Raffaele Calabria, Membro AME della SLP e dell’AMP, Ravenna, 17 marzo 2024

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Non posso non riconoscere l’entusiasmo provato, e finora mai scemato nel tempo, quando ho ricevuto la proposta di far parte dell’Osservatorio politico. Gli stessi significanti mi avevano sin da subito elettrizzato. Perché? Pian piano ne ho individuato le cause nella mia storia. È il “politico” che mi è appartenuto da sempre e che a mia insaputa ha guidato i miei agiti, a volte sconsiderati e a volte un po’ (ma non troppo) soppesati.

Quale opportunità mi veniva offerta dopo tanti anni di ritiro nella solitudine familiare, istituzionale e clinica? Forse quella di uscire da un’impasse soggettiva, cioè non riuscire a trovare gli strumenti per farsi un’opinione seria sulle cose del mondo? O forse quella di uscire da una condizione codarda che mi aveva impedito di prendere una possibile posizione? O forse, infine, quella di prendere atto del mio essere sempre andato a tentoni in assenza di alcun orientamento, se non quello derivante dal mio sintomatico voler andare in ogni momento in contraddittorio e in opposizione con il potere?

Concretamente, in questo spazio aperto ove finalmente (grazie alla geniale spinta e intuizione di Miller e alla sua invenzione di Zadig, e alla generosa operosità delle colleghe Barbui, Succetti e Mastroleo) si può con avvedutezza e sinderesi metter a nudo le proprie opinioni sulle questioni della polis, del proprio territorio e dell’andamento del mondo intero, ho caratterizzato il mio esserci nel proporre di volta in volta la lettura di un testo, cui dedico pochi minuti di commento per lasciare che l’altrui parola apra ulteriori spiragli di riflessione e/o conduca il discorso su corretti binari.

Seguendo l’indicazione di Baltasar Graciàn che, nell’aforisma dal titolo “Attenti a quel che si dice”, così scrive: “Si vive per lo più di informazioni. Ciò che vediamo è il meno: viviamo del credito dato ad altri. [Pertanto] Contrasti, la riflessione, quanto è fatuo e falso.1” (uno dei testi considerato “fondamentale” da Lacan2), la conversazione che nasce nell’Osservatorio politico ha il carattere della moderazione (necessaria quando si parla di politica), dell’approfondimento e della valutazione di ogni parola proferita. Siamo in fondo passati, a mio modesto parere, da una retorica politica incomprensibile ma reverenziale (negli anni pre e post sessantotto), ad una retorica attuale sciatta, litigiosa e volgare. Noi, orientati dalla psicoanalisi lacaniana, cerchiamo di accogliere il meglio dell’intellettualismo moderno e contemporaneo, con l’ambizione di ridare dignità alla retorica e al pensiero politico.

Quale il fulcro di questo laboratorio politico? L’attenzione alla proteiformità con cui i differenti sistemi politici guardano alla democrazia come fondamento strutturale del proprio Stato; condizione che noi riteniamo indispensabile affinché la psicoanalisi, nella sua pratica e teoria, possa vivere e prosperare. Si legga il testo di Amelia Barbui pubblicato su Mental3 (testo che consideriamo in qualche modo il manifesto del nostro Osservatorio); esso mette all’erta sui legami, espliciti o subdoli e insidiosi, tra le dichiarazioni dell’odierno governo italiano, i fatti che ne conseguono e le tragiche vicende che il totalitarismo fascista ha prodotto tra l’ascesa di Mussolini al potere e la sua caduta, con il ritorno alle libertà costituzionali grazie al sacrificio e al coraggio della resistenza partigiana.

Oltre agli eventi quotidiani che qualificano la stoffa di cui è fatto il nostro governo (a titolo di esempio si seguano le audizioni dal vivo dei dibattiti parlamentari: le votazioni a maggioranza si susseguono senza alcuna dialettica con l’opposizione, in un incedere barbarico, a dir poco preoccupante), eventi che sono sempre materia delle nostre apprensioni e obiurgazioni, quali gli autori e testi che abbiamo spulciato e commentato ad ogni incontro?

Si comincia da I. Kant e dal suo famoso scritto “Per la pace perpetua4”. È un breve saggio, citato dai più, che, scritto pochi anni dopo la rivoluzione francese, esplicita l’ideale di una pace perpetua tra stati attraverso tre fondanti articoli che ne caratterizzano la condizione. Riportiamo le parole di Salvatore Veca dalla sua introduzione al testo: “Per definire le condizioni di possibilità della pace perpetua Kant ci suggerisce di riflettere: a) sulla coppia democrazia-dispotismo; b) su quella anarchia-diritto nell’arena internazionale (il fondamento del federalismo) e c) sull’etica della convergenza e del mutuo riconoscimento dei cittadini del mondo.5”.

