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Tra religione e scienza: quale avvenire per la psicoanalisi?

Mathieu Siriot, Membro ECF e AMP, Paris

_____

* Articolo pubblicato in Mental, n. 43, Croyances et psychanalyse, 2021

Jacques-Alain Miller ha pubblicato all’interno di un unico volume1 due conferenze di Lacan, l’una del 1960 e l’altra del 1974. In questi due testi Lacan cerca di situare il posto della psicoanalisi e del suo eventuale avvenire di fronte alla scienza e alla religione, ossia i due grandi discorsi che storicamente si sono occupati della sofferenza dell’uomo. Nel Discorso ai cattolici afferma che “da qualche tempo […] la fede lasci[a] alla scienza la cura di risolvere i problemi quando si traducono in una sofferenza troppo difficile da gestire”2. Nel Trionfo della religione spiega che la nascita della psicoanalisi è correlativa di un certo avanzamento del discorso della scienza, e che contrariamente alla religione, che è indistruttibile, niente garantisce della sua sopravvivenza. Interessiamoci allora alla storia di questi tre discorsi al fine di intravvedere le condizioni di sopravvivenza della psicoanalisi.

Secondo lo storico francese Antoine de Baecque, è la cultura del XVIII secolo che “inaugura questa credenza ormai forsennata posta nel progresso scientifico, transfert molte volte descritto della Fede verso la Scienza”3. Il XVIII secolo, ossia il secolo dei Lumi, corrisponde, come lo ha formulato Kant “[all’]uscita dell’uomo fuori dallo stato di tutela, di cui lui stesso è responsabile”4. Le tutele dell’epoca erano i due pilastri su cui riposava l’Ancien Régime5, ovvero la religione cattolica e la monarchia assoluta. La società, fondata sull’ordine feudale, il clero, i nobili, il terzo stato, sulla disuguaglianza data dalla gerarchia, sulla difesa dei privilegi grazie a leggi particolari, si trova a mal partito. La monarchia si trova anche lei malmessa. Il re che deteneva il potere assoluto, alla fine del secolo è diventato un uomo comune. In Francia, le immagini di Luigi XVI sono ormai dappertutto, banalizzando la sua sacralità. Il corpo del re ha perduto della sua autorità divina delegata da Dio. Nel corso del secolo, gli uomini di lettere, i filosofi hanno tenuto ciascuno un discorso sulla giustizia, al cui interno l’“opinione pubblica” diventava il giudice sovrano. Operavano per strappare gli uomini ai loro interessi personali, per laicizzare la nozione di giustizia sostituendo così il tribunale divino, di uno solo, con il tribunale dell’opinione pubblica, con la moltitudine di individui pensanti. Ormai era la ragione ed il senso critico che dovevano guidare e illuminare l’uomo verso un mondo multiplo e complesso, non più spiegato unicamente dalle scritture, dalla parola di Dio. La chiave dell’emancipazione dell’uomo e del progresso dello spirito passava per la pedagogia e l’apprendimento. Il popolo – che era plebeo, volgare, mendicante, povero, bifolco, ecc. – per aprire a questa “voce pubblica”, doveva padroneggiare le sue pulsioni, apprendere il buon costume quotidiano, il controllo di sé. È grazie alla civilizzazione dei costumi che l’uomo doveva arrivare a diventare illuminato, libero e che poteva arrivare a sperare nella felicità. È la nascita dell’uomo moderno.

La retorica dei Lumi guida gli spiriti fino al momento del ribaltamento del 1789. La rivoluzione consumerà i resti del feudalesimo, abolendo ciò che era sopravvissuto della servitù e dei diritti feudali. Andrà a secolarizzare le istituzioni, e proclamare l’uguaglianza civile, la legge unica per tutti i cittadini. Quando gli stati generali decisero di trasformarsi in assemblea nazionale il 17 giugno 1788, è la fine della monarchia. Il 22 settembre 1972 fu proclamata la prima repubblica francese. All’inizio del XIX secolo, un nuovo movimento dominerà questo secolo: il liberalismo6. Questa filosofia politica e sociale esalterà, per prima volta in Europa, la separazione dei poteri e soprattutto la loro organizzazione tramite la redazione di testi costituzionali, con un ordine giuridico. Il liberalismo rivendica ed instaura i principi di libertà pubbliche che proteggono l’individuo da un eventuale ritorno dell’assolutismo. Questo movimento borghese è il tratto d’unione tra la rivoluzione e la democrazia. Quest’ultima non sarà effettiva che con l’adozione del suffragio universale, nel marzo 1848.

