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Doppio Io (Je)

Jacques-Alain Miller

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*Articolo pubblicato, in francese, in Hebdoblog n. 329, il 3 marzo 2024, disponibile qui: https://www.hebdo-blog.fr/double-je/. Estratto di una conversazione con Érik Porge tenutasi alla Librairie Tschann, a Parigi, il 14 giugno 2023. Testo redatto da Pascale Fari, con Romain Aubé e Hervé Damase. Non rivisto dall’autore e pubblicato per sua gentile concessione. L’intervento di J.-A. Miller è disponibile sul canale YouTube di Miller TV con il titolo Double “Je”: https://youtu.be/SR3gpBj8f54

Nella costruzione di Lacan, l’enigma e la citazione si collocano nello scarto che separa l’enunciato dall’enunciazione – è già essere lacaniano parlare qui di scarto.

L’interazione tra enunciato ed enunciazione

Per la linguistica generale di Benveniste e Jakobson, non c’è uno scarto ma una continuità tra enunciazione ed enunciato, in quanto – cito Benveniste – l’enunciazione è l’atto stesso di produrre un enunciato. C’è continuità tra l’atto dell’enunciazione e l’evento dell’enunciato. In questo quadro, comprendiamo che non ci può essere enunciato senza enunciazione, né enunciazione senza enunciato. L’enunciato-oggetto è concepito come il prodotto dell’enunciazione-atto, che merita il suo nome solo in quanto produce l’enunciato.

La dialettica lacaniana dell’enigma e della citazione presuppone che l’enunciazione sia stata disgiunta dall’enunciato – un punto di vista contrario a quello della linguistica generale – e che ciascuno dei due, enunciazione ed enunciato, svolga il proprio ruolo da solo.

Nella linguistica generale, l’atto di enunciazione è compiuto dal locutore, che è l’enunciatore. Egli appare nell’enunciato nella forma del pronome personale Io. Questo “Io” designa la persona che enuncia “Io”. Io si riferisce quindi alla situazione esistenziale del locutore. Nella lingua, l’Io appartiene alla classe dei cosiddetti shifters, in inglese. Nicolas Ruwet, il traduttore di Jakobson in francese, ha tradotto questo termine con embrayeurs, che hanno la proprietà di collegare l’enunciato all’esistenza attuale dell’enunciatore, qui ed ora. L’enunciatore, produttore dell’enunciato, si inscrive qui nell’enunciato. Vi si inscrive nella forma dell’Io. L’Io è quello dell’enunciatore.

Non è così per Lacan, che chiama soggetto dell’enunciato l’enunciatore designato nell’enunciato come l’Io, distinguendolo dal soggetto dell’enunciazione propriamente detto, che equipara al soggetto del desiderio. Questo soggetto dell’enunciazione può rimanere implicito nel discorso, come nell’esempio che Lacan prende in prestito da un linguista: Al fuoco! – dove non c’è traccia del locutore. Il peso dell’enunciazione è particolarmente evidente in questo grido senza alcun segno dell’enunciatore. Il soggetto dell’enunciazione rimane implicito. Non solo può rimanere implicito, ma Lacan lo localizza anche nell’enunciato in luoghi diversi da quello dell’Io. Questo è ciò che illustra con il ne espletivo nella frase: Je crains qu’il ne vienne1. Sapete che possiamo dire: Je crains qu’il vienne. Con lo stesso significato, apparentemente, si può dire: Je crains qu’il ne vienne. Questo ne è una particella in più che intensifica l’effetto di timore. Secondo l’interpretazione di Lacan, è qui che punta il soggetto dell’enunciazione, che è quello del desiderio – si vedano le pagine 659, 660 e 802 degli Scritti.

Questa è l’enunciazione nel senso di Lacan, disgiunta dall’enunciato. Questa è la grande opposizione tra la linguistica generale e la linguisteria lacaniana. L’enunciato e l’enunciazione sono situati su piani diversi, in dimensioni diverse. Lacan parla precisamente di una differenza di livello. Da qui, è concepibile che l’enunciazione possa funzionare senza enunciato e l’enunciato senza enunciazione – cosa che non avviene nella linguistica generale.

