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Giovani dagli Istituti

Un (a)forisma1

Massimiliano Rielli (Istituto freudiano)

 

Come ci può orientare l’aforisma di Lacan “tutti sono folli”2 nella clinica e nella formazione analitica? È ponendo questa domanda che ho deciso di iscrivermi al Congresso dell’AMP.

Lacan mette in guardia gli psicoanalisti: “Ho reso omaggio a Marx in quanto è l’inventore del sintomo, eppure Marx è anche il restauratore dell’ordine per il solo fatto che ha dato nuova vita nel proletariato alla cosiddetta dimensione del senso […] La Chiesa se ne è servita, sappiate che il senso religioso nel futuro farà boom […] la religione è il luogo originario del senso.  […] ma la psicoanalisi tende in modo irresistibile verso la religione, basta che la psicoanalisi si immagini che l’interpretazione operi tramite il senso. Io insegno che la sua spinta è altrove, per la precisione nel significante in quanto tale”3.

Lacan dà una sorta di monito, come a dire: “attenzione, stringete sul significante!”.

Nei miei primi passi nella clinica ho potuto cogliere, in un caso in particolare, grazie ai controlli ed alla mia analisi, quanto il mio sostenere la dimensione della ricerca di senso stava costituendo un grave errore nella direzione della cura.

L’ultimo Freud scrive “[…] quali garanzie abbiamo, mentre lavoriamo alle costruzioni, di non andare fuori strada e di non mettere a repentaglio l’esito del trattamento facendoci interpreti di una costruzione inesatta?4”. Ancora: “Sono irrimediabilmente sedotto da un’analogia. Le formazioni deliranti del malato mi sembrano l’equivalente delle costruzioni che noi erigiamo durante i trattamenti analitici”.5

Miller elabora: “Chiamo delirio una costruzione di linguaggio costruita su un vuoto. E questo mi permette di dire che tutti delirano. È la prospettiva che ho chiamato del delirio generalizzato”6.

Come farsi strada nel groviglio di ciò che dice il paziente, nell’ombelicazione che riporta alla mente il sogno dell’iniezione ad Irma7, come infinità di significazioni in cui rischia di portarci il senso?

Mi occorre lavorare quanto scrive Gil Caroz: “la pratica psicoanalitica non è una difesa contro il reale. Al contrario, essa è un’etica orientata dal reale […] implica una rottura dell’articolazione S1-S2 che è la condizione stessa del sapere universale. Gli S1 che si isolano nel momento di tale operazione non sono dell’ordine di una negazione del reale, ma, al contrario, designano il reale del soggetto. In tal senso, il discorso analitico non è per niente folle.”8

“Tutti sono folli” è forse una apertura per una nuova posizione dell’ascolto dell’analista, non senza interpretazione, come un avvertimento nella clinica dell’epoca della iperproduttività di senso, ove proliferano definizioni, neologismi dell’ideologia della depatologizzazione.

Le prime testimonianze di Passe che ho ascoltato, dal vivo9, mi colpirono realmente; testimonianze di chi, andando oltre i ricami del senso, ha deciso di non indietreggiare dinanzi all’orrore dell’Altro che non esiste, smentendo la propria follia.

Come giovane metterei dunque in tensione il “tutti sono folli” con l’orizzonte della formazione analitica.

L’orientamento lacaniano ci invita a far risuonare la barra posta tra Significante e significato10. Rispetto a questi deliri “normali”, deliri “sensati”, siamo esortati a inventare (a volte con degli atti, a volte con dei giochi di mot-érialité ) come porre argini a questo continuo scivolamento.

Se l’artista precede l’analista si può forse provare a leggere ciò che un soggetto ci dice alla maniera della letteratura post-moderna delle “Prose brevi” di Beckett11, in cui i protagonisti (folli) sono vittime del linguaggio, impegnati nel tentativo estenuante di ricercare un senso in un continuo parlare.

 


Sulla legge del godere senza legge: paradosso che tutto può e tutto rende folle12 

Emanuele Maria Merlo (Istituto Superiore Di Studi Freudiani Jacques Lacan)

Cosa può intendersi con tutto il mondo è folle (corsivo a indicare la presentazione di Miller sul congresso AMP 2024) se non una forma espressiva e necessaria di paradossi per cui la Verneinung possa davvero essere sufficiente estinguere il fenomeno?

