Federico Paino, operatore Centro Heta e Dora.news, Ancona, 14 gennaio 2024
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“Ho errato sulla terra e non ho mai
trovato a te l’uguale. Parlami!
T’ho cercato tra le stelle a vanire,
ho contemplato il cielo inutilmente,
senza trovarti mai. Parlami! Guarda,
i demoni a me attorno, hanno pietà
di me che non li temo ed ho pietà
per te soltanto. Parlami! Sdegnata,
se vuoi, ma parlami!… Dimmi…
non so che cosa, ma che io ti senta
una volta ancora…”1
“Ha mandato lei l’ambulanza?”
“Sì”
“E perché?”
“È stata una decisione arbitraria, me ne assumo tutta la responsabilità. Le devo le mie scuse, ho commesso un gesto violento, mi perdoni”
“Eh, va be’, facciamo che la perdono”
Questo, uno stralcio di conversazione con una paziente che aveva appena ingurgitato una quantità inopinata di farmaci, nel tentativo, forse, di passare a miglior vita, ma chissà. Se il lavoro con la sofferenza umana ci insegna qualcosa, è certamente che soggettività, volontà, conservazione e benessere sono come buoni conoscenti senza nulla da spartire l’uno con l’altro. Nel frangente in oggetto, incasellati in un diagramma di Eulero a insiemi non disgiunti, come per la borsa e la vita nel celebre esempio di Lacan, c’era in gioco una falsa alternativa, tra soluzioni costituenti, in modalità differenti, una forma di violenza: un intervento forzoso o una comunicazione riguardante, più o meno esplicitamente, l’astensione dallo stesso, ma mirata allo stesso intento. Era dunque un vel, una disgiunzione inclusiva rispetto una qualche forma di violenza, non un aut tra un intervento netto e il suo contrario. Escluso radicalmente dall’alternativa, invece, un aut concreto, un silenzio null’affatto analitico, che avrebbe finito per coincidere con l’indifferenza.
Alla voce “violenza”, sappiamo cosa troveremo quasi ovunque, ben poco dissimile tra le varie interpretazioni. Dalla Treccani online: “Atto o comportamento che faccia uso della forza fisica (con o senza l’impiego di armi o di altri mezzi d’offesa) per recare danno ad altri nella persona o nei beni o diritti. In senso più ampio, l’abuso della forza (rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti), come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè altri ad agire o a cedere contro la propria volontà.”
Curioso come in una dipartizione sommaria tra corpo=materialità e un generico “senso più ampio”, che sappiamo essere quello abitato dall’essere nell’umano, nella definizione di cui sopra la violenza fisica ricopra un ruolo dichiaratamente eminente. Ma cosa accade se l’evidenza ci mostra come invece l’integrità fisica possa essere la prima nel novero degli elementi sacrificabili?
Non stiamo dunque tracciando una definizione di violenza dalla parte del perpetrante, che aprirebbe poi la strada alla china perniciosa della valutazione morale, bensì dal versante della vittima, pur sapendo che questi due ruoli si articolano in una dialettica di hegeliana opacità, vieppiù quando i due ruoli sono coesistenti in un medesimo soggetto, dicevasi, diviso.
Una giovane donna seguita dalla sede di Ancona del Centro Heta, durante un incontro, riguardo a ciò che sentiva come un naturale impulso a “sparire”, disse: “perché non posso? Sai che mi sa che non stiamo parlando di anoressia, ma di eutanasia”. Touchée.
“La psicoanalisi, irrealizzando il crimine, non disumanizza il criminale”2.
Si può mutuare sulla violenza in genere, di genere, degenere, senza intaccarne il paradigma. “Irrealizzare” la violenza significa, forse, strapparla alla sua a-consistenza reale per restituirla a un non-tutto-reale, terreno d’elezione dell’esperienza umana. Dalla parte di un soggetto vittima, può significare postulare, senza reprimende ma nemmeno timore, un godimento nell’occuparne il ruolo. Dal versante del presunto carnefice, per esempio, la “negativa” in una sorta di masochismo sacrificale, un’aggressione rivolta a sé nell’atto violento. Dal versante della consistenza di un soggetto già diviso in sé, invece, indica solo come poter starvi di fronte.
In alcuni ordinamenti giuridici, stanno perfino cercando la via per penalizzare il cosiddetto “ghosting”. La sparizione. Una non-azione, a pensarci solo sommariamente. Ma sappiamo come molti soggetti conoscano bene come si possa sopravvivere e finanche godere nel ruolo della vittima o in quello del carnefice, o in entrambi contemporaneamente, ma non di fronte al nulla. Che non lascia, appunto, che il reale. E sempre di un nulla della parola si tratta, non certo fisico, a dispetto di qualunque eclatanza di un’aggressione fisica, giacché:
“[…] la violenza è l’aspetto essenziale dell’aggressione, almeno sul piano umano. Non è la parola, è esattamente il contrario. Ciò che si può produrre in una relazione umana è o la violenza o la parola.”3
I recenti sviluppi politici e di cronaca ci dicono con drammatica evidenza come non sia l’esito di una trattativa a far cessare la violenza, ma è sufficiente il suo stesso abbrivio.
Una violenza inemendabile dall’esperienza e dall’azione umane, quindi, ma se non si può certo liberarsi del reale e della violenza, che questa almeno si irrealizzi, e non si faccia troppo silenzio.
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[1] C. Bene, Opere, Bompiani, “Manfred”, trad. e ad. Per La Scala, pag. 943.
[2] J. Lacan, “Introduzione teorica alle funzioni della psicoanalisi nella criminologia”, Scritti, Vol.I, Einaudi, 1976, pag. 129.
[3] J. Lacan, Il Seminario. Libro V. Le formazioni dell’inconscio, ed. it. Einaudi, Torino, 2004, p. 470.



