Francesca Biagi-Chai, Membro AME dell’ECF e dell’AMP, Parigi
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* Articolo pubblicato, in francese, in Mental, n. 48, EFP, novembre 2023.
Il termine “femminicidio” è presente nella letteratura, in diverse occorrenze, sin dal XVII secolo. Il suo uso era già abbastanza ampio e si riferiva a varie situazioni che non sempre includevano l’omicidio, che invece oggi designa. Inteso nel senso di omicidi organizzati delle donne, in alcuni paesi ha una dimensione politica evidente. Nelle società democratiche, com’è il caso della Francia, da poco tempo gli è stata conferita una dimensione socio-politica, che sostituisce quella più ampia di omicidio riferito all’uomo, nel senso dell’umano, indipendentemente dal sesso. Il termine “femminicidio” designa l’omicidio di una donna o di una ragazza a causa del suo genere e, di solito, viene considerato come l’espressione estrema della violenza sessista. Il termine viene così utilizzato per distinguere questi omicidi da quelli che non sono legati al genere. Il termine “femminicidio” si è evoluto nel corso degli anni fino a diventare uno strumento concettuale e legale importante contro la violenza nei confronti delle donne.
La nozione di femminicidio così concepita, stretta intorno alla sua letteralità criminale e di genere, è stata portata avanti dalla sociologa Diana Russel durante un Tribunale internazionale sui crimini contro le donne, che si è tenuto a Bruxelles nel 1976. Possiamo definirla così: l’omicidio di donne, compiuto da uomini, in quanto sono delle donne. I crimini sono identificati sullo sfondo della guerra tra i sessi, svuotata di ogni immaginario, ricondotta al reale. Se questa estensione al reale, a partire dalla storia delle donne alla luce del patriarcato ha tutta la sua dignità resta comunque il fatto che questa essenzializzazione annulla i soggetti con il loro godimento, cioè i parlesseri, da cui deriva una disumanizzazione di fatto. L’intrusione inaspettata di godimento che costituisce l’“aggressione sessuale”, con cui l’Uno del significante ha segnato l’Altro del corpo per il soggetto stesso, vale meno come trauma primario, trouma secondo il neologismo di Lacan, per l’uomo che per la donna? Se, nel passaggio all’atto, il limite della parola è superato, esso rimane comunque attaccato dalla dimensione causale allo iato primario da cui si origina il godimento.
Questo per tutti, che vale solo attraverso ciascuno, fa dire a Lacan che della “nostra posizione di soggetto siamo sempre responsabili”1, rispondendo alla domanda di Freud se dobbiamo ritenerci responsabili dei nostri sogni2, che sono comunque fuori dalla portata della coscienza. L’incoscienza non è l’inconscio; per questo l’après-coup permette di cercare di saperne qualcosa. Ma il legame tra il sapere e la “posizione di soggetto” è quantomeno problematico, poiché Il soggetto rappresentato da un significante “per un altro significante”3 non riesce, in quanto tale, a riconoscere realmente la sua parte di godimento nei fatti che denuncia come in quelli che commette. Lacan estende la sua frase con “si è responsabili solo nella misura del proprio saper-fare”4, la responsabilità si sposta sul versante di ciò che si manifesta concretamente nel legame con il mondo, sul versante dell’esistenza, sul versante del sinthomo. Il passaggio all’atto ne forma il fallimento. Saper-fare fa annodamento con la terza formula di Lacan: “non c’è responsabilità se non sessuale”5, nella misura in cui il corpo, quello su cui il trouma incide, si oppone al puro soggetto e alla volontà piena verso cui si tende oggi con l’eliminazione del sintomo. Ora il fallimento che costituisce il sintomo è sessuale e viene a supplire all’assenza di rapporto sessuale: pertanto, si può rispondere solo da lì, si può rispondere solo “a lato”6. Definendo l’inconscio come parlessere, Lacan reintroduce il per tutti, non il per tutti della parrocchia del fallo, ma quello de “La donna non ex-iste”7 e della singolarità del godimento, che deborda dalle strutture e le sovverte. Da questo punto in poi, ogni processo di segregazione o di tipizzazione è riduttivo per quanto riguarda la psicoanalisi. La giovane Milena si interroga a proposito del femminicidio commesso dal padre nei confronti della madre e, per l’appunto, si pone la questione: “Penso che avrebbero potuto fare una valutazione psicologica su mio padre, per capire in che stato fosse e quale fosse il problema”, dice dopo che il padre ha ucciso la moglie e ha puntato la pistola contro di sé. È stato il culmine di una logica sfrenata del peggio che non ha incontrato nulla sul suo cammino e che si è conclusa con “una pallottola per lei, una per me”8.