Cogliere l’esistenza di gruppi pressori plausibilmente idealizzanti l’uguaglianza universale degli esseri parlanti esprime delle forme di fraintendimento che fanno delle convenzioni umane (tanto care a Lacan) un assoluto applicabile a tutto e volutamente ostile all’emergenza del linguaggio dell’uno tutto solo. La clinica mostra fenomeni fondamentali, basali, che inquadrano il ritorno del rimosso nel simbolico nevrotico, il ritorno del forcluso nel reale psicotico ed infine in ritorno di ciò che subisce diniego nell’immaginario. Non risulta forse possibile comprendere come la trasversalità dell’immaginario, per le tre strutture fondamentali, supporti la possibilità del miraggio che ciò che è diniegato cessi di esistere? È attraverso la metafora del fort-da e tramite l’analisi delle emergenze sintomatologiche che apprendiamo che rimozione, forclusione e diniego producono che ritorni in forma altra.

La scoperta prodotta dall’applicazione della linguistica saussuriana sovvertita da Lacan insegna il non insegnabile, ovvero il fatto che i rapporti esistenti tra significanti e significati siano oltre che arbitrari del tutto immaginari. Risulterebbe allora particolarmente interessante considerare il fatto che tutto il mondo è folle potrebbe forse mirare a suggerire il fatto che sta proprio nell’incollamento universalista dei significanti con i significati la chiave di lettura di quel rischio di scomparsa programmata della clinica a cui fa riferimento Miller nella sua introduzione.

I così detti gruppi di pressione risulterebbero allora intrisi di una pretesa immaginaria paradossale laddove i significanti, i nuovi significanti, risulterebbero del tutto autonomamente e assolutamente sufficienti a estinguere i fenomeni. Può la damnatio memoriae escludere il fatto dall’ambito di esistenza? Questi interrogativi mirano infatti ad ampliare un livello di discussione tale da ammettere dei paradossi, sempre cari all’analisi delle divisioni soggettive o delle aderenze s/S, la cui esistenza non risulta alla clinica come indipendente dalla struttura.

Risulta particolarmente chiaro come la differenza fondamentale tra enunciazione ed enunciato chiarisca statuti differenti, emergenza del simbolico a tradire l’immaginario e stagnazione nel miraggio. A questo punto l’interrogativo verte sul programma di estinzione della clinica, le cui fattezze somiglierebbero in modo eclatante alla sostituzione del principio di realtà con il principio di piacere auspicata da Freud.

Eppure le differenze ben evidenti tra il discorso padronale e quello analitico non avrebbero dovuto lasciare spazio a confusione. Quale delle tre passioni fondamentali emerga in questo senso non lascia spazio ad interpretazione. Il tema dell’etica nella psicoanalisi protratto da Lacan in questo senso appare quanto mai attuale, come anche l’avvertimento rispetto all’impossibilità rispetto al tentativo sessantottino di disfarsi di qualsivoglia forma di padronanza. Non si tratterebbe dunque dell’avvenire di una illusione? Non sono rimozione, forclusione e diniego a poter estinguere il fenomeno, non è produrre l’assenza di legge per la critica, alla metamorfosi e alla rifondazione a fare dei fenomeni degli enti mai esistiti.

Risulta essere proprio sul piano immaginario il punto fondamentale che farebbe del rifiuto (a vari livelli, come in struttura) l’occasione di annientamento programmato di una padronanza. Il secondo rimando alla questione sull’etica risulta allora necessario, fraintendimenti e paradossi svelano sempre, come insegna la clinica, un ritorno del rimosso, del forcluso, del diniegato, la mescolanza nel gruppo pressorio condurrebbe forse ad impossibilitarne l’attingimento.

Appare utile chiarire la formale e strutturale demarcazione tra un discorso padronale che sembra esser stato invece assunto dalla logica depatologizzante rispetto ad un discorso etico che coglie fenomeni cardine da cui mutuano forma le strutture cui ci interessiamo. Citando Di Ciaccia rispetto ad un intervento legato alla sessualità: “La sublimazione può essere ottenuta soltanto per effetto di identificazione?” La risposta è negativa. Non è forse sul piano dell’odio per il padrone di cui si è assunto il lessico e di cui si fa specchio, che si staglia la convalida della fine della clinica, ma in termini che appartengono alla clinica?


