Aurélie Pfauwadel, Membro ECF e AMP,
Come diceva Lacan nel 1966, gli psicoanalisti “hanno l’abitudine di far durare le sedute quarantacinque minuti e poi di fermarsi. […] Penso che l’analista, al contrario, debba mantenere la sua libertà, tra l’altro, di fare una seduta breve o prolungata come meglio crede. […] è lui che deve
decidere il perché”[1]. Le note discussioni di Lacan con i freudiani ortodossi dell’IPA per la sua pratica delle sedute a lunghezza variabile o delle sedute brevi derivano quindi dal fatto che egli riferisce il termine della seduta a ciò che in seguito chiamerà “atto analitico” e “desiderio dello psicoanalista”.
Punteggiare, scandire, tagliare sono tre termini che Lacan usa esplicitamente per parlare della fine della seduta e che hanno a che fare con l’uso della temporalità in psicoanalisi. In contrasto con il carattere ossessivo con cui alcuni analisti si attengono a uno standard, senza preoccuparsi peraltro delle sue variazioni storiche e geografiche,[2] Lacan decide di utilizzare la chiusura della seduta come corda aggiuntiva all’arco della tecnica psicoanalitica.
È come pratica della punteggiatura che Lacan vi fa riferimento nel suo “Discorso di Roma”, poiché secondo lo schema della comunicazione, il significato di una catena significante rimane ambiguo ed equivoco fino a quando la punteggiatura non ne fissa il senso, che può essere colto solo a posteriori, dopo aver messo il punto finale. “Così, è una felice interpunzione a dare il suo senso al discorso del soggetto. È questo il motivo per cui la sospensione della seduta, di cui la tecnica odierna fa un’interruzione puramente cronometrica e come tale indifferente alla trama del discorso, vi gioca il ruolo di una scansione che ha tutto il valore di un intervento per precipitare i momenti conclusivi.”[3]
Non è raro osservare questa urgenza di parlare all’avvicinarsi della fine della seduta, e anche quando questa è fissata in anticipo, viene sempre ripresa nei calcoli e nelle strategie del soggetto – sia al servizio della sua difesa e delle sue resistenze, sia della sua fretta verso un dire autentico che sarebbe spiacevole interrompere per ragioni di tempo.
Certo, “l’inconscio esige tempo per rivelarsi. Ma […] qual è la sua misura?”[4], si chiede Lacan. La divisione del tempo è una questione di discorso, come ci ricorda il fatto che, in fondo, il tempo dell’orologio dipende dal discorso della scienza e dell’invenzione dell’orologio da parte di Christian Huyghens nel 1659[5]. Anche l’avvento del discorso capitalista ha avuto un ruolo importante nel trionfo dell’“universo della precisione”[6], e “il disagio dell’uomo moderno [dimostra che questa non è] in sé un fattore di liberazione”[7]. Il tempo comune, che si suppone obbedisca al principio di realtà, e la voce dell’orologio rientrano nel discorso del padrone e nella meccanica cieca del “tempo del grande Altro”[8], indifferenti alla temporalità soggettiva.
Ma, come sottolinea Jacques-Alain Miller, in psicoanalisi non possiamo “accontentarci di questa differenza sommaria tra il soggettivo e l’oggettivo”[9], l’interno e l’esterno, anche se ha il merito di svelare che il tempo è complesso e stratificato. Lacan ha introdotto un modo di sdoppiamento del tempo che gli è proprio: il tempo logico, che egli distingue dal tempo empirico[10]. Il tempo logico sovverte l’atemporalità della logica classica realizzando “un nuovo tipo di conclusione logica, […] una conclusione intrinsecamente temporale, legata a un atto”[11]. In questo modo, Lacan subordina l’ambito della seduta alle necessità dell’atto analitico, e non viceversa.
Regolandosi sul tempo del soggetto dell’inconscio, Lacan infonde un soffio di libertà nella pratica analitica, che i suoi contemporanei relegavano a una mortificante ritualizzazione. La funzione della scansione è quella di andare al di là dell’intenzione di significazione cosciente e dell’io. Permette di tagliare corto con le razionalizzazioni o con le possibili chiacchiere dell’analizzante, o di allungare la seduta fino a quando non emerga una dissonanza nel discorso liscio e ben oliato dietro il quale si barrica. Attraverso le sue sedute brevi, Lacan ricorda, non senza umorismo, di essere riuscito “a far venire alla luce in un soggetto maschile fantasmi di gravidanza anale con il sogno della sua risoluzione per parto cesareo, in un intervallo di tempo in cui altrimenti saremmo stati ancora lì ad ascoltare le sue speculazioni sull’arte di Dostoevskij”.[12] La seduta breve spinge l’analizzante ad andare dritto al punto, senza deviazioni o abbellimenti. A differenza dei praticanti che interpretano a tutto spiano, questa tecnica “non comporta di per sé alcun pericolo di alienazione del soggetto”: “Giacché non rompe il discorso se non per partorire la parola”[13], dice bene Lacan.
