Pasquale Mormile, Membro SLP e AMP, Napoli
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Il significante “truffa” evoca da parte di chi ne è oggetto un’incredibile spinta alla credulità, alla fede in ciò che l’Altro afferma, sostiene, propone, e, spesso, un’indubbia abilità da parte del soggetto truffatore, “in grado con artifici e raggiri di indurre in errore il soggetto passivo determinando un ingiusto profitto a sé o ad altri, con altrui danno”1.
Sembra che tale significante derivi dall’antico francese trufe, a partire dal provenzale trufa, che è dal latino tufera, che significa tartufo; resta tuttavia misteriosa tale derivazione ma verosimilmente potrebbe riguardare le qualità specifiche che coinvolgono il godimento dell’olfatto, della vista e del palato con il conseguente valore di mercato.
È facile allora, come è avvenuto qualche tempo fa a Napoli, che ci siano così i presupposti per operare un inganno come scoperto dai carabinieri forestali, laddove in una rivendita per buongustai veniva venduto e spacciato come tartufo nero di Norcia, un tubero sicuramente buono, ma di qualità organolettiche e di valore economico nettamente inferiori, provenienti dalla vicina Bagnoli Irpina.
Famose altresì, oltre alle frodi in commercio, sono alcune truffe quale quella resa indimenticabile da Totò che, nella veste del fantomatico Cavaliere ufficiale Antonio Trevi, in una esilarante scena della commedia all’italiana, Totò Truffa 62, vende ad uno sprovveduto turista italo-americano, niente meno che la famosa Fontana di Trevi, a Roma.
Pur essendo la letteratura giudiziaria ricca di casi del genere, non è tuttavia prerogativa solo italiana, quella delle truffe così eclatanti. Basti pensare a quando uno dei più noti imprenditori di Londra pensava di aver vinto al totocalcio, allorché gli fu offerto l’acquisto di uno dei più famosi alberghi di Londra, il Ritz a Piccadilly Circus, per la modica cifra di 250 milioni di sterline, a fronte di un valore commerciale di circa 600 milioni. La truffa è consistita nel versamento di un milione di sterline a due falsi mediatori, con conseguente processo presso il Tribunale Londinese e condanna dei millantatori con inevitabile figuraccia mediatica dell’ingannato; figuraccia, derisione, perdita della stima sociale, che è spesso una delle componenti della mancata denuncia da parte del beffato.
È la buona fede, la credenza nell’Altro, che viene messa in discussione e demolita nella truffa e nell’inganno e, se da un lato viene sanzionata dalla Legge, la sua caduta svela la struttura di fragilità della verità in gioco che può esitare nella diluizione o anche nella scomparsa del legame sociale, evidenziando altresì la presenza di un reale ricoperto dalla verità.
In questo stesso numero di Rete Lacan, Alfredo Zenoni ben evidenzia come l’assenza di garanzia della verità, assenza di un significante che dica se la parola sia vera o sia falsa, porti alla conclusione che la struttura di finzione sia pertinente alla verità. A proposito del reale in gioco operato dalla verità e svelato dalla truffa, possiamo prendere come riferimento il passaggio di Freud in Il Disagio della civiltà,2 laddove afferma che: «l’uomo…, vede nel prossimo… ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttare la forza lavorativa, abusarne sessualmente e… eccoci, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni» che richiama l’ingiusto profitto, a sé e agli altri e il danno altrui contemplato nella truffa.
Infine, ricorderò brevemente alcuni passaggi di Lacan circa il significante truffa, come ad esempio nel capitolo XX del V Seminario3, laddove taccia di truffa, già solo per prometterlo, i fautori della sintesi della psicoanalisi e della biologia, ed ancora, sempre all’inizio del suo insegnamento, nel capitolo XIV del Seminario VII, laddove contesta ai sostenitori della tradizione edonista il non dire in cosa consiste il bene da loro evocato, concludendo con un: sta qui la truffa»4.
Alla fine del suo insegnamento, Lacan mette inoltre in guardia, analizzante ed analista, riguardo il possibile scivolamento in truffa della psicoanalisi, allorché in un’analisi vengono confusi gli effetti di senso con il reale in gioco.5
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[1] Art.640 Codice Penale italiano
[2] S. Freud, “Il disagio della civiltà”, Opere, Vol. lX, Boringhieri,Torino, 1985, p. 599.
[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio, Einaudi, Torino, 2004, p. 366.
[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino, p. 218.
[5] J. Lacan, Le Séminaire, Livre XXIV, L’insu que sait de l’une bévue s’aile à mourre, inedito.