Secondo lo storico tedesco Reinhart Koselleck, “il secolo tra il 1750 e il 1850 è stato il punto di rottura tra l’epoca pre-moderna e l’epoca moderna caratterizzata dal coinvolgimento politico, la democratizzazione e l’ideologizzazione della società”7. Questa modernità crescente si prefigura come un “insieme di norme socioculturali e di pratiche fondate su di una fede inalterabile nel progresso”8.  L’articolazione nuova e indefessa della medicina, della tecnologia e della scienza, impregna l’attività culturale degli uomini e gioca un ruolo fondamentale nell’emergenza della sfera pubblica moderna. Essendosi la natura umana liberata dal suo statuto di creatura di Dio, oramai sembra sia la nozione di progresso, che viene in primo piano, ad essere al comando. L’uomo allora deve svilupparsi, evolvere, educarsi. La scienza medica aprirà a questa civilizzazione dei costumi, mettendosi al servizio di una medicalizzazione delle attitudini, del corpo sociale. La conoscenza sempre più fine e precisa del corpo, della sua anatomia e del suo cervello, parteciperanno all’educazione del popolo, della “plebaglia”, a questa idealizzazione di padronanza di sé. Essendo più curati i corpi, più igieniche le abitudini quotidiane, specificate le malattie e il dolore a partire dal metodo anatomo-clinico. Queste sono ormai prefigurate come delle patologie localizzate a livello degli organi e delle regioni del cervello, e non più secondo il modello di Ippocrate o Galeno come un disturbo globale del corpo. Questo trionfo della medicina clinica dà un posto cruciale al racconto dei pazienti, sul loro modo di descrivere i propri sintomi, e all’ambiente famigliare e sociale. Anche gli alienati sono interessati da questa educazione o rieducazione. Sempre grazie all’approccio anatomo-clinico che risplende in Europa, le malattie mentali diventano un argomento di ricerca e di curiosità. L’alienista francese Philippe Pinel fonderà con il suo trattamento morale la basi della psichiatria moderna.

In Storia delle scienze e dei saperi lo storico australiano Bronwen Douglas afferma che al cuore del XX secolo ha avuto luogo un cambiamento di paradigma, “cambiamento di paradigma, dalla credenza generale nel miglioramento di tutti (pure dell’‘uomo bruto e selvaggio’) verso un crescente pessimismo rispetto alla capacità di progresso e della stessa sopravvivenza di alcune razze”9. In effetti, al rovescio della ricerca galoppante e generalizzata della felicità e del progresso, si dissemina in Europa l’idea del declino e della degenerazione dell’uomo. A questa ossessione nascente della decadenza della società, si aggiunge una minaccia al cuore dello spazio umano, causato dalla paura della mondializzazione e dalle nozioni antropologiche. Le varianti, come il colore della pelle, risultavano già per i naturalisti, effetto dell’impatto del clima e del modo di vita. Nel XIX secolo, le disuguaglianze diventano razziali, e questa ideologia eugenista promuove l’uomo bianco al rango di tipo perfetto e superiore. Con la complicità delle scienze, è all’opera e s’impianta negli spiriti uno sforzo globale di gerarchizzazione razziale radicale dell’umanità. L’ereditarietà ritrova allora un rinnovato interesse. Questo emergente discorso della razza condannerà delle popolazioni intere, dette inferiori, alla schiavitù, allo sfruttamento e alla dominazione coloniale.