Il termine “femminicidio”, entrato in uso di recente, si riferisce a un numero crescente di fatti, se ci si riferisce alle statistiche. Rendendoli visibili, esso fa esistere il sottoinsieme all’interno della categoria degli omicidi su cui si fonda la criminalità. Ma l’elemento statistico, anche se nominato, basta a far esistere il femminicidio in quanto tale? Oppure si deve concepire un legame organico specifico al fatto che un uomo uccida una donna? Un legame organico dello stesso tipo di quello che, nell’infanticidio, unisce una madre e suo figlio, come la letteratura ne ha abbondantemente reso conto. E, quando si tratta di femminicidi, come provarne il carattere puramente sessista, cioè come provare “che un uomo ha ucciso la moglie perché è una donna e non perché è sua moglie9”? Il termine stesso “femminicidio” propende per l’articolo indeterminativo – “uccidere una donna” -, dando così consistenza alla categoria della donna in sé, attenuando il valore dell’articolo possessivo relativamente usuale – mia moglie, mio marito – che la inscrive in un legame con l’altro. Eppure è proprio il possesso (sua moglie) ad essere incriminato da tutti gli esperti come movente essenziale del crimine. Non si può forse riconoscere una certa tensione tra queste due apprensioni delle violenze contro le donne? È qui che deve collocarsi lo spessore della clinica.
Nei tempi precedenti il nostro, quando l’immaginario era fervido, le rivendicazioni vertevano già sul rifiuto del “possesso” e della “schiavitù”, come pure sulla profonda ingiustizia che sanzionava, allora, “in modo asimmetrico l’adulterio”10. Oggi, la sostituzione di tale immaginario, nel legame sociale, con un reale pragmatico e cinico vede, al di qua di ogni parola, l’aumentare del numero di passaggi all’atto. Il più delle volte si rivelano immotivati, incomprensibili, si uccide, non si divorzia più; che se ne vuole sapere? La semplice constatazione porta alla de-soggettivazione, alla de-singolarizzazione del movente a favore dell’articolo indeterminato (una donna), il che riduce il genere al significante-padrone: la donna. Questo apre la strada all’uso in serie di significanti-padroni al posto del sapere. Ora, come sappiamo, La donna non esiste, ma delle donne esistono, una per una, ognuna.
La storia delle donne dimostra che dire “mio marito” o “mia moglie”11 non ha esattamente lo stesso valore, diciamo lo stesso valore di godimento. Eppure è l’assoluta parità che ci si aspetta e che si rivendica nella coppia. Questa differenza sensibile, che si avverte ancora oggi, nonostante la modifica delle leggi positive, cammina sempre “nelle profondità del gusto”12; un altro modo per dire il discorso del padrone.
