In una classe terza di una scuola superiore uno dei redattori di Rete Lacan, in accordo con la redazione, ha proposto ai ragazzi di scrivere un breve testo sul loro rapporto con la credenza. Una contingenza ha permesso questo lavoro: la loro professoressa di storia aveva letto il tweet dello storico francese Ferghane Azihari, citato da Jacques-Alain Miller in merito alla situazione in Medio Oriente. Quando è arrivata a spiegare le crociate e la riconquista di Saladino dei territori occupati dai cristiani ha aperto una riflessione sulla libertà religiosa. A questo punto si è inserita la proposta fatta ai ragazzi in accordo con la professoressa: scrivere un breve testo che sarebbe stato possibile pubblicare su di una rivista online. Alcune hanno accolto con sorpresa ed entusiasmo la proposta e si sono messe al lavoro. Così in un primo tempo in classe delle ragazze interessate hanno scritto dei testi, riportati qui uno di seguito all’altro.
Penso che ora sia il momento di parlare sinceramente di un argomento che non viene abbastanza argomentato. Ma c’è veramente la libertà di religione nel mondo?
Penso che la libertà di religione sia un po’ come la libertà di pensiero. Se dico qualcosa è perché credo a ciò che dico, quindi se pratico una religione è perché ci credo. Nessuno deve decidere quello che posso o non posso fare, cosa posso e non posso guardare o ascoltare, chi posso e non posso amare, ma soprattutto in chi posso e in chi non posso credere.
Credere può liberare mentalmente una persona e può farle provare tranquillità, e allora perché privargliene? La razza umana è davvero così disumana? Perché farci del male così tra di noi? Spero con tutto il cuore, un giorno, di potermi affacciare alla finestra e poter urlare: finalmente ognuno può essere sé stesso e anche di più.
Il tema della credenza è un tema profondo che è presente in noi esseri umani sin dal momento in cui questa stessa specie ha avuto origine. La società, infatti, si è sempre distinta in due grandi categorie: la prima composta dai credenti e la seconda da atei, cioè persone che restano indifferenti davanti a quest’ultimo perché per loro non è una figura reale. Ma cosa vuol dire credere in Dio? Per me essere credenti vuol dire avere un sentimento che ci lega a qualcuno a noi superiore, fondamentalmente perché abbiamo il bisogno di credere che qualcuno a noi superiore esista davvero, come una sorta di “ancora di salvezza” a cui possiamo aggrapparci e che ci dà speranza e motivazioni nel momento in cui ci sentiamo persi e abbiamo paura di qualcosa, quindi creiamo, per istinto, una specie di rifugio dentro cui ripararci da periodi bui.
Sfruttando le due figure di riferimento che ho utilizzato per fare comprendere al meglio la mia idea, potrei dire che l’ancora è quella cosa che ci tiene fermi e ci evita di andare alla deriva come, ad esempio, lo è stato per me lasciare casa, la stessa che era la mia zona di confort, per inseguire un sogno, con mille paure e insicurezze. Mentre il rifugio per molti è qualcosa di stretto, quasi soffocante, quando al contrario alcuni desidererebbero avere anche solo un mattoncino sotto cui ripararsi.
Io credo molto nel cambiamento.
SALAM ALAIKUM (la pace sia con te) è il saluto che ogni musulmano rivolge a qualcuno.
L’Islam per noi è presente in tutto, in ogni cosa che facciamo perché il nostro futuro è nelle mani di Allah e ci fidiamo completamente di lui.
Nella nostra vita abbiamo bisogno di qualcuno che c’è sempre per noi, con cui confidarci, di cui possiamo essere veramente sicuri e per noi la strada migliore è stata l’Islam.
In principio sostenere questa religione non era semplice perché non era ben vista da molte persone che avevamo attorno eccetto la nostra famiglia e i nostri fratelli e sorelle musulmani\e.
ALHAMUDULILLAH (grazie a Dio), non abbiamo più difficoltà nel dire che siamo musulmani praticanti, magari da piccolo venivi preso in giro e spesso ti facevano sentire sbagliato perché “diverso” dal resto del gruppo.
Bisognerebbe essere fieri della propria religione, ognuno è libero di praticare il suo credo e di parlarne apertamente.
“Una cosa accade soltanto se ci credi davvero, ed è crederci che la fa accadere”.
