Laura Vigué
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Le classificazioni psichiatriche non hanno smesso di cambiare soprattutto negli ultimi decenni. Le loro nomenclature si sono evolute al ritmo dei discorsi di cui sono contemporanee. Tuttavia, nella loro precipitazione di unirsi a questi discorsi, non hanno anticipato l’impasse in cui si trovano attualmente. La loro esistenza è ormai messa in discussione. Sono denunciate come discriminazioni, in nome del fatto che “al posto [di patologie] vi sono […] stili di vita liberamente scelti – una libertà imprescrittibile perché è quella di soggetti di diritto”1.
La clinica analitica si specifica per essere una clinica del singolare. Ogni soggetto è preso uno per uno, in quello che dice, nella misura in cui: “i soggetti di un tipo sono […] senza utilità per gli altri soggetti dello stesso tipo”2. Tuttavia, se portiamo all’estremo la logica della rivendicazione dello stile di vita, anche il fatto di isolare qualcosa che fa breccia nella vita di un soggetto, e quindi sintomo, e che lo porta a incontrare un analista, sembra contravvenire ad essa. Un tratto isolato dal soggetto come un intoppo nella sua esistenza, l’irruzione di qualcosa che lo disturba, può essere preso come un tratto di personalità a cui l’ambiente deve adattarsi.
Così, un soggetto che soffre di dover verificare tre volte che ha ben chiuso la porta a chiave prima di uscire di casa potrebbe rivendicare di essere un “verificatore” e prevedere adattamenti di conseguenza. Il sintomo sarebbe qui elevato al rango di insegna dell’individuo. Stile di vita liberamente scelto, certo, ma costoso.
Jacques-Alain Miller nota, a proposito della clinica analitica, che “[c]’è un sapere che è condizionato da parte a parte dalle condizioni della propria elaborazione, vale a dire dalla struttura dell’esperienza analitica […] In questo, la clinica psicoanalitica, propriamente parlando non può essere che il sapere del transfert”3. Si tratta di una clinica sotto transfert. Ciò che si dice durante le sedute non può essere dissociato dal fenomeno transferale, di cui l’analista è il supporto. Il soggetto che viene a trovare a un analista suppone che ciò che fa intoppo nella sua vita ha un senso che desidera interrogare. Le prime sedute permetteranno l’avvio della parola analizzante. L’analista tramite il suo ascolto, il suo atto di taglio o di interpretazione rinvia i suoi detti a chi gli parla. A poco a poco, si installa la supposizione che questi detti nascondono sul sintomo. È la costituzione del transfert come “amore rivolto al sapere”4.
Così, l’analista a cui ci si rivolge è nel quadro. La sua presenza permette all’analizzante la formazione di un sapere singolare che scaturisce per piccoli pezzi, e che porta a una modifica dei sintomi.
Quando l’analista parla di un caso nella sua pratica, non dice che tale soggetto è così o così, ma testimonia di un testo che ha sentito e su cui ha tentato di operare, così come le conseguenze. Mentre il sapere in quanto tale si costituisce dalla parte dell’analizzando, qualcosa si deposita e produce una trasformazione del sintomo all’opposto di quello che si fisserebbe in una nomenclatura clinica.
Traduzione: Rachele Giuntoli
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[1] J.-A. Miller, « Tout le monde est fou », La Cause du désir, n° 112, novembre 2022, pp. 49-50.
[2] J. Lacan, « Introduzione all’edizione tedesca di un primo volume degli Scritti», Altri scritti Einaudi, Torino, 2013, p. 449.
[3] J.-A. Miller, « C.S.T. », La Psicoanalisi, n° 1, 1987, pp. 146-151.
[4] J. Lacan, « Introduzione all’edizione tedesca di un primo volume degli Scritti»», op. cit., p. 550.



