Adriana Isabel Capelli, membro SLP e AMP, Firenze, ottobre 2023

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Embrollo…! embrollo… ! come si dice questa parola in italiano? Non lo sapevo. Ero in seduta. L’analista si alza, prende un grosso libro dalla libreria e me lo dà in mano. È un vocabolario spagnolo – italiano. Leggo lì la traduzione della parola: embrollo è imbroglio.

L’imbroglio della parola è uno dei primi incontri che si fanno all’inizio di un’analisi. All’analizzante corrisponde la fatica del lavoro del transfert, per spostarsi tra le parole e le lettere del linguaggio che risuonano nella sua lalingua. All’analista corrisponde occuparsi di mantenere il sembiante dell’oggetto che causa il suo dire e il luogo dell’Altro barrato. Un luogo dove le categorie dell’essere e dell’avere si mantengono vuote. Luogo di un vuoto, di una mancanza a essere e anche luogo del non c’è rapporto sessuale che è il reale della psicoanalisi.

Ero in Italia da pochissimo tempo. Non avevo fatto studi di lingua italiana, appena qualche rudimento di grammatica. Per parlare in italiano passavo dalla mia madre lingua, lo spagnolo e provavo a fare una traduzione. Penso che non era semplice capire le mie costruzioni. Ma parlare in analisi non era e non è una semplice chiacchiera al bar.

Ero “libera” dall’essere capita perché in analisi c’è sempre la sorpresa dell’effetto soggetto di quello che si dice in quello che s’intende. Ogni taglio, ogni interpretazione o scansione o anche una punteggiatura, apriva nel dire uno spazio – tempo che mi conduceva verso l’enigma del sintomo.

Ciò che sembrava difficile da raggiungere, cioè esprimersi in italiano con la fluidità con cui lo facevo in spagnolo, avveniva sempre più speso.

Con l’italiano sono cinque lingue che leggo e parlo. Il rapporto con la scrittura è diverso. C’è chi come Elias Canneti ha scelto di scrivere tutta la sua opera in tedesco che non era la sua madre lingua. O chi come Vladimir Nabokov, dopo la sua emigrazione negli Stati Uniti, scelse l’inglese per scrivere. Considero che riguardo la scrittura non esiste una regola fissa nel rapporto del soggetto con la madre lingua e le acquisizioni di lingue straniere. È frequente sentire che i bambini nati in una famiglia bilingue, tendono a rispondere nella lingua del posto in cui abitano. Anche in questa occasione, dipende dall’investimento affettivo che l’Altro materno o paterno hanno fatto sulla lingua madre.

Nella mia esperienza clinica, quando ricevo una persona bilingue, alle volte, davanti all’emergere di un significante privilegiato, chiedo come si direbbe nella lingua materna. La mia richiesta nasce dalla convinzione che nel dire della lalingua del soggetto, il risuonare tocca il corpo, tocca la memoria del corpo che gode. Non penso che ci sia una questione di rapporto alla verità, ovvero che la madre lingua è più veritiera che una lingua acquisita dopo.

Natalia Ginzburg1 nel suo bellissimo libro “Lessico Famigliare” descrive le parole distinte nel discorso famigliare per recuperare l’effetto di affetto che accompagna indissolubilmente la parola.

Nell’esperienza analitica, esperienza dell’uno per uno, ogni soggetto che la intraprende, incontra al di là del linguaggio e della sua grammatica, una lingua straniera fatta dai silenzi della pulsione e fatta dal lavoro per bordare quel buco con ciò che si riesce ad articolare della propria difesa contro il reale.

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[1] N. Ginzburg, Lessico Famigliare, Torino, Einaudi, 1963.