Nel momento stesso in cui realizzi di non avere nulla, la speranza, il credere, eliminano quella sottilissima linea che ti fa rimanere in bilico tra il mollare e lo smettere di lottare e trasforma tutto nell’assurda voglia di dare un senso a ciò che si fa. È proprio questo che fa la speranza e il credere, ti donano il terreno su cui costruire qualsiasi cosa.
Io credo che le cose andranno bene, ciò non significa che andranno bene davvero, ma la speranza nel credere così, mi fa vivere un presente migliore.
Credere in qualcosa non ti farà vivere per sempre, ciò non è possibile, ma ti farà vivere ogni giorno con la speranza che non sia mai l’ultimo.
Io non credo in un dio, ma credo che ci sia qualcosa o un qualcuno più grande di noi, una forza che riesce ad indirizzarci nelle nostre decisioni.
Questa forza per me è il destino: penso che se una cosa, una situazione accade è perché in quel momento a noi serviva che quella situazione dovesse accadere. Per me il destino ci fa incontrare persone belle e persone brutte per aiutarci nella nostra crescita personale, per farci capire di chi possiamo fidarci e di chi non possiamo. Il destino ci fa incontrare persone e ci fa vivere delle situazioni perché ritiene opportuno che durante la nostra strada ci siano degli ostacoli, ma ci siano anche cose ed esperienze belle.
Questi ostacoli e queste esperienze il destino ce li propone anche per farci capire cosa noi siamo e cosa noi possiamo fare.
Uso la parola forza per descrivere il destino, perché noi non lo possiamo comandare, non possiamo decidere sul destino come lui decide su di noi; per me il destino è come un fenomeno atmosferico, come un tornado, uno tsunami, che non sai quando arriva e non puoi fare nulla contro di lui; lui arriva improvvisamente sulla tua strada quando meno ce lo aspettiamo.
Sul legame tra credere e dire.
Credere è credere una cosa nel pensiero, dire è esporre questa cosa. In classe ci sono cose che io non posso dire anche se lo penso. Quando sono arrabbiata dico cose che magari non penso. Me ne pento. Non sempre. Delle volte penso di aver fatto bene. Se io ci credo veramente in qualcosa nessuno può venirmi a vietare di dire o di portare avanti questa cosa. Se è una cosa in cui credo davvero sono fatti miei. Una cosa stupida: mi piaceva questo ragazzo. Mi continuavo a dire che non è vero, che a me non piace, poi alla fine si è scoperto che a me piaceva. Non ti aspetti che possa succedere questo. Anche solo pensarlo e solo dirlo fanno parte tutti i giorni della nostra vita. Se noi non pensassimo a molte cose non avremmo neanche la capacità di parlare. A me è successo un sacco di volte che sognavo delle cose e il giorno dopo succedevano. Questa cosa mi fa un po’… ma la domanda non è cosa voglio dire io, è: cosa vuole sapere lei?
Secondo me credere sta proprio nella persona. Io l’ho scritto perché mia nonna quando stava male era convintissima che pregando o stando in chiesa potesse risolvere tutto. E questa cosa mi fa riflettere. E mi porta a una conclusione: se sta nella persona tu non puoi privargliene. Non puoi privarla di fare quello che gli piace. Cioè, a me piace giocare a calcio. A una persona le piace andare in chiesa perché la fa stare bene. Se devo essere sincera non trovavo neanche una motivazione valida perché ci dovesse essere la guerra in Russia. La maggior parte delle guerre per la religione succedono perché un popolo invade. La popolazione che invade aveva un potere maggiore che ha obbligato… […] come una volta che si pensava che l’unico Dio fosse l’imperatore. L’unica cosa che dava potere a quell’uomo stava nel fatto che ci fossero delle persone che lo sostenevano, quando in realtà non era così.
Sul credere come rifugio.
Quando qualcuno non ha niente in realtà ha qualcosa ma secondo lui è come se non avesse niente. E quindi trova rifugio, un punto di conforto in quello che crede sperando che qualcuno di superiore a noi possa cambiare la situazione di difficoltà in cui ci troviamo. Al di là del rifugio… No, non c’è il vuoto.
Se io credo di essere dentro un rifugio al contempo ho la speranza di migliorare la mia situazione, ho comunque delle speranze. Quando ci penso me lo immagino come il rifugio in sé, una specie di capanna che magari ti protegge quando piove metaforicamente e ti trovi in una situazione difficile. Poi ci sono diverse persone e diverse cose che faccio che mi fanno stare bene, sono il mio rifugio personale.