Tutti sono folli, ovvero delirano.

…Ovvero, il sogno del pianeta.13

Pasquale Velasco (Istituto Superiore Di Studi Freudiani Jacques Lacan)

 

“Ciò che state vedendo e udendo in questo momento non è altro che un sogno. In questo preciso momento state sognando, con il cervello in stato di veglia.” (Don Miguel Ruiz, “I Quattro accordi”)

 

“Passiamo il nostro tempo a sognare, non sogniamo solo quando dormiamo. L’inconscio è esattamente l’ipotesi che non sogniamo solo quando dormiamo.”

(J. Lacan, « Une pratique de bavardage », Ornicar ?, n. 19, 1979, p. 5.)

 

Vorrei partire dalla prima suggestione che mi è venuta in mente quando siamo stati invitati a partecipare all’incontro di oggi, “I Giovani verso tutti sono folli”.

“Tutti sono folli”, aforisma di Lacan e il titolo del prossimo convegno dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi, mi ha rievocato un vecchio e illuminante incontro, antecedente a quello con la psicoanalisi di Lacan, l’incontro con uno sciamano: Don Miguel Ruiz, un Nagual, uno sciamano della tradizione tolteca – antica popolazione nativa americana che dominò il Messico centrale tra il X e il XII secolo d.c. Mi è sembrato di poter rintracciare un collegamento possibile tra l’antica conoscenza esoterica de “I quattro accordi” e la psicoanalisi lacaniana, sulla strada che conduce alla verità di cui oggi vogliamo parlare: tutti sono folli, ovvero tutti delirano.

Leggiamo ne: I quattro accordi, di Don Miguel Ruiz.

“Gli esseri umani sognano tutto il tempo. Molto tempo fa, crearono un grande sogno esteriore, il sogno della società, o sogno del pianeta. Si tratta del sogno collettivo costituito dall’unione di miliardi di sogni personali.”

Questo processo viene chiamato: “L’addomesticamento”. Tutto ha inizio così:

“Durante il processo di addomesticamento creiamo un’immagine di perfezione nel tentativo di andare bene. Creiamo un’immagine di come dovremmo essere per venire accettati, ma non combaciamo con questa immagine. […] A uno, due o tre anni non vedete voi stessi. L’unico modo per vedervi è guardare la vostra immagine in uno specchio e lo specchio sono gli altri. Non sapete ancora che cosa siete, ma vostra madre vi dice che cosa siete, vostro padre vi dice che cosa siete e i vostri fratelli e sorelle fanno lo stesso.”

Un’immagine di perfezione, un’immagine con cui non combaciamo, l’altro come specchio e le parole di nostra madre: che cos’è l’addomesticamento dello sciamano se non la costituzione alienata dell’Io, lo stadio dello specchio e i significanti che, come pioggia che cade dall’Alt(r)o dei cieli, colonizzano e marchiano gli esseri umani? Diamo il benvenuto ai parlesseri, immersi nel campo del linguaggio con i suoi effetti.

I toltechi lo chiamano “il sogno della prima attenzione” cioè il momento inaugurale, la prima volta, in cui creiamo la nostra realtà. Impariamo a sognare a partire dai significanti che ci cascano addosso e che diventano le nostre credenze, le nostre supposizioni sull’Altro, e persino le nostre identificazioni. Diventano i nostri “Io sono”. È così che il parlessere comincia a dire e a pensare la sua follia: “Io sono”. “Tutti siamo folli” perché siamo immersi in un sogno che prende il nome di “Io”, prima alienazione fondamentale. Ciascuno di noi va in giro per il mondo credendosi un Io. Sia lo sciamano che Lacan, buttano giù il cogito cartesiano: non siamo quello che pensiamo, non siamo ciò che diciamo di essere. La riflessione di Lacan intorno allo stadio dello specchio mostra che l’Io non ha un centro in sé stesso, ma si costituisce solo attraverso la serie delle identificazioni. L’ io è come una cipolla fatta di tanti strati identificatori senza alcun nocciolo. Se si dimentica questo, l’io assume i tratti perentori di una fede, e il soggetto umano finisce nelle braccia della follia.

“Un pazzo che si crede Napoleone”, scrive Lacan, “è chiaramente un pazzo. Ma non gli è affatto da meno un re che si crede un re.” 14

Ora, non solo questo parlessere si crede un Io, ma inizia a sognare anche sull’Altro e sul mondo che lo circonda.