Lacan con Lévi-Strauss
Lacan, che non ha trascurato queste profondità, ha fatto appello molto presto a Claude Lévi-Strauss per individuare il punto del mito all’origine di questa strutturazione ineguale che, socialmente, ha sostenuto la differenza tra i sessi. Le donne vi sono apparse come oggetti di scambio, non tanto tra gli uomini quanto, tramite loro, “tra le stirpi, stirpi fondamentalmente androcentriche”13 e patriarcali. “Vi è per lei”, dice Lacan, “qualcosa di insormontabile, diciamo di inaccettabile, nel fatto di esser messa in posizione di oggetto in un ordine simbolico cui d’altra parte è interamente sottomessa al pari dell’uomo”14. Questa frase comporta in sé qualcosa che vale per tutti: ogni essere parlante è soggetto alla castrazione, soggetto all’impossibile di dire tutto, impossibile che il fuori-senso del sessuale introduce nel discorso; allo stesso tempo, si impone una differenziazione a livello del godimento. Esso si caratterizza come godimento fallico, godimento femminile che lo supplementa e godimento forclusivo con i suoi effetti di desoggettivazione e di frammentazione. Per questo Lacan afferma che, della nostra posizione di soggetto, siamo sempre responsabili e che non c’è responsabilità se non sessuale.
Il dispiegamento di questa concezione iniziale porterà Lacan, al di là di ogni segregazione e nel rispetto per le differenze, alla definizione che dà, nel suo ultimo insegnamento, dell’inconscio, ovvero: il parlessere. Questa è l’unica definizione dell’inconscio (un misto di parola e godimento) in grado di mantenere la psicoanalisi come il campo di un’esperienza aperta.
L’inconscio e il fallo
Il significante femminicidio, in quanto tale, partecipa ovviamente alla pluralizzazione dell’Uno dell’universale negli uni dei particolari, omogenei, di cui testimonia la serie dei significanti-padroni collegati a dei godimenti collettivizzati. Qui non c’è nessuna linea di finzione/fissione che il significante comunque di solito installa, poiché il loro funzionamento tende al contrario a far esistere degli universi di discorso, precisamente ad alimentare un’illusione, quella che fa credere alla trasparenza possibile dei godimenti. Ora, “non c’è universo di discorso”15, dice Lacan, perché se il linguaggio è un sistema aperto, se non può chiudersi su se stesso, allora non lo può nemmeno il discorso16. In questi ambiti, in queste microsocietà in cui l’identificazione conta come identità è, in senso stretto, l’inconscio che è scomparso e con esso la funzione della parola. Perché l’inconscio lacaniano, al di là della roccia della castrazione, ha incluso nella sua concettualizzazione ciò che se ne deduce: la lacuna in quanto causale, l’impossibile come reale e la funzione del significante come risposta, difesa, invenzione contro questo reale. Alcuni hanno criticato o potrebbero rimproverare a Lacan il suo strutturalismo, il binario nevrosi/psicosi incentrato sulla significazione fallica, ma questo significa che non hanno saputo leggerlo. Per Lacan, il fallo ha assunto la funzione simbolica del significante di una differenza, di un più o di un meno, che non traducono in alcun modo una gerarchia, poiché questo dipende dalla natura stessa del simbolico. Allo stesso modo, quando Lacan scrive Phi 0 a proposito della psicosi17, non si tratta di un non-fallo o di una concezione deficitaria della psicosi, ma al fallo simbolico indice 0, cioè a dei fenomeni elementari e a degli eventi di godimento nel soggetto della forclusione – conseguenze del reale, non come godimento ignorato, ma come godimento provato, martirologia dell’inconscio.
Ripassando ancora per il significante, la sua scrittura e la sua traccia a livello del soggetto, Lacan allargherà la portata del potere separativo del fallo riportandolo, sulla via del sinthomo, alla coalescenza meno ristretta di corpo e pensiero. Nel Seminario … o peggio, egli precisa: “Ciò che è scritto si è pensato? Ecco il problema. È possibile che non si possa più dire da parte di chi si è pensato. Questo è qualcosa con cui avete a che fare in tutto quello che è scritto. La coda di pensieri di cui ho parlato è proprio il soggetto, il soggetto di questi pensieri, il soggetto in quanto ipotetico. Con questo ipotetico […] Io lo chiamerò lo strascico, lo strascico della coda di pensieri, di quel qualcosa di reale che produce l’effetto di cometa che ho chiamato coda di pensieri, e che forse è proprio il fallo”18. Ciò che accade lì, questo tipo di evento di godimento è in grado di “essere riconquistato nachträglich”19, a posteriori, nell’après-coup di quello che qui Lacan chiama lo smarrimento, cioè la disgiunzione tra il sessuale e il senso. Questo apre, qui, la possibilità di localizzare qualsiasi reale al di fuori delle strutture classiche del sintomo e del fantasma. “Perché possa esserci psicoanalisi e, per farla breve, interpretazione, bisogna che ciò da cui parte la coda di pensieri sia stato pensato, pensato in quanto pensiero reale”20. Che il significante abbia lasciato il segno laddove ha preso corpo, e questo interessa tanto l’esperienza quanto la clinica.