Sul credere nel cambiamento
Posso dire in maniera sincera che il cambiamento c’è sempre stato e sempre sarà. Io al cambiamento ci credevo un po’ fin dall’inizio, ma ho cominciato a crederci di più quando ho iniziato a compiere i tredici anni. Per il fatto di iniziare a migliorarsi, di capire il mondo e tante altre cose.
Sulla fierezza del proprio credo
Io sono fiera di praticarla ma non posso considerarmi ancora al cento per cento fiera di come la pratico io, perché ci sono ancora molti aspetti che posso migliorare. Mi sentirò fiera quando riuscirò a sentirmi al cento per cento realizzata. – Non posso definirmi ancora una brava mussulmana. Potrei migliorare certe cose, potrei smettere di farne altre e potrei iniziare a fare certe cose.
Sul legame tra credere e sperare.
Credere significa essere certi che qualcosa esista, ma la speranza ti da quel tocco in più per farla accadere.
Sul credere e la forza del destino.
Credere serve se non hai più niente e hai una piccola speranza, ma il destino secondo me ti ha messo davanti a quella cosa perché tu hai bisogno in quel momento di passare per quella determinata cosa per creare in te qualcosa di più, per crescere.
Conversando liberamente: alcuni passaggi dalla registrazione della conversazione con ragazze e ragazzi. Il trattino sta al posto del nome di chi parla, omesso per privacy.
Credenza e religione.
– Io sono convinta e aperta a qualsiasi religione. Ho sempre vissuto in una famiglia cristiana ma non mi sono mai ritenuta cristiana perché non trovo un senso. Non penso che bisogna seguire per forza le orme dei famigliari quando non ci si trova un senso, perché a questo punto non ha proprio senso pregare. Cosa prego una cosa in cui credono gli altri?
– C’è chi crede di più e chi crede di meno. La stessa cosa come nella religione. Per me esiste; però per me è più importante la religione che l’amicizia o qualcos’altro, perché alla fine quando non c’è nessuno ti ritrovi a star da solo e l’unica cosa che ti rimane alla fine è credere in qualcosa che, anche se non vedi però lo senti, che ti aiuta ad uscire da questi periodi di buio.
– Secondo me tutti, anche involontariamente, ci pensiamo [al fatto di credere] perché comunque noi viviamo la nostra vita e a un certo punto dovremo chiederci il senso, il perché, trovare una giustificazione. Quindi penso che involontariamente ci penseremo tutti.
Gli increduli
– Lui [parente di chi parla] è sempre stato non credente. Ha avuto come me comunione e cresima e battesimo perché eravamo una famiglia cristiana, lo siamo ancora, però lui come me si è estraniato da questa cosa. Ma io credo in qualcosa, sono aperta a nuove religioni. Mentre lui proprio non crede a niente, proprio non ci pensa, vive la sua vita senza neanche riflettere.
– Secondo me non ha senso vivere così.
– Tu la puoi vivere spensierata senza bisogno di dover pensare che ci sia per forza un qualcosa dopo e goderti il momento.
– Ma non credi che sia più bello pensare che ci sia qualcosa dopo?
– Io credo che qualcuno vuole vivere il momento e non pensare a quello che c’è dopo.
– Secondo me qualsiasi persona ci pensa. In quel momento in cui tu sei all’apice della sofferenza, è brutto da dire, però ti viene proprio da pensare: Ti prego Dio aiutami, anche se magari non ci credi.
– Ma ti viene anche istintiva questa cosa, perché non sai dove aggrapparti.
– Infatti, io non ci credo però nei momenti in cui sono stata veramente male, ho questa convinzione che lei sia da qualche parte. Io le ho parlato come se fosse in paradiso anche se effettivamente io non credo. Perché credo che ci sia qualcosa dopo e per questo sono aperta a nuove religioni, perché ancora non ho trovato la mia.
– Il discorso del rifugio, nel senso che quando è in difficoltà una persona che non crede cerca di aggrapparsi a qualcosa.
Credere in qualcosa che non c’è?
– Non ha senso così, se credi vuol dire che c’è.
– Se credi hai la certezza che c’è o che ci sarà.
– No, io tante volte ho creduto sperando che ci fosse ma non avendo la certezza. Quindi tu sei in un momento dove stai crollando, non hai niente, e quindi pensi che è meglio provare a credere… anche se penso che …
– Non hai niente da perdere.
– Lo cerchi come per bisogno, non perché alla fine ci credi. Perché sei lì e non sai cosa fare.