“Decifrare, si passa la nostra vita a fare questo!” 15, ci ricorda M.H. Brousse. L’identificazione a un Io, e la necessità di dare senso alla realtà, di interpretare, di mettere un velo davanti al buco del reale, non è sola del paranoico ma appartiene a tutti gli esseri umani. Per il nevrotico questo tentativo passa attraverso il fantasma, la scena inconscia, il sogno inconsapevole che orienta la sua vita, la lente attraverso cui interpreta la realtà che lo circonda e organizza i suoi rapporti con l’Altro, il modo attraverso cui si suppone per l’Altro e si immagina supposto. Il Fantasma è dunque non solo ciò che ci condiziona e ci imbriglia, ma anche ciò che ci consente di sostenere il Reale.

Si può vivere allora senza sognare… cioè delirare? Lacan eleva la follia a status universale. Ogni elucubrazione di sapere è delirante di fronte a un punto che fa enigma, una difesa contro il Reale. Questo ci suggerisce anche una piccola integrazione nella clinica: insieme alla clinica strutturale, l’ultimo Lacan va nella direzione della clinica del sinthomo e della pluralizzazione del Nome-del-Padre, cioè del considerare che in fondo, per ogni parlessere, e in particolare nell’epoca dove “i punti d’appoggio significanti che sostengono il piccolo mondo dei piccoli uomini solitari della folla moderna sono in numero assai ridotto”16, la questione sia più che mai trovare un quarto anello che tenga insieme i registri, cioè, una propria, creativa e singolare risposta a quello che Miller ha chiamato: il Reale della vita.

Bibliografia 

Don Miguel Ruiz, “I quattro accordi”.

  1. Lacan, “Une pratique de bavardage”, Ornicar ?, n. 19, 1979, p. 5.
  2. Lacan, Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud (1953-1954), Einaudi, Torino 1978, p. 213.
  3. Lacan, Discorso sulla causalità psichica, Scritti, vol. I, pp. 164-65.
  4. Lacan, Il Seminario. Libro III, cit., p. 232.

M.-H. Brousse, Un reale per il XXI Secolo, “Deciframento”, Scilicet, p. 38.


La follia, come sai, è come la gravità: basta solo una piccola spinta17

 

Paolo Rocco Cipriano (Istituto freudiano)

“La follia, come sai, è come la gravità: basta solo una piccola spinta”. Questa è la celebre frase che – sospeso a testa giù su un abisso, faccia a faccia con la propria nemesi – il Joker, interpretato da Heath Ledger, recita nel film Il cavaliere oscuro (2008) di Christopher Nolan. Noi, marchiati dalla psicoanalisi, forse diremmo: Il desiderio è come la gravità, basta solo una piccola spinta.

Bisogna essere proprio folli per partecipare a questo congresso? Ecco il quesito che anima l’incontro “I giovani verso tutti sono folli”. Siamo chiamati a dibattere sul XIV congresso dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi, a cui Jacques-Alain Miller – citando Lacan – ha dato il titolo: “Tutti sono folli”. Si tratta di un aforisma – o slogan, come da lui stesso definito – che mette tutti noi al lavoro. Un noi che, evidentemente, evoca la psicoanalisi. Sì, ancora la psicoanalisi! Ma la psicoanalisi può definirsi giovane? Nata alla fine dell’800, essa ha indiscutibilmente qualche anno sulle spalle. Eppure, il suo destino – intrinsecamente legato al prossimo congresso – è a tutt’oggi da scrivere.

In primo luogo, cosa vuol dire che tutti sono folli? Certo, potremmo dire che ognuno è folle a modo suo. Potrebbe considerarsi folle, ad esempio, un impegno di quattro giornate in cui discutere di psicoanalisi e clinica. Folle, inoltre, potrebbe essere l’investimento economico richiesto. In uno dei suoi grandi capolavori, Zelig (1983), Woody Allen fa raccontare il seguente aneddoto al camaleontico protagonista Leonard Zelig: “Ho dodici anni. Corro in una sinagoga. Chiedo al rabbino il significato della vita. Lui me lo dice, ma me lo dice in ebraico. Non capisco l’ebraico. Poi vuole che lo paghi 600 dollari per lezioni d’ebraico”. Molti, leggendo Lacan, credo si siano sentiti come il dodicenne Zelig, dinanzi ad un testo labirintico che pareva dire qualcosa di incomprensibile ma – allo stesso tempo – essenziale, scritto in una lingua oscura, straniera. La psicoanalisi – d’altro canto – non ha la pretesa di interrogare il senso della vita: cosa ci dà allora? Ovvero, perché ancora la psicoanalisi?