“Femminicidi, meccanica di un crimine preannunciato”21
Il giornale Le Monde ha recentemente dedicato uno speciale ai femminicidi, dopo un anno di indagini sugli omicidi domestici. Sebbene la maggior parte degli investigatori, degli esperti e degli altri specialisti delle cosiddette patologie psicosociali non conoscano Lacan, resta il fatto che la dimensione dell’inconscio che essi rifiutano permea i numerosi casi sviluppati. Sì, l’inconscio si insinua dietro le domande poste e lasciate in sospeso, tanto è percepibile che lo schema dato di questo complesso fenomeno non è quello! Tutto inizia con quella che viene chiamata “la presa di controllo radicale”22 della partner da parte di un uomo, ma cosa significa presa di controllo? In che registro causale rientra? E cosa significa “radicale”? Si svolge poi “una vita soggiogata”23, di cui non si conosce lo spessore. Come è iniziata? Perché il silenzio di quella donna? Quale offerta si fa a tale silenzio? Seguono poi la minaccia o la decisione di separarsi e ecco “la rottura, prima causa scatenante del passaggio all’atto”24. Questi significanti testimoniano di un’identificazione del reale nel senso di Lacan, laddove ciò che è generalmente inteso come rottura e innesco raggiunge la faglia nel simbolico. In altre parole, il reale emerge, insiste e a maggior ragione sfugge al discorso del padrone. Ed emergerà a maggior ragione se viene ignorato, perché l’inconscio, come sottolinea Lacan25, implica che lo si ascolti. Nel seguito dello schema tipico, il passaggio all’atto è caratterizzato come uno “scatenamento di violenza”, un “overkill”26. Questo termine si riferisce all’accanimento nel numero di colpi inferti e alla molteplicità dei metodi utilizzati che accompagnano l’omicidio. Come si spiega una tale esplosione in uomini che hanno commesso il loro primo e unico crimine – il femminicidio in quanto tale non rientra nella categoria dei serial killer? Gli psichiatri lo spiegano con “la scarica pulsionale”, “lo sfogo di una tensione”: ma cosa sarebbe una pulsione che non si fondi nella parola? Allora dovremmo chiamarlo istinto, quello che la natura programma negli animali. Nel suo corso L’Uno-tutto-solo, Jacques-Alain Miller estrae questo punto preciso di cos’è la pulsione secondo Lacan, ossia che nella pulsione “ça parle”27, che il soggetto nella pulsione è “tanto più lontano dal parlare che più parla”28. La pulsione, liberandosi dal linguaggio, porta la parola al suo culmine. È proprio perché ça parle nella pulsione che la parola può avere un impatto su di essa29. Nel passaggio all’atto si trova precipitata la congiunzione tra il reale e il simbolico, un reale sul quale avremmo un vantaggio se ne sapessimo qualcosa. È il reale di un soggetto che, sul bordo del vuoto, cerca di estrarre dall’Altro la funzione del vivente che è l’oggetto a30, oppure cerca di colpire il male, il proprio kakon che è pure l’oggetto a? Si tratta della precipitazione in senso fisico-chimico del termine, di ciò che è sempre stato lì come non identificato, la propria insufficienza o addirittura l’odio di sé? Si dice che questi assassini dominatori siano molto lontani dal “momento di follia”. È proprio perché sono designati come soggetti della volontà autodeterminati, bugiardi e manipolatori, che la loro possibile follia il più delle volte non viene identificata, dato che il “momento di follia”” da tempo ha smesso di essere la caratteristica essenziale della follia. È un sorprendente misconoscimento che, nel caso di molti femminicidi, trascura il suicidio che li accompagna. Questo perché il significante-padrone della “presa” nasconde quello che è un delirio, un delirio di gelosia ad esempio, come