– Anche se penso che non sia vero cerco di crederci perché non mi è rimasto niente. In realtà non necessariamente ci crediamo perché ci crediamo realmente.
– Fondamentalmente credo che al di là di credere o non credere, nessuno, anche la persona più credente del mondo, abbia la certezza che Dio esista veramente. Nessuno di noi ce l’ha.
Credere alla parola?
– Se tu credi nel tuo Dio ci credi perché qualcuno ha tramandato qualcosa, non perché tu l’hai visto.
– Dal concreto all’astratto.
– La parola non è mai una cosa completa. Nel senso che magari io parlo con lei e lei prende la metà delle cose che dico o anche le prende tutte, però magari quando lo vai a raccontare perché è una cosa che ti ha colpito, è una cosa che ti ha interessato, lo trasformi a modo tuo involontariamente perché … la parola è sempre un po’ fraintesa.
Credere tra senso e non senso
– Alla fine però per ogni religione c’è qualcuno che ha dato una parola per far credere e le persone ci hanno creduto. Sicuramente sarà stato qualcosa di convincente.
– Diciamo che credere a una religione implica che io devo credere a una parola. Io che sono cristiana non è che ho visto Dio, non mi baso su quello che ho visto ma mi baso su quello che è stato trascritto.
– Ma non è tanto la parola secondo me perché io all’inizio lo facevo perché a casa erano tutti mussulmani. Io andavo da mia zia e lei mi diceva vieni con me che preghiamo, io ero lì ma non è che pregavo. […] Mi è stata tramandata questa cosa. Infatti fino alla prima, seconda media, dicevo di essere mussulmana, non facevo religione, però non la prendevo seriamente. Ho cominciato a capirne l’importanza in terza media, prima superiore.
Il sacro e il profano
– Nel Corano la parola è importante. Perché alla fine l’inizio del Corano è simile a quello della Bibbia. Adamo ed Eva è la stessa cosa. Anche Gesù che da noi è un profeta. Maria. Mosè.
– Quello che c’è scritto nel Corano sono parole di Dio.
– Se scrivi sbagliato in arabo può essere blasfemo.
– Se inverti le parole potrebbe assumere un altro significato, e non deve.
– Deve essere quello. Infatti, ad esempio mio babbo, quando per la prima volta mi ha regalato il Corano, perché ho sia quello tradotto in italiano che quello in arabo, l’arabo non è che lo so leggere, mi ha detto che prima di prenderlo in mano dovevo fare determinate cose. Mi ha detto che non è che lo deve sempre prendere, perché è un testo sacro, e potrebbe dopo diventare pericoloso. Io ho una mensola in casa, mio babbo mi ha detto di non metterlo vicino ad altre cose, deve avere un suo spazio. Ho una mensola in camera sopra la scrivania, dove c’è un libro che mi aveva regalato quando ero piccola delle Sura, di come si prega e tutte queste cose qua, poi varie cose religiose e poi ho il Corano in mezzo.
Cosa vuol dir pregare?
– Pregare Dio e Gesù.
– Secondo me è un momento sacro, dove tu sei lì per parlare con Dio, è un momento intimo.
– Anche quando hai bisogno, non hai nessuno a cui rivolgerti.
– Per noi è diverso perché noi preghiamo cinque volte al giorno. Voi andate la Domenica.
– Ovviamente ogni religione ha dei modi di pregare diversi, però pregare in sé è come l’atto pratico, come mettere in atto la tua credenza, nel senso che è come se, io che paragono questa credenza ad un rifugio, entrassi in questo rifugio e cercassi…
– è come se bussi alla porta di questo rifugio.
– Quando prego è come se avessi, ce l’ho perché è così, una conversazione con Dio. A me è capitato che magari stessi recitando una Sura e mentre pregavo mi veniva anche da piangere ma non perché sono triste.
– Ricollegandomi al discorso del rifugio, il momento della preghiera è sempre la strada per entrare in questo rifugio, è come se non ci fosse la porta. È un rifugio ma senza porta perché la troverai sempre aperta.
Un appello a qualcosa non sempre disponibile, che si apre e si chiude?
– Io personalmente paragono il fatto di credere, a Dio. Però se lo paragono ad una persona quella persona non starà con me tutta la vita. In quel caso posso trovarla aperta come posso trovarla chiusa.
– Oppure quando pensi che quella persona ci sarà per sempre e dal momento in cui lui porge la sua mano verso di te, tu non gliela prendi, ma quanto tu vorrai non ci sarà perché in quel lasso di tempo l’hai messo in modo superficiale. Non hai colto l’occasione.
