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Dire di no – Sulla Giornata Clinica “Ciò che il bambino dice”

Paolo Rocco Cipriano, Membro sotto condizione, Avellino, 12 marzo 2024

______

Il 27 gennaio si è tenuta la giornata clinica “Ciò che il bambino dice”, ma cosa ha da dire la psicoanalisi in merito al bambino in un contesto che privilegia orientamenti teorico clinici che chiudono la porta del dire in direzione di una presunta normalizzazione?  In un articolo apparso su Il manifesto nel 2016, è possibile leggere l’estratto di un’intervista allo psicoanalista André Green, che dal 1961 ha frequentato i seminari di Jacques Lacan ed ha affermato: «L’impatto con [la psicologia dell’io] provocò in me uno shock altrettanto importante di quello indotto dal pensiero di Lacan, ma con una differenza: i suoi seminari erano un piacere per la mente […] ma non avrei potuto dire che tutto questo mi sarebbe stato d’aiuto con i miei pazienti. Mentre quando frequentavo gli analisti inglesi, quando leggevo o ascoltavo i loro commenti, allora mi dicevo, ecco questa è l’analisi: sentivo che le loro discussioni mi mettevano davvero in contatto con la realtà clinica»1.

Ora, tanto gli analisti inglesi menzionati da Green quanto lo stesso Lacan rileggono la «realtà clinica» a partire dall’elaborazione di Freud. Peraltro, anche la psicoterapia cognitiva origina – al pari della psicologia dell’io – dalla psicoanalisi freudiana e la loro ascesi è determinata da un malcontento nei confronti del pensiero del padre della psicoanalisi. Dunque, da un lato la psicoterapia cognitiva – nata dagli studi di Aaron Beck ed Albert Ellis – orienta il proprio lavoro sulla base di un obiettivo fondamentale: la risoluzione del sintomo. Lo scopo dell’intervento terapeutico è, dunque, la remissione clinica. Dall’altro lato, la psicologia dell’io presuppone un sapere sull’inconscio del bambino, verso una sorta di ortopedia dell’Io. L’obiettivo, dunque, è che l’Io cementifichi le proprie difese rinforzando le identificazioni del soggetto. Tutto ciò, come si evince dal modello Tavistock, avendo come bussola il controtransfert. In un articolo datato 1967 dal titolo La funzione di specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile, in cui riprende e critica lo stadio dello specchio, Donald W. Winnicott – psicoanalista e pediatra noto per il suo interesse alla clinica infantile – afferma che: «La psicoterapia non consiste nel fare interpretazioni brillanti ed appropriate […] è ridare al paziente su un ampio arco di tempo ciò che il paziente porta […] il paziente troverà il suo proprio sé e sarà in grado di sentirsi reale»2. Ridare al paziente ciò che porta, scrive Winnicott, ma cosa porta il bambino allo psicoanalista? E soprattutto, riprendendo le parole di Green, in che modo la psicoanalisi lacaniana ci mette in contatto con la «realtà clinica»?

Nel testo del 1972, Lo stordito, Jacques Lacan scrive: «Che si dica resta dimenticato dietro ciò che si dice in ciò che si intende»3. Stordimento che, evidentemente, accompagna genitori e clinici dinanzi all’enigmaticità del sintomo del bambino. Dunque, cosa accoglie il clinico nel proprio studio o nelle istituzioni quando è chiamato all’ascolto del bambino? In primo luogo, dinanzi alla richiesta di presa in carico di un minore, il clinico è chiamato ad accogliere ciò che i genitori lamentano. Da una parte, la richiesta di cura origina dai genitori stessi, inermi dinanzi ad una sintomatologia che sfugge alla presa dell’educazione. Dall’altra, il clinico accoglie il “detto” dei genitori, che marchia la parola del bambino. Come affermato da Hélène Bonnaud, intervistata da Aurora Mastroleo nel presente numero di Rete Lacan, «il bambino è parlato dall’Altro»4. Ecco, in primo luogo lo psicoanalista accoglie la parola dell’Altro e ciò che il bambino dice è un “detto”: quello dell’Altro.