probabilmente è il caso del marito di Laetitia Schmitt31. Come sappiamo, un delirio non è un’immaginazione, e il bipolarismo e la depressione non spiegano nulla. Si tratta del reale di una logica irriducibile che è in funzione. Si potrebbe aprire una porta sul trattamento possibile della psicosi, a condizione che i segni più o meno discreti ma significativi vengano presi sul serio, cioè che formino una serie. Lo si può avere sotto gli occhi e non saperlo leggere, ma è ben formulato in relazione a Lucie, l’agente dice: “Ma Lucie non abbassa la guardia: lui è più pericoloso che mai. In tre mesi, Julien ha tentato tre volte il suicidio”. Il rovescio della “presa” è stato il suo lasciarsi andare in cui si annunciava il carattere insostenibile del suo reale: “Ha preso dei farmaci, si è tagliato le vene, e ha anche guidato la sua auto a tutta velocità contro il muro di un ostello e ha tentato di impiccarsi nella sua camera d’ospedale. È sopravvissuto a tutto, alle gravi ferite e al coma profondo”. Continuiamo a leggere: “I suoi gesti sembravano tanto un ricatto quanto una confessione, non poteva sopportare che Laetitia vivesse senza di lui”. Si è semplicemente dimenticato che le parole possono essere strettamente equivalenti a ciò che dicono, cioè prese alla lettera, il che firma l’impossibilità per un soggetto di servirsi del sembiante che lo distoglie dall’azione. Nella frase che segue troviamo: “Aveva un approccio manipolatorio volto a dirle: stai attenta, senza di te morirò”. Dopo averla uccisa, è stato ritrovato disteso sui binari della stazione, un treno lo ha colpito poco prima di mezzanotte ed è morto sul colpo. Alla fine, è stato scritto “Julien non sarà mai processato per l’omicidio di Laetitia”, e per la polizia: “non c’è dubbio che si sia trattato di un crimine di genere”.
Cosa può la psicoanalisi?
Spetta alla psicoanalisi far sentire il suo discorso, rendere trasmissibile il reale, e questo è uno degli obiettivi delle Giornate di studio32 che si sono tenute nel novembre 2020. Questa è anche la posta in gioco quando gli psicoanalisti lavorano nelle istituzioni – ospedali, centri medico-psicologici e altro – laddove si tratta di ripristinare la funzione della parola in quanto ha conseguenze di godimento. Questa è anche la posta in gioco nelle cure delle donne cosiddette “sotto controllo, assoggettate” che intraprendono un’analisi, cercando di fare ciò che è necessario per “uscirne”, per uscire dalla devastazione che, attraverso il suo godimento, le aggancia a questo altro. Una paziente, che non poteva mai dire di no a niente e a nessuno, subisce la stretta sorveglianza del marito, che si amplifica, diventa irrespirabile ed è accompagnata da insulti, minacce e a volte botte. Si lamenta di quello che chiama comodamente il suo masochismo. Il filo dei suoi significanti-padroni e la loro fissazione di godimento l’hanno portata ben oltre. Le ha fatto rendere conto che non aveva mai potuto ex-sistere nella famiglia. Sebbene avesse carattere, si annullava proprio, un “cane che abbaia non morde”, come diceva lei. Era quella che, “sapendo meglio di sua madre” e di chiunque altro come essere La donna, pacificava tutti i rapporti, soprattutto con il padre, del quale si temeva costantemente… il peggio. Il suo masochismo era il nome della sua docilità all’assenza di dialettica nell’altro. Con il marito è riuscita, oltre il confine del tutto o niente, a porre un limite che dà esistenza. I rapporti di coppia cambiano e il marito consulta uno psichiatra. È la separazione come la concettualizza Lacan che, in esclusione interna al soggetto, condiziona il districarsi dei godimenti in cui ognuno trova il proprio posto.
