’accento, si perde nel rapporto sessuale”.2 Ma è proprio perché non c’è rapporto sessuale, proprio perché c’è una perdita che può realizzarsi, in atto, quel tentativo impossibile della traduzione, il cui destino è il tradimento. Ciò che, infatti, obietta alla traduzione da lingua a lingua è propriamente lalingua, vale a dire la lingua (materna) con il suo carico di godimento che corrisponde, come indica Miller, nel suo corso “Tout le monde est fou”, allo “stato liquido della parola”3. La “parola liquida” non ha nulla a che vedere con la struttura del linguaggio, essa è piuttosto dell’ordine del corpo, degli affetti che il corpo prova, degli eventi di corpo che lo mobilitano, come una secrezione.

Nell’intervista che Omar Battisti ha fatto ad Olena Samoilova e nei due testi che seguono, è possibile cogliere qualcosa dell’impossibile che la singolarità di ogni lalingua porta con sé. È possibile percorrere, inoltrarsi nei vuoti, circoscrivere la perdita, che, però, permette anche l’invenzione, la soluzione inaspettata e un’apertura. “L’analisi”, infatti, dice ancora Lacan, “è il polmone artificiale grazie a cui si cerca di assicurare ciò che bisogna trovare come godimento nel parlare affinché la storia continui”.4 Monito che, in questi tempi bui di guerre e di violenze, è più che mai necessario….

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[1] A. Prete, All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione, Bollati Boringhieri, Torino, 2011, p. 12.

[2] J. Lacan, « Le jouir de l’être parlant s’articule », La Cause du désir, n. 101, 2019, p. 12.

[3] J.-A. Miller, “Psychanalyse en immersion », La Cause du désir, n. 106, 2020, p. 26.

[4] J. Lacan, « Le jouir de l’être parlant s’articule », op. cit., p. 13.