Il motto “tutti sono folli” – e ognuno lo è a modo suo, ovvero ognuno delira a modo suo – rappresenta il cuore della psicoanalisi. Come nasce la psicoanalisi? Un giovane neurologo viennese, perso nella foschia della cripticità isterica, parte verso la Francia per apprendere un nuovo modo di fare clinica: l’ipnosi. Prova, dunque, ad utilizzare tale metodo con i suoi pazienti, finché – a partire dai sogni – non struttura una pratica nuova, un modello che metterà al vaglio della clinica di paziente in paziente, di seduta in seduta. Di quali sogni si tratta? In primo luogo, dei sogni di Freud. “Tutti sono folli”, certo, perché “tutti sognano”: anche Freud. E del materiale onirico Freud ne ha fatto il suo tormento, mantenendo – per tutto l’arco di costruzione della sua opera – una costante posizione da analizzante: ovvero, una posizione di lavoro ed interrogazione. Si tratta della stessa posizione alla quale noi stessi siamo chiamati affinché “il vomere affilato della verità freudiana” (J. Lacan, 1964, p. 229) – che è la verità dell’inconscio, ovvero il suo desiderio indistruttibile – resti aperto.

Giungiamo all’imminente congresso dell’AMP e riprendiamo quanto Lacan (1964) dice nel suo Atto di Fondazione: “[La scuola è] l’organismo dove deve svolgersi un lavoro […] che riconduca la prassi […] istituita con il nome di psicoanalisi a quel che al mondo le spetta – che con una critica assidua vi denunci le deviazioni e i compromessi che smorzano il suo progresso degradando il suo impiego” (p. 229). Come l’artista, qualora la psicoanalisi sia la nostra bussola, siamo chiamati all’apertura di un “concetto spaziale”, di un vuoto. È a partire da questo vuoto e dall’invenzione che deriva dalla nostra pratica clinica, che il Campo freudiano ci accoglie. Ecco perché la psicoanalisi è giovane, perché – se di psicoanalisi si tratta – non è mai la stessa, è sempre nuova. Una pratica senza standard, ma non senza principi. Perché prendere parte al congresso “Tutti sono folli”? Affinché da un lavoro orientato da una stessa etica, in ascolto del delirio e dell’invenzione di ognuno, la psicoanalisi – alla prova del tempo e della follia che lo anima – sappia reinventarsi encore.

Riferimenti

  1. Allen, (Regista). (1983). Zelig. Orion Pictures Corporation, Warner Bros. Entertainment, Inc.
  2. Lacan, (1964) “Atto di Fondazione”, Altri Scritti, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2013.
  3. E. Nolan, (Regista). (2008). Il cavaliere oscuro (The Dark Knight). Warner Bros. Entertainment, Inc.

 


Life, what is but a dream?  Sogno e follia in Alice di L. Carroll18

Clelia Leo (Istituto Freudiano sede di Milano)

“Freud ha considerato che tutto è sogno e che (…) tutti sono folli, ossia deliranti”19. La suggestione dei racconti di Lewis Carroll è immediata: fanno eco le parole del Gatto del Cheshire20 e la conclusione della poesia di chiusura di “Attraverso lo Specchio e Quello che Alice vi trovò”: Che cos’è la vita, se non un sogno? Nelle parole di Miller21 la questione è spinta oltre: “Se tutto è un sogno, che ne è del reale? Dobbiamo arrivare ad enunciare che niente è reale? Il reale è solo illusione, finzione o addirittura delirio? Dopotutto, perché no?”. Questo nodo che concerne “allo stesso tempo il sogno, la follia e il delirio”22 è il crocevia con cui Alice si confronta poco dopo aver domandato al Gatto “quale strada prendere per uscire”23.