Il significante “prevenzione”, in quanto tale, preso nel senso psichiatrico o della psicoterapia, è insufficiente a rispondere alla forma attuale del disagio nella civiltà in cui ciascuno agisce più di quanto interroghi, in una frenesia in cui tuto subisce un’accelerazione. La psicoanalisi può partecipare alla ronda dei discorsi e mantenere il proprio affinché contribuisca a impregnare il campo sociale di cos’è la follia del parlessere – e la prevenzione, inerente a questo sapere, termine che non rinneghiamo, tutt’altro, si produrrebbe “in aggiunta”.
Traduzione: Adele Succetti
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[1] J. Lacan, “La scienza e la verità”, Scritti, Einaudi, Torino, 202, p. 863.
[2] Cfr. S. Freud, “Alcune aggiunte d’insieme alla ‘Interpretazione dei sogni’”, Opere, Vol. X, Boringhieri, Torino, 1989, p. 158: “ci si deve assumere la responsabilità per il contenuto dei propri sogni?”.
[3] J. Lacan, “Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio”, Scritti, Einaudi, Torino, 2002, p. 822.
[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006, p. 57.
[5] Ivi, p. 60.
[6] J.-A. Miller, Pezzi staccati, Astrolabio, Roma, 2006, p. 41.
[7] J. Lacan, “Televisione”, Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 531.
[8] L. de Foucher, Féminicides, diffusé sur France 2, documentario trasmesso nel 2020.
[9] “Rencontre avec Céline Delbecq: Féminicides et populismes”, Mental, n° 41, Juin 2020, pp. 60-61.
[10] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2006, p. 303.
[11] In francese si dice “femme” che significa sia donna che moglie.
[12] J. Lacan, “Kant con Sade”, Scritti, op. cit., p. 764.
[13] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, op. cit., p. 302.
[14] Ivi, p. 303.
[15] J. Lacan, Le Séminaire. Livre XIV, La logique du fantasme, Seuil, Paris, 2023, p. 28.
[16] Ivi, pp. 27-28.
[17] J. Lacan, “Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi”, Scritti, op. cit., p. 567.
[18] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX, ….O peggio, Einaudi, Torino, 2020, pp. 110-111.
[19] Ivi, p. 111.
[20] Ibidem.
[21]G. Allix et alii, « Féminicides, mécanique d’un crime annoncé », Le Monde, 2 juin 2020, disponibile online.
[22] C. Prieur, « Un an d’enquête pour ouvrir les yeux », Le Monde, op. cit.
[23] D. Zineb, Ibid.
[24] N. Chapuis et F. Vincent, Ibid.
[25] J. Lacan, “Televisione”, Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 513.
[26] Cfr. N Chapuis e F. Vincent, « Elle voulait vivre pour elle : la rupture, premier déclencheur du passage à l’acte des féminicides », Le Monde, op. cit..
[27] J.-A. Miller, L’Uno-tutto-solo, L’orientamento lacaniano, Astrolabio, Roma, 2018, p. 60.
[28] J. Lacan, “Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio”, Scritti, Einaudi, Torino, p. 820.
[29] J.-A. Miller, L’Uno-tutto-solo, op. cit., p. 60.
[30] A. Lysy, « L’énigme du corps », La Cause freudienne, n. 69, septembre 2008, p. 11.
[31] L. Schmitt, « La vie sous emprise », Le Monde, op. cit.
[32] L’autrice fa riferimento alle 50esime Giornate dell’École de la Cause Freudienne, dedicate all’ “Attentat sexuel”, che si sono tenute in videoconferenza il 14 e 15 novembre 2020.



