Barbara Aramini, partecipante SLP, Roma, 14.11.2023
Telegraficamente: Sigmund Freud suppone l’inconscio e gli attribuisce delle regole specifiche. È l’anno zero per la psicoanalisi. Il cuore pulsante della tecnica freudiana è l’interpretazione che traccia i contorni del desiderio inconscio, di una verità di cui si sa poco o nulla. Il dire dell’analista punta al disvelamento di un senso latente o di un conflitto in atto. Con Jacques Lacan, l’interpretazione deve anche cogliere, incidere, l’oggetto di godimento in gioco per il soggetto. Freud stesso, nel corso della sua teorizzazione, si rende conto del limite dell’interpretazione.
L’interpretazione è stata subito, per me, un tema capitale che ha sostanziato la nascita di un cartello sulla tecnica psicoanalitica. Ero animata da domande del tipo: come intervenire per evocare la parte metaforica del sintomo? Come puntare al reale? Con la psicosi? Bisognava che fossi brava.
Leggendo Jacques-Alain Miller, su Freud e Lacan, si svelava l’imbroglio. L’esser brava riguardava il soggetto e l’interpretazione materna. Accostando la faccenda dei frammenti di verità, il sapere ereditato dai testi stampati si intrecciava con l’infanzia. La prima interpretazione materna: Barbara è brava, non si vede e non si sente. Ecco che la domanda conscia e performativa sul dire bene, sul fare l’interpretazione giusta, coglieva l’esilio della brava bambina che aveva scelto di far felice l’altro occupando la scena silenziosamente prima e silenziosamente sui libri poi. Non senza la lamentela di non essere vista e sentita.
Nel lavoro di cartello, si chiariva un passo de “La direzione della cura” (1958); nel capitolo “Qual è il posto dell’interpretazione”, Lacan scrive Nessun indice basta a mostrare dove agisce l’interpretazione, se non si ammette radicalmente un concetto di funzione del significante che colga dove il soggetto gli si subordina a tal punto da essere subornato[1].
Subornare ha come sinonimo corrompere; c’è subornazione quando si induce nascostamente una persona, con offerte di denaro o di qualche altro vantaggio, a compiere un atto contrario al suo dovere. Il dover essere brava, che sembrava una questione etica, era animato dall’interpretazione del desiderio materno e dalla subornazione a quei significanti; nella clinica si palesavano gli effetti di godimento.
Miller ne L’Uno tutto solo, l’essere è il desiderio si e ci chiede a partire da ciò che faccio come analista, come posso essere causa di una trasformazione che tocchi il nucleo dell’essere? […] qual è questa azione?[2] Risponde con la strada tracciata da Lacan: l’interpretazione. Deve esserci omogeneità tra l’azione dell’analista e l’essere al quale si applica[3]. Un modo per dire che ciò che muove l’azione dell’analista è la logica del materiale del soggetto, la sua scrittura, non il controtransfert e quindi la soggettività dell’analista. L’analista gioca con a e al posto del morto. Affinché possa emergere il soggetto è necessario che l’analista taccia i suoi sentimenti; deve tacerli, ma deve dire a partire dal testo dell’analizzante. L’ascolto silenzioso prende consistenza in quanto tratteggiato dall’atto. L’atto interpretativo è uno dei modi che ha l’analista per intervenire e abbordare il desiderio e il godimento.
In Analisi terminabile e interminabile, Freud indica nella costruzione la via che l’analista deve percorrere per far emergere il rimosso che non riesce ad apparire nel lavoro analitico. Nell’ inconscio nulla si distrugge. Se un pensiero, un desiderio, un moto c’è stato una volta, anche se ha avuto un battito di ali di farfalla, ci sarà sempre. L’unica possibilità di occultamento è la rimozione; ma la rimozione non è cancellazione: il rimosso torna sotto forma di pezzetti.
Però benché ci sia tutto, capita che non tutto possa ritornare, che non tutto possa essere riconosciuto dal paziente[4]. E allora che si fa? Freud propone la costruzione. L’analista costruisce, in un lavoro solitario, e poi comunica al paziente che ha il compito di ricordare. Lacan ha invece una posizione differente: l’analista deve sì fare una costruzione, deve sì farsi un’idea del caso per condurlo, e il controllo ha anche questa funzione, ma non deve comunicarla al paziente; la costruzione deve essere plastica, modificarsi a seconda degli elementi portati dall’analizzante, e concerne il fantasma: si tratta di isolare le modalità costanti che il soggetto mette in atto, di isolare il godimento in gioco nella vita di quel soggetto e veder delinearsi una regola.
Miller aggiunge che l’interpretazione è un mattone della costruzione.
Freud mette in tensione il tutto – nell’inconscio tutto è conservato – e i frammenti: la costruzione serve a fare di questi frammenti un quadro completo. Ma, perché c’è un ma, Freud arriva a mettere a fuoco, in Costruzioni nell’analisi e in Analisi terminabile e interminabile, che c’è un resto. Resto che Lacan renderà operativo anche nella conduzione di un’analisi: si comunicano solo resti di costruzione per rilanciare le libere associazioni. In un’analisi, l’analista lavora sulla materia grezza fatta di frammenti, brandelli, pezzetti. Ciò che è in questione è il maneggiamento del sapere all’interno dell’esperienza analitica[5].
Se in Freud sembra esserci omogeneità tra interpretazione e costruzione, per Lacan le due si oppongono esattamente come sapere e verità. Dal lato della costruzione il sapere e da quello dell’interpretazione la verità. Non c’è simmetria tra le due.
[1] J. Lacan,” La direzione della cura e i principi del suo potere”, Scritti, Einaudi, Torino, 2002.
[2] J. -A. Miller, “L’essere è il desiderio”, L’uno-tutto-solo, Astrolabio, Roma, 2018, p. 155.
[3] Ibidem.
[4] J.-A. Miller, “Costruzione nell’analisi. Note a margine”, in Quaderni milanesi di psicoanalisi, n° 4-5, luglio-ottobre 1994, p 138.
[5] Ibidem.