Dinanzi a tale detto, la psicoterapia cognitiva e la psicologia dell’io rispondono con una clinica che potremmo definire “del bisogno o della necessità”, che collima con la richiesta dei genitori ed a partire da essa orienta la cura. Il risultato atteso è, come detto, la risoluzione o quantomeno la riduzione del sintomo, a prescindere dalla sua “verità”. La conformità alla realtà e la capacità di far fronte ad essa mediante i meccanismi di difesa dell’Io, appaiono come il risultato ultimo del processo terapeutico. «Il guaio – riprendiamo Lacan – è che lo psicologo, sostenendo il suo settore solo sulla teologia, pretende che lo psichico sia normale e così facendo elabora quel che finirebbe per sopprimerlo»5. Per questo Winnicott può affermare che lo scopo sia quello di «ridare al paziente ciò che il paziente porta». Ma, affinché questo avvenga, il clinico sovrascrive il detto dell’Altro genitoriale, alla stregua di una sorta di Altro dell’Altro, in grado di carpire e rispondere – tout court – al bisogno dell’infans, che in latino è tanto l’infante quanto il muto. Ciò che la clinica del bisogno ci invita a fare è, pertanto, mutare la pulsione.

Qual è, allora, la sfida o obiettivo della psicoanalisi orientata dall’insegnamento di Lacan e che la rende inassimilabile alle altre riletture del testo di Freud? Sappiamo che dal significante obiettivo deriva anche oggetto e che dell’oggetto – dell’oggetto a – Jacques Lacan ne ha fatto la causa del desiderio. Ma ciò significa che esso è “dietro”, è causa. Obiettivo è, d’altra parte, ciò che è posto davanti e la politica della psicoanalisi ci invita a cedere il passo al soggetto e, dunque, al dire come voce dell’inconscio. La clinica lacaniana è – in opposizione alla clinica del bisogno – una clinica del desiderio, in quanto interroga il dire del bambino, ovvero l’incognita che accompagna il sintomo che è indice del ruolo del bambino nella costellazione del desiderio genitoriale. Per questo Lacan può scrivere per Jenny Aubry6 che la clinica del bambino è orientata dalla posizione che esso occupa rispetto alle figure genitoriali, ovvero come sintomo della coppia o – ancora – come oggetto del fantasma. Ed è per tale motivo che è fondamentale sganciare il bambino dal detto, dal marchio che lo condiziona, spianando la strada al dire. D’altra parte: «Il dire si dimostra proprio in quanto sfugge al detto. E quindi questo privilegio lo assicura solo se si formula come un ‘dire di no’»7. Un dire no al detto, al godimento della parola dell’Altro sul bambino, affinché si soggettifichi un desiderio. Come afferma Hélène Bonnaud: «La nostra azione è di rompere questi discorsi semplici, giacché sappiamo che le questioni sono ben più complesse. È questo che la gente detesta della psicoanalisi, è il nostro desiderio di sapere»8. Se un credo nella psicoanalisi è possibile, sarebbe dell’ordine del riconoscimento. Si tratterebbe allora, più che di un credo, di un credito, cioè di una scommessa sulla presenza di un soggetto che desidera oltre l’oggetto che egli stesso è in quanto desiderato.

______

[1] F. Borrelli, “Il setting, teatro di follia”, Il manifesto, 2016, https://ilmanifesto.it/il-setting-teatro-di-follia.

[2] D. Winnicott, “La funzione di specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile”, Psicoanalisi dello sviluppo, Armando, Roma, 2004, p. 236.

[3] J. Lacan (1972), “Lo stordito”, Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 445.

[4] A. Mastroleo, “Conversazione con Hélène Bonnaud”, Rete Lacan n. 64

[5] J. Lacan (1972), “Lo stordito”, Altri scritti, op. cit., p. 452.

[6] J. Lacan (1969), “Nota sul bambino”, Altri scritti, op. cit.

[7] J. Lacan (1972), “Lo stordito”, Altri scritti, op.cit., p. 449.

[8] A. Mastroleo, “Conversazione con Hélène Bonnaud”, Rete Lacan n. 64.

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