Lacan sostiene che la fortuna dell’opera risieda nella capacità di toccare “i nessi più puri della nostra condizione d’essere: il simbolico, l’immaginario e il reale (…) che entrano in gioco allo stato puro nel loro rapporto più semplice”.24 Alice li attraversa nel suo viaggio. Si confronta con il Simbolico attraverso giochi di parole e omofonie che si rincorrono in senso metonimico, invenzioni in cui il senso è spesso sfuggente o eluso in rimandi senza fine rendendo impossibile una corrispondenza tra significante e significato. Attraversa l’Immaginario in un gioco di specchi e di doppi, di eco e rivalità, di identificazioni, deformazioni e frammentazioni, di riconoscimento e misconoscimento, di rimandi tra apparenza esteriore e identità. Infine tocca il Reale al di là della significazione, in cui tutto è familiare ma impossibile poiché le dimensioni del tempo, dello spazio e le relazioni tra le cose sono sempre a rischio, le coordinate della logica e del senso lasciano il posto all’impossibilità di appigliarvisi. Ciò ha effetto sui personaggi, sul loro corpo, e di Alice la cui stessa esistenza è a rischio.

Quando Alice incontra il Re Rosso addormentato25, i fratelli Tweedle le dicono “sogna te (…) (se smettesse di sognarti) non saresti più in nessun posto (…) tu non sei che una delle cose nel suo sogno. Sai benissimo di non essere vera”. Questo episodio più di altri evoca la dimensione del perturbante: Alice sfiora l’ombelico del sogno, è palpabile l’angoscia rispetto a un vuoto di senso, all’orrore di sognare di essere sognata palesandole la possibilità di “essere solo una cosa” nel sogno di un altro, di non esistere al di fuori di esso, di non essere reale. In questo punto il confronto con la dimensione del Reale appare radicale: di fronte al dubbio della propria non-esistenza Alice zittisce i due per evitare che il Re Rosso possa svegliarsi, piange, poi ride ricacciando il dubbio che le sue lacrime possano non essere vere. Al termine dei racconti, l’angoscia è tanto insopportabile da svegliarla: di fronte alla sentenza di decapitazione inferta dalla Regina26 e al collasso del mondo durante il banchetto di Alice ormai Regina27, tutto ritorna alle sue dimensioni e Alice ritorna alla dimensione della realtà.

Ciò che rimane è cosa fare del sogno: se da un lato l’opera apre a un’interrogazione sull’origine (“Chi lo ha sognato?”28) dall’altro introduce alla possibilità dell’invenzione, che dal “disagio sgorghi una gioia singolare”29 in un annodamento inedito che “produce un effetto di creazione, ed acquista così un valore universale”30. Nelle parole di Di Ciaccia: “Quest’opera ci tocca tutti, dice Lacan. Tuttavia essa non ci tocca nell’universale del senso, ma ci tocca tutti, uno per uno. Il singolare non si generalizza nel mondo indistinto del tutto, ma si universalizza in un infinito aperto che è quello della creazione e dell’invenzione che è dell’ordine del non-tutto”.31 Alice si sveglia, si potrebbe dire “molto più desta, sapendo qualcosa del suo godimento”32,  sul grembo di sua sorella a cui racconta del suo sogno, questa la immagina poi adulta riunire attorno a sé altri bambini facendo “a sua volta brillare di desiderio i loro occhi con molti racconti strani, forse perfino con il sogno del Paese delle Meraviglie”33. Nella sua disamina della relazione freudiana tra principio di piacere e principio di realtà Miller conclude “lo stato del sognatore è indistruttibile (…) il risveglio è solo un’illusione. Risvegliarsi significa continuare a sognare ad occhi aperti”34.

Mi sarebbe piaciuto discutere dell’eredità di Alice nella contemporaneità, prendendo in esame una serie ispirata ai racconti che si interroga sull’esistenza tra realtà, simulazione e virtuale nel contesto delle forme attuali del legame sociale sullo sfondo di un’adolescenza sempre più prolungata, ma temo non sia rimasto tempo per questo.

 


Dalla debilità alla follia, un taglio35

Silvia Portesi (Istituto Psicoanalitico di Orientamento Lacaniano)

 

“Con il linguaggio, gridiamo contro questa cosa, e ciò vuol dire S (A/), che non risponde. è per questo che parliamo da soli, (…) fino a che non si costituisce ciò che chiamiamo Io, ovvero qualche cosa di cui niente garantisce che non possa delirare. È a questo che mi riferisco: (…) tra follia e debilità mentale, non possiamo che scegliere”

Lacan, Seminario 24, L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre (1976-1977), lezione dell’11 gennaio 1977, inedito.