La seduta non deve essere il luogo di un evitamento o di aggiramento, ma deve servire per cogliere al volo le formazioni dell’inconscio che segnano la posizione di godimento del soggetto. Si tratta di rendere la seduta affine e congruente con l’inconscio stesso, che si manifesta solo in modo dirompente e pulsante, aprendosi e chiudendosi, nel battito di una fenditura, come Lacan ha sviluppato nel suo Seminario XI[14]. Il tempo logico è per eccellenza un tempo discontinuo. Ma cosa c’è da sorprendere in questo modo? Quello che dapprima è stato segnato come incontro traumatico originario. Per questo la seduta analitica deve creare le condizioni per un nuovo incontro, per appuntare di sorpresa questo punto così rapidamente ricoperto dalle costruzioni di senso.
Per questo J.-A. Miller, nel suo testo “Il rovescio dell’interpretazione”[15], fondamentale per queste 53esime Giornate de l’École de la Cause freudienne, contrappone due modalità di interpretazione a cui è possibile associare due diversi modi di interrompere la seduta. O l’interpretazione propone un sapere, un S2, che si aggiunge all’S1 iniziale per dargli un senso, come “l’inconscio interpreta”. Oppure l’atto analitico procede in direzione opposta all’inconscio, al di là del principio di piacere, e taglia la seduta prima che la significazione sia stata completata. Quest’altra via, questa pratica post-interpretativa, procede piuttosto separando S1 dall’S2, e consiste “nel non aggiungere un S2, ma nell’isolare S1 […] [per] ricondurre il soggetto ai [suoi] significanti propriamente elementari”[16] sui quali il suo inconscio ha elucubrato. Laddove la punteggiatura come punto de capitone comportava ancora una dimensione semantica, imbrigliata nel dispiegarsi della significazione, questa nuova prassi utilizza piuttosto il taglio come arma principale. “O la seduta è un’unità semantica, dove S2 viene a punteggiare l’elaborazione – delirio al servizio del Nome-del-Padre […]. Oppure la seduta analitica è un’unità a-semantica che riconduce il soggetto all’opacità del suo godimento”[17].
Lo psicoanalista interrompe la seduta per isolare un S1 e farlo risuonare nella sua moterialità, nella sua dimensione di traccia di lalingua sul corpo. Lo psicoanalista taglia nell’inflazione del senso per evitare che il dire venga ricoperto dai detti. Questa pratica va naturalmente modulata caso per caso: nella misura in cui le sedute brevi implicano una perdita di godimento, lo psicoanalista tiene conto della logica singolare del soggetto in analisi e del transfert di ogni analizzante. Ma va notato che può essere clinicamente rilevante utilizzarle sia con soggetti nevrotici che psicotici.
Paul Lemoine, in analisi con il dottor Lacan, sorpreso dal cambiamento della durata delle sedute, un giorno gli chiese: “Perché ormai le sedute sono più brevi?”. Al che Lacan rispose: “È perché voglio fare più solido”[18]!
Si tratta, infatti, nell’analisi di raggiungere la durezza e la fissione di un reale, al di là delle finzioni trasportate dalla fuga del senso. Ne “Il monologo dell’apparola”, J.-A. Miller caratterizza in modo luminoso ciò che costituisce la specificità dell’interpretazione psicoanalitica rispetto a tutti gli altri tipi di interpretazione: “L’interpretazione analitica fa limite”[19]. In particolare, limita il godimento autistico della parola. Infatti, essa va concepita come un arresto piuttosto che come una spinta, sul lato dello scritto piuttosto che della parola, punta verso l’impossibile e assicura non il senso, ma il reale[20]. Questa etica del taglio è l’unico modo per sfuggire all’analisi infinita e per raggiungere una fine dell’analisi.
Traduzione: Adele Succetti
* Cfr. J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, in Scritti, Einaudi, Torino, 2002, p. 310.
[1] J. Lacan, Conversación con Jacques Lacan, 1966, inedito, disponibile su internet.
[2] J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio, op. cit., p. 306.
[3] Ivi, p. 245.
[4] Ivi, p. 306.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] J.-A. Miller, La séance analytique, in La Cause freudienne, n. 46, octobre 2000, p. 14.
[9] Ivi, p. 8.
[10] Ivi, p. 10.
[11] Ibidem.
[12] J. Lacan, Funzione e campo…, op. cit., p. 309.
[13] Ivi, pp. 309-310.
[14] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, Einaudi, Torino, 2003.
[15] J.-A. Miller, Il rovescio dell’interpretazione, (1995), in La Psicoanalisi, n. 19, Astrolabio, Roma 1996, pp. 121-128.
[16] Ivi, p. 125.
[17] Ibidem.
[18] François Leguil riferisce questa vignetta nel suo eccellente articolo F.Leguil, «De la nature du consentement des analysants aux séances courtes », La Cause freudienne, n. 46, op. cit., p. 54.
[19] J.-A. Miller, Il monologo dell’ ”apparola”, in La Psicoanalisi n. 20, Astrolabio, Roma 1996, p. 36.
[20] Ibidem.