– Ma se ci pensiamo l’unica cosa che è disponibile è ciò che noi ci immaginiamo, nel senso che noi ci immaginiamo Dio, ognuno si immagina il suo, e quindi è sempre disponibile perché ci crediamo. Nel momento in cui si parla di una persona oltre a noi che ha un proprio pensiero che è diverso dal nostro potremmo ritrovarci con una porta aperta o chiusa.
– È per quello che ti dico che noi lo pensiamo come un rifugio, pensiamo che Dio sia qualcosa che noi potremmo avere per sempre.
Credere o non credere?
– Tu credi in qualcosa, o no?
– Questa è una domanda difficile. Noi diamo per scontato il fatto di credere. Nel senso che ogni persona è cresciuta con delle religioni che sono state tramandate. Io non ho avuto occasione di crederci, perché ho avuto varie dimostrazioni che per me quella cosa non era vera, per quanto riguarda la religione cristiana. Non mi sento appartenente di questa religione. Mi sembrerebbe anche una mancanza di rispetto. Ho bisogno di qualcuno che si apre con me e mi insegni a credere.
– Però tu non sai cosa c’è domani? Tu non sai se ci arrivi a domani.
– Io credo che ci sia qualcosa dopo.
– Non pensi che tu in questo lasso di tempo tu non stia sprecando tempo?
– Secondo me no perché non c’è mai un tempo limite nel credere in qualcosa. Quindi se io adesso non sono pronta a crederci perché dovrei esserlo soltanto per avere un idea di qualcosa in cui in realtà non credo veramente?
Jacques Lacan, l’ateismo e la vita
– In realtà io non sono atea, comunque in qualcosa credo. Io credo che ci sia qualcosa dopo, solo che non so cosa. A volte credo nella reincarnazione, quindi mi viene il pensiero che io possa ritornare qui, a volte credo nel paradiso quindi credo nel pensiero che ci sia un posto migliore. Cioè io diciamo credo un po’ a tutto e a niente. Non mi spaventa perché alla fine quando io morirò e non credo a niente, al massimo verrò dimenticata. Se io morirò domani e non avrò scelto se essere buddista, mussulmana, cristiana, qualsiasi cosa, alla fine non mi riserva niente nessuno perché non credendo in niente, questa cosa non mi spaventa perché sarebbe un peccato anche cercare di credere in qualcosa in cui non credi. Nel momento in cui io morirò dovrò fare i conti con questa cosa e dirò che io non ho avuto il tempo materiale per capire e credere.
– Infatti secondo me il fatto di credere non cambia le sorti di qualcuno, nel senso che se io sono cristiana e lui è mussulmano quando muoio faccio una fine e lui quando muore ne fa un’altra. Si tratta di scegliere. Quando io scelgo di essere cristiana, scelgo come vivere la mia vita, da che punto di vista guardarla.
– Perché infatti se io arriverò tra l’inferno e il paradiso, se io crederò adesso perché è come dicono loro sto sprecando tempo, Dio mi chiederà, qualsiasi Dio sia, perché ti sei impegnata a credere quando in realtà non mi credevi e lo hai fatto solo alla fine in un modo egoista? Mancando di rispetto a me e agli altri.
– […] Se tu credi ti fa vivere quel giorno meglio.
Il lavoro fatto con questi ragazzi e queste ragazze, e sottolineo il con, mette in luce come ci sia un pensiero, delle domande, delle idee, dei progetti, delle considerazioni sul mondo che abitano in ciascuno di loro, almeno in ciascuno che ha deciso di partecipare a quest’impresa senza nessun altro motivo che il gusto di farlo e di poter pubblicare e far sapere ciò che avevano da dire in merito alla credenza.
Considerazioni e prospettive singolari in cui si può riconoscere la presenza di qualcosa che preme, emerge, spinge, affiora e si fa sentire con una dignità senza pari. Questo può accadere se solo chi si rivolge ad un ragazzo o ad una ragazza lo fa senza supponenza, cinismo, arroganza o infantilismo. Un adulto, per la psicoanalisi, è qualcuno che “si responsabilizza del suo godimento e delle sue conseguenze”1
A cura di Omar Battisti
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[1] M. F. Blanco, Il tempo adolescente, in attualità Lacaniana, n. 13, Rivista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, Milano 2011, p. 24, disponibile online.