Tra follia e debilità mentale, non possiamo che scegliere: ma se tutti sono folli, la debilità può configurarsi come alternativa alla follia?

E se sì, come si passa dall’una all’altra?

Miller ci fa notare che l’aforisma, “tutti sono folli, ossia deliranti” è legato da Lacan in prima istanza alla questione dell’insegnamento, quindi ad un certo rapporto con il sapere.

Quello che si dovrebbe intendere è: “bisogna essere folli per insegnare, chi insegna delira”.

In effetti nel discorso dell’analista il sapere è al posto della verità rimossa, e resta così sempre un punto di enigma, sempre solo supposto, mai esplicito né trasmissibile universalmente.

Delirio, insegnamento e debilità sembrerebbero uniti da un filo rosso, ossia da un rapporto problematico con il sapere.

Miller in L’inconscio e il corpo parlante spiega che la partita di un’analisi si gioca nella direzione di un delirio in modo che “la sua debilità ceda all’abbindolamento del reale”.

Ma cos’è questa debilità cui Lacan fa riferimento a più riprese nel corso del suo insegnamento?

Lacan, in …o peggio, in riferimento alla debilità usa il termine di “oscillazione tra due discorsi”: la mancanza di un aggancio all’Altro fa sì che il soggetto debile non sia solidamente installato in un discorso, e che la dimensione del sapere gli resti estranea, non afferrabile.

Miller definisce la debilità come l’inevitabile fallimento del pensiero, fallimento dovuto a una impasse della dimensione simbolica che lascia libero il campo ad una proliferazione dell’immaginario.

In questa logica il simbolico ritaglierebbe una parte nell’intero dell’immagine corporea allo specchio, una parte che il soggetto separa dal tutto e va a collocare nell’Altro.

Il debile invece resta agganciato all’idea di una possibilità di pienezza, di una totalità paragonabile a quella che può trovare nel suo riflesso nello specchio.

Allora mi sembra che se l’analisi si oppone alla debilità, lo stesso faccia qualcosa che può essere domandato dalla Scuola: una scrittura.

Scrivere e rileggere in effetti permettono di verificare volta per volta che non c’è rapporto sessuale, non c’è completezza né adesione perfetta a ciò che si scrive, come a ciò che si dice.

Qualcosa si perde, qualcosa (non) torna. In questo caso è debile quello che si è scritto, o è debile pensare di potervisi ritrovare pienamente, o ancora la debilità sta proprio dove tutto sembra filare liscio?

C’è qualcosa che si ripropone nell’esperienza di analisi e in quella di scrittura, poiché entrambe costringono a mettersi in una posizione analizzante del proprio dire.

Lasciarsi insegnare da un proprio scritto, dunque, non da soli, attraverso una forzatura, una provocazione al lavoro che si costituisce come possibile risposta al Reale che si incontra.

L’alternativa tra delirio e debilità è dunque quella che incontra il soggetto nel suo percorrere strade deliranti per arrivare ad ac-cedere ad un incontro con un reale da cui la debilità ha tentato, finché ha potuto, di proteggere.

E se la debilità è una forma del non (volerne) sapere niente, la torsione che può darsi è proprio su quel punto, da punto di impasse a motore di un lavoro, in cui si prova a dire qualcosa, delirando, del proprio non volerne sapere niente.

Miller, nella Teoria di Torino, definisce la Scuola “una somma di solitudini soggettive” in cui si è chiamati ad un lavoro che interroga il rapporto che si intrattiene “con il significante-padrone dell’Ideale sotto cui si pone”.

Si può scrivere, dunque, e ascoltare in un congresso come ognuno declina la questione della follia, per poter continuare a delirare, ma non da soli.

Un lavoro che può darsi, ad esempio, grazie ad un invito a partecipare con un contributo all’attività della Scuola, atto che sveglia dal sogno della tranquillità e che provoca una nuova interrogazione sulla follia di aver accettato, sulla debilità e sul ruolo che si può far loro giocare, per non esserne sempre giocati.

Cosenza, Entrare nel cuore dell’insegnamento di Lacan, in Corpi Parlanti, p. 93.

