Giovanna M. Mannarà, partecipante Roma, 8 novembre 2023
Oggi la psicoanalisi si confronta con una clinica del passaggio all’atto, con una clinica che è in rapporto diretto con il godimento e con l’imperativo; con un lavoro che convoca allo “scollegamento” in rapporto all’Altro e spesso all’impossibile da interpretare. Adolescenti e giovani adulti giungono allo studio in preda all’angoscia, parlando di un senso di soffocamento rispetto il controllo che ricevono dalle figure adulte, di sentirsi in catene di fronte alla domanda dell’altro. Raccontano di provocarsi tagli e di altre pratiche autolesionistiche. Si leggono dei tentativi da parte del soggetto di “separazione” dall’altro che sconfinano in dei tagli nel reale.
Con il seminario XX Ancora del 1972-73[1] avviene una torsione interna all’insegnamento di Lacan producendo degli effetti attorno alla pratica dell’interpretazione. Questo cambiamento ci conduce ad un altro concetto d’inconscio, situato a partire dal reale del godimento e non più da un senso che deve essere interpretato. Come afferma Lacan:
“Quando (…) l’espace d’un lapsus, non ha più alcuna portata di senso (o interpretazione) solo allora si è sicuri che si è nell’inconscio. Lo si sa, da sé”[2].
Jacques Allain Miller nel suo intervento “Il rovescio dell’interpretazione” parla di “pratica post- interpretativa”, poiché “l’era dell’interpretazione è alle nostre spalle”[3].
Lacan nel Lo Stordito ricorda cosa dovrebbe orientare nella pratica dell’interpretazione: “L’interpretazione, come ho già formulato a suo tempo, attiene alla causa del desiderio, causa che essa rivela, e questo a partire dalla domanda che, con il suo modale, avvolge l’insieme dei detti. Chi mi segue nel mio discorso sa bene io la incarno questa causa nell’oggetto (a), e può riconoscere questo oggetto (da me già enunciato, infatti, molto tempo fa, dieci anni fa, nel seminario del ‘61, ‘62 sull’identificazione, in cui ho introdotto questa topologia) (..)”[4].
Lacan nel Lo Stordito rilancia una definizione dell’interpretazione e prende a riferimento la topologia e la pratica del taglio delle strutture topologiche che produce una trasformazione reale della loro configurazione e sulla cui omologia, cerca di ricostruire la struttura dell’interpretazione analitica. Sulla scia della logica lacaniana è interessante intraprendere una ricerca proprio sul versante di un’omologia dei tagli nei diversi registri (simbolico, immaginario e reale); e su questo preciso punto, tentare una scoperta che vada sul versante dell’invenzione nel campo dell’interpretazione.
Il posto dell’interpretazione si gioca nei singoli incontri, all’interno della singola seduta, per poi scoprirne gli effetti solo a posteriori. Si tratta di poter posizionare, senza la garanzia dell’Altro né il rifugio del senso, quella porzione di vita innominabile e farsene responsabile. È possibile osservare in questo contesto clinico come spesso da un lato l’interpretazione sembrerebbe ancorata all’esigenza dell’effetto di senso e dall’altro mirerebbe all’effetto di godimento, alla rettifica al livello del godimento. D’altra parte ancora, e parallelamente, si osserva come si producano le condizioni affinché arrivi in forma invertita all’analizzante il suo stesso messaggio. L’interpretazione rinvia principalmente al soggetto il proprio enunciato, introducendo in lui la sorpresa.
Di fronte alla complessità dell’incontro che avviene nella clinica, ci sono dei punti da mettere in rilievo dell’insegnamento di Lacan:
- Al centro del lavoro interpretativo c’è il discorso dell’analizzante:
“Restituire alla parola il suo pieno valore di evocazione”[5].
- Leggere il testo partendo dalle coordinate simbolico, reale e immaginario e contestualmente rendere operativo a livello del funzionamento clinico la formula di Lacan che riprende da Freud:
“Freud dice una frase essenziale che ho già citato più volte: qualcosa che è stato rigettato dall’interno riappare all’esterno”[6];
“Ciò che non è simbolizzato riappare nel reale”[7].
“Nel rapporto del soggetto con il simbolo c’è la possibilità (…) che non sia simbolizzato qualcosa che si manifesterà nel reale”[8].
- Per Lacan lo statuto dell’inconscio freudiano funziona come una macchina significante che ha intessuto dall’origine in modo singolare la storia del soggetto marchiandolo fin dal suo modo di godere, nel suo funzionamento libidico-pulsionale e nella sua strutturazione Dunque non possiamo che porci all’ascolto della parola dell’analizzante seguendo la struttura significante che compone il suo discorso, se vogliamo giungere a isolare nel quadro di tale struttura l’economia singolare del suo funzionamento libidico.
Lacan afferma:
“L’interpretazione non è aperta a tutti i sensi. Essa non è affatto una qualsiasi. È un’interpretazione significativa e non deve essere mancata. Il che non impedisce che non è questa significazione a essere essenziale per l’avvento del soggetto. Ciò che è essenziale è che egli veda, al di là di questa significazione, a quale significante – non senso, irriducibile, traumatico – egli sia, come soggetto, assoggettato”[9].
[1] J. Lacan, (1972-1973) Il Seminario, Libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011.
[2] J. Lacan, Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 563.
[3] J.-A. Miller, Il rovescio dell’interpretazione, in La Psicoanalisi, n. 19, 1996, p. 121.
[4] J. Lacan, (1972) Lo stordito, in Altri scritti, op. cit., p. 471.
[5] J. Lacan, (1966) Scritti, Einaudi, Torino (1974), p. 288.
[6] J. Lacan, (1955-1956), Il seminario, Libro III, Le psicosi, Einaudi, Torino, p. 93.
[7] Ivi, p. 99.
[8] Ivi, p. 94.
[9] J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2003, p. 246.