Enigma e citazione

Lacan sfrutta questo aspetto nelle sue definizioni correlate dell’enigma e della citazione. L’enigma, dice, è un’enunciazione senza enunciato, mentre la citazione è un enunciato senza enunciazione.

In effetti, l’enigma ha un senso, ma non si sa cosa significhi. È anche per questo che è il colmo del senso, come Lacan sottolinea a pagina 545 degli Altri scritti. Sta a voi cercare questa significazione e farla passare allo stato di enunciato dando la risposta all’enigma, la risposta che l’enigma richiede.

D’altro lato, che cosa si cita? Si cita un enunciato. Ne conoscete la significazione, ma non ne conoscete il senso. Per arrivarci, per sapere perché questo enunciato, bisogna specificare chi l’ha detto, qual è il soggetto dell’enunciazione, la sua situazione esistenziale e tutto il resto che ne consegue.

Nel Seminario Il Sinthomo, il matema dell’enigma è rappresentato da una Ee – E per enunciazione, e per enunciato, sembra. Diciamo che è il matema dell’enigma – non ne parlerò qui, ma potremmo farlo, visto che non è molto chiaro, correlativamente, quale sarebbe il matema della citazione. Si dovrebbe immaginare che sia una e seguita da una E, il che non è molto convincente. In fondo, potrebbe essere considerato come il matema di entrambi, a seconda di come lo si legge.

Lacan si ispira qui all’articolo di Jakobson su “Commutatori, categorie verbali e il verbo russo”, apparso nel 1963 nei suoi Saggi di linguistica generale – Lacan doveva già conoscerlo all’epoca – dopo la pubblicazione originale del 1957. In esso, l’enunciato è scritto con una e in posizione di apice, e l’atto di enunciazione con una E. Questo ci dà un processo dell’enunciato che Jakobson scrive come P ed e in apice (Pe), e un processo dell’enunciazione che egli annota come P e E (PE). Il matema di Lacan ha formalmente la stessa struttura.

Potenza dell’enigma

D’altra parte, in relazione all’enigma, che cos’è la citazione? Come ho detto, si cita un enunciato. Per arrivare all’enunciazione, si deve tener conto delle coordinate del desiderio dell’enunciatore, del suo contesto e della sua situazione esistenziale.

Che cosa spinge a citare, se non gli enigmi che il testo di Lacan veicola tra le righe? Citare le righe non scioglie gli enigmi. È per questo che il movimento, la progressione delle citazioni non hanno altro principio di arresto che la stanchezza degli scrittori – fino alla prossima.

In questo modo, lo stile citazionale degli allievi di Lacan, messo in moto dall’enigma, è disgiunto dallo stile costantemente enigmatico di Lacan, che vuole sfuggire a ogni cattura da parte dell’enunciato. Cito Lacan ne Il Sinthomo, pagina 64: L’enigma, dice, è un’arte che definirei del tra le righe, di scrivere tra le righe. Alle pagine 149-150 descrive Joyce come lo scrittore dell’enigma per eccellenza. A cosa sta pensando, se non alla sua stessa pratica dell’enigma?

I suoi allievi si dedicano a trasformare la sua enunciazione in enunciato, i suoi enigmi in citazioni. Chiamano questa trasformazione spiegare Lacan. Io ci sono dentro, come altri. Mi sono persino abituato a essere lodato per la chiarezza della mia enunciazione, che è ciò che mi permette di redigere l’enunciato dei Seminari riga per riga, parola per parola. È mio dovere, tuttavia, preservare al tra le righe la sua potenza di enigma. Se l’enigma è un’arte e fulmina, la citazione è un artigianato, un lavoro, un tempo per comprendere che si protrae all’infinito senza arrivare al momento di concludere.

Traduzione: Adele Succetti

_______

[1] “Temo che non venga”.

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