E. Manzetti, Mentale e debolezza, Scilicet “Il corpo parlante, p. 20.

J.-A. Miller, Il corpo parlante, Scilicet “Il corpo parlante”, p. XXXI.

J.-A. Miller, Tutti sono folli, congresamp2024.word.

Purgato, Debilità, o il potere dell’immaginario, Attualità lacaniana n. 12/2010, p. 25


[1] Video di presentazione del testo: https://youtu.be/-KJ5MXgTTCc

[2] J. Lacan, “Lacan pour Vincennes!”, La Psicoanalisi, n. 62, Astrolabio Editore, Roma, 2017, p. 9.

[3] La citazione è tratta da uno scritto inedito di Lacan citato in A. Di Ciaccia, Karl Marx, in La Psicoanalisi, n. 67, Astrolabio, Roma 2020, pp. 8-9.

[4] S. Freud, Analisi terminabile e interminabile e Costruzioni nell’analisi, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, p. 77.

[5] Ivi, p. 86

[6] J.-A. Miller, “La psicosi nel testo di Lacan,” I paradigmi del godimento, Astrolabio, Roma, 2001, p. 97.

[7] S. Freud, L’interpretazione dei sogni [1899], in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, vol. 3, pp. 108-120

[8] G. Caroz, “Il grado zero della follia”, testo di presentazione del congresso dell’AMP, https://congresamp2024.world/it/il-grado-zero-della-follia/

[9] Si tratta del XVI Convegno della SLPcf “Il Desiderio dell’analista, clinica e politica”, tenuto a Bologna il 16 e 17 giugno 2018.

[10] Cfr. A. Lebovits-Quenehen, De l’ombilic au réveil, et retour, La cause du désir, 104, pp. 57-58.

[11] S. Beckett, Racconti e prose brevi, Torino, Einaudi, 2010.

[12] Video di presentazione: https://youtu.be/r5VQOWJiwLc

[13] Video di presentazione: https://youtu.be/U4tG14EqFVE

[14] J. Lacan, “Discorso sulla causalità psichica”, Scritti, cit., vol. I, pp. 164-65.

[15] M.-H. Brousse, Un reale per il XXI Secolo, “Deciframento”, Scilicet, p. 38.

[16] J. Lacan, Il Seminario. Libro III, cit., p. 232

[17] Video di presentazione: https://youtu.be/stKOan5LVzA

[18] Video di presentazione: https://youtu.be/lcaVhnAXH3o

[19] J. Lacan, «Lacan pour Vincennes!», in La Psicoanalisi, n. 62

[20] L. Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie – Capitolo VI: “Ma io non voglio andare fra i matti” osservò Alice. “Be’ non hai altra scelta” disse il Gatto. “Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta” “Come lo sai che sono matta?” disse Alice. “Per forza,” disse il Gatto “altrimenti non saresti venuta qui”.

[21] J.-A. Miller, “Tutti sono folli”-  https://congresamp2024.world/it/tutti-sono-folli-2

[22] J.-A. Miller, “Tutti sono folli”-  https://congresamp2024.world/it/tutti-sono-folli-2

[23] L. Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie – Capitolo VI

[24] J. Lacan, «Hommage rendu à Lewis Carroll» in Ornicar?, n. 50

[25] L. Carroll, Attraverso lo Specchio e Quello che Alice vi trovò – Capitolo IV

[26] L. Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie – Capitolo XII

[27] L. Carroll, Attraverso lo Specchio e Quello che Alice vi trovò – Capitolo IX

[28] L. Carroll, Attraverso lo Specchio e Quello che Alice vi trovò – Capitolo XII

[29] J. Lacan, «Hommage rendu à Lewis Carroll», in Ornicar?, n. 50.

[30] A. Di Ciaccia A., Nota editoriale, in La Psicoanalisi n. 37.

[31] Ibidem.

[32] L. Gorini, G. Caroz, TLMF#1 – Rêve et folie – https://congresamp2024.world/it/tlmf1-reve-et-folie-avec-ligia-gorini-et-gil-caroz/?print=print

[33] L. Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie – Capitolo XII

[34]  J.-A. Miller, “Tutti sono folli”-  https://congresamp2024.world/it/tutti-sono-folli-2

[35] Video di presentazione: https://youtu.be/8wNWjTC9pAY

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