È in questo periodo e in un tale contesto politico e ideologico che la psicoanalisi freudiana sorge e prende posto in seno ai discorsi della fine del XIII secolo e durante il XIX secolo. L’opera di Freud sarà sempre in linea con lo spirito del suo tempo, e non sarà mai senza che prenda posizione. Il suo testo Ereditarietà ed etiologia nelle nevrosi del 1896 viene in opposizione alle nozioni di degenerazione e di ereditarietà dell’epoca. Il disagio della civiltà, scritto nel 1930, viene ugualmente a rispondere a questa idea moderna di progresso e di ricerca della felicità. L’avvento della psicoanalisi è dunque concomitante alla nascita del disagio della civilizzazione moderna, conseguenza del transfert dalla fede verso la scienza. Abbiamo potuto vedere quanto la scienza del XIX secolo guidi gli spiriti, plasmi lo spazio pubblico, provochi e si occupi allo stesso tempo della sofferenza. Laddove la religione andava a fissare un senso tra il mondo e l’uomo, la scienza ha scavato un buco, da cui è sorto il disagio, il sintomo, e dunque la psicoanalisi. La fede oramai attribuita alla scienza ha fatto in modo che nell’uomo ci fosse qualcosa che non va tra le sue intenzioni ed il mondo. Malgrado la sua libertà e il suo progresso, non può sperare nella felicità ed essere totalmente libero. Peggio: fa fiorire delle ideologie razziste ed eugeniste che condurranno alla schiavitù e alla guerra. La libertà sembra avere il suo corrispettivo di odio e segregazione. Contrariamente alla “religione [che] è inaffondabile”10, e questo malgrado la secolarizzazione del cristianesimo iniziata nel XVIII secolo, niente è meno certo per la psicoanalisi. In effetti, sembra essere determinata in maniera consunstanziale alla democrazia, a questa forma politica sintomatica de facto. La psicoanalisi esisterà quanto la democrazia si manterrà, mentre la religione e la scienza attraversano i secoli e questo nonostante le differenti forme di regime politico. Come affermato da Jacques-Alain Miller, la psicoanalisi è “incompatibile con ogni ordine di tipo totalitario, che racchiude nelle stesse mani la politica, il sociale, l’economico e anche il religioso. È collegata con la libertà d’espressione e con il pluralismo”11. Quando la democrazia è attaccata dal fanatismo o dai discorsi di dominazione e di odio, la psicoanalisi deve rispondervi, dato che ne va della sua propria sopravvivenza. Gli psicoanalisti sanno meglio di chiunque altro che il futuro radioso non arriverà, e che il rovescio dell’amore del prossimo e della fraternità risuona con il peggio e la pulsione di morte. La democrazia è per essenza una forma politica fragile, dato che la libertà che promette è anzitutto una libertà data nel maneggiamento e nel gioco dei suoi propri sembianti. Difendere questa fragilità, è permettere a che la psicoanalisi, in quanto discorso e pratica che fa vacillare i sembianti, possa continuare ad esistere.

Traduzione di Omar Battisti

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[1] J. Lacan, Dei-Nomi-del-Padre seguito da Il trionfo della religione, Einaudi, Torino, 2006.

[2] J. Lacan, Discorso ai cattolici, in Dei-Nomi-del-Padre, op. cit., p. 73.

[3] A de Baecque, F. Mélonio, Histoire culturelle de la France, 3. Lumières et liberté. Les XVIIIe et XIXe siècles, Paris, Seuil, coll. Points, 2005, p. 175.

[4] E. Kant, Vers la paix perpétuelle – Que signifie s’orientere dans la pensée? – Qu’est-ce quel es Lumières?, Paris, Flammarion, 2006, p. 41.

[5] Cfr. R. Rémond, L’Ancien Régime et la Révolution 1750-1815, Introduction à l’histoire de notre temps, t. 1, Paris, Seuil, 1974.

[6] Cfr. R. Rémond, Le XIXe siècle. 1815-1914 Introduction à l’histoire de notre temps, t. 2, Paris, Seuil, 1974.

[7] K. Raj et H. Otto Sibum, “Globalisation, science et modernité. De la Guerre de Sept ans ò la Grande Guerre”, in Histoire des sciences et des savoirs, vol. 2, Modernité et globalisation, Paris, Seuil 2015, pp. 11-12.

[8] Ivi, p. 15.

[9] B. Douglas, “Mondalisation, évolution et science raciale”, in Histoire des sciences et des savoirs, vol. 2, Modernité et globalisation, op. cit., p. 252.

[10] J. Lacan, Il trionfo della religione, in Dei Nomi-del-Padre seguito da Il trionfo della religione, op. cit., p. 98.

[11] J.-A. Miller, Lacan et la politique, Paris, PUF, n. 16, 2003, p. 116.

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