A fronte dell’ideale kantiano, che la storia però ci insegna come irraggiungibile, leggiamo il recente libro di Manlio Graziano (insegna tra l’altro geopolitica alla Sorbona) dal titolo “Disordine mondiale”, da cui traiamo il realismo della seguente affermazione: “Nell’attesa di un nuovo ordine mondiale da cui siamo ben lontani, viviamo dunque in un’epoca di crescente disordine mondiale. Potremmo dire che viviamo tempi normali perché, nel corso della storia dell’umanità organizzata in società, il disordine è stato la norma e l’ordine l’eccezione. Ma non dobbiamo perdere di vista il fatto che, se mai nascerà, il prossimo ordine mondiale dovrà passare necessariamente per le doglie più lancinanti mai sperimentate dalla nostra specie, senza nessuna certezza che essa ne sopravviva.6”.

E cosa dire del monumentale scritto di Hannah Arendt “Le origini del totalitarismo”? Come ha detto Umberto Eco, sul totalitarismo è tutto scritto lì dentro. E la lettura è stata profondamente illuminante. Una breve chiarificante citazione: “La politica totalitaria non sostituisce un corpo di leggi con un altro, non instaura un proprio consensus iuris, non crea con una rivoluzione una nuova forma di legalità. La sua noncuranza per tutte le leggi positive, persino per le proprie, implica la convinzione di poter fare a meno di qualsiasi consensus iuris, pur non rassegnandosi allo stato tirannico di mancanza di ogni legge. Essa può farne a meno perché promette di liberare l’adempimento della legge dall’azione e dalla volontà dell’uomo, e promette giustizia sulla terra perché pretende di fare dell’umanità stessa l’incarnazione del diritto.7”. E poco più avanti: “[Il regime] diventa totale quando prescinde dall’esistenza di qualsiasi opposizione; domina supremo quando più nessuno lo ostacola. Se la legalità è l’essenza del governo non tirannico e l’illegalità quella della tirannide, il terrore è l’essenza del potere totalitario.8”.

La lettura del libro di Emilio Gentile, Totalitarismo 100, ritorno alla storia9 ci ha permesso di seguire passo dopo passo la nascita del terrore fascista nell’Italia del ventennio; mentre il testo di Luciano Canfora, “Il fascismo non è mai morto10 ci ha insegnato a tenere alta la guardia laddove emergano analogie tra il fascismo di ieri e certi discorsi dell’oggi. E ancora, ma non ultimo, il testo di Carl Schmitt “La tirannia dei valori”, da cui un breve ma incisivo passo: “Le virtù si esercitano; le norme si applicano; gli ordini si eseguono; ma i valori vengono posti ed imposti. Chi ne sostiene la validità deve farli valere. Chi dice che valgono senza che vi sia nessuno che li fa valere è un impostore.11”.

È un giovanissimo Osservatorio politico che da pochi mesi si incontra online una volta al mese. Sui social esso è denominato “Zadig DDD” (Zadig in Difesa Della Democrazia) e vari colleghi si premuniscono di corredare il sito di riflessioni, novità e appunti. Interessanti si rivelano le considerazioni che ci legano ai colleghi di altre nazioni, soprattutto gli spagnoli e i francesi.

È un laboratorio ove sono messe in esercizio due facoltà dell’uomo: la doxa (“concetto che entra nel pensiero greco, più che a sottolineare scetticamente il carattere relativistico del conoscere, per suggerire dialetticamente l’esistenza di quella vera conoscenza [episteme] che costituisce il fondamento delle varie doxai o che nasce dall’incontro di doxai diverse12”) e l’ignoranza (che Lacan sin dal primo Seminario ha sempre sostenuto essere una delle passioni dell’essere, insieme all’amore e l’odio13).

È un luogo di conversazione ove si può sperimentare che “La saggezza nel parlare è più importante dell’eloquenza.14”.

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[1] Baltasar Graciàn, Oracolo manuale ovvero l’arte della prudenza, ed. Adelphi, Milano, 2020, pag. 47.

[2] J. Lacan, Il Seminario, libro I°, Gli scritti tecnici di Freud, 1953-1954, ed. Einaudi, Torino, 2014, pag. 200.

[3] A. Barbui, L’Italie, bouillon de culture naturelle pour un totalitarisme fluide, in MENTAL (Rivista internazionale di Psicoanalisi) n. 48, L’impuissance des péres, ed. Virginie Leblanc-Roic Paris 2023, pp. 161/169.

[4] I. Kant, Per la pace perpetua, Ed Feltrinelli, Milano, 1993,

[5] Ivi, p. 17.

[6] M. Graziano, Disordine mondiale, ed. Mondadori, Milano, 2024, p. 173.

[7] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, ed. Mondadori, Milano, 2010, p. 633.

[8] Ivi, p. 636.

[9] E. Gentile, Totalitarismo 100, ritorno alla storia, ed. Salerno, Roma, 2023,

[10] L. Canfora, Il fascismo non è mai morto, ed. Dedalo, Bari, 2024,

[11] C. Schmitt, La tirannia dei valori, ed. Adelphi, Milano, 2008, p. 53.

[12] Dalla Piccola Enciclopedia Treccani.

[13] J. Lacan, Il Seminario I°, op. cit., p. 319.

[14] B. Graciàn, Oracolo manuale, op. cit., p. 78.