Paolo Rocco Cipriano, Membro sotto condizione, Avellino
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«[…] solo colui che è fondato in carità, è quello che si dispone a morire per amore di Dio e salute dell’anime; perocché è privato dell’amore proprio, di sé medesimo»1. Nel 1461, ad ottantuno anni dalla sua prematura morte, viene canonizzata la mistica Caterina da Siena per mano di papa Pio II. Caterina, ventitreesima di venticinque figli, sopravvissuta alla sua gemella, a soli sei anni ebbe la prima visione: Cristo le confessò che il suo destino sarebbe stato di essere la sua sposa. Dunque, giovanissima, Caterina fece voto di verginità, scontrandosi con la famiglia non appena ebbe raggiunto l’età da matrimonio e giungendo finanche a tagliarsi i capelli – simbolo della sua femminilità – al fine di sfuggire alla sorte matrimoniale. Dunque, dietro richiesta dei genitori, intervenne la sorella maggiore, la quale aveva molta influenza sulla giovane Caterina. Quando quest’ultima ritornò sui suoi passi, la sorella morì. Non poteva che essere una sua responsabilità, avendo infranto la promessa con Cristo. Fu da quel momento che Caterina divenne sempre più intransigente, barattando il proprio corpo in cambio della salvezza terrena e celeste della famiglia. Quindi, iniziò ad indossare il cilicio come pentimento, avviando le sue intense preghiere con l’ausilio di una frusta e riducendo i suoi pasti a pane, acqua e verdure. Dormiva su un asse di legno, il sonno non le era concesso. Quando il papato si spaccò nuovamente tra Avignone e Roma, in quanto garante terrena di Dio, smise di mangiare la verdura, poi il pane, poi l’acqua. Morì a soli trentatré anni, lasciando le sue martoriate spoglie terrene, al fine di ricongiungersi con il suo unico sposo: «Quanto è laida la vita nostra corporale, che vivendo, da ogni parte del corpo nostro gittiamo puzza! Dirittamente un sacco pieno di sterco, cibo di vermi, cibo di morte. La nostra vita e la bellezza della gioventù passano via, come la bellezza del fiore poi che é colto dalla pianta»2.
Nel 1961, a cinquecento anni dalla canonizzazione di Caterina da Siena, un giovane artista – il contessino Piero Manzoni – mostrerà al pubblico una delle più dissacranti opere del ‘900: Merda d’artista. Già nel 1917, con Fontana, Marcel Duchamp aveva sconvolto il mondo dell’arte: un orinatoio era diventato un’esposizione. Tuttavia, l’operazione di Manzoni è decisamente differente, nonché ancora più radicale. Il suo percorso ha avuto avvio dagli Achromes, una serie di opere che lo accompagneranno fino alla sua morte e che sono testimoni d’eccellenza della sua arte: «La problematica artistica che si avvale della composizione, della forma perde qui ogni valore: nello spazio totale forma, colore, dimensioni non hanno senso»3. Ma, se gli Achromes – che, destituendone la componente immaginaria, restituiscono alla tela le sue infinite possibilità, rompendo l’algoritmo che fa dell’artista l’autore dell’opera – presentano ancora il vincolo simbolico della cornice, Manzoni priverà le sue opere anche di tale supporto, puntando sempre più all’osso dell’arte. Il suo lavoro, concentrato in soli sei anni, ha visto prima un’attenzione alle linee, ma non a quelle tracciate dall’artista, quanto delle vere e proprie linee che – raccolte in contenitori di carta –sfuggono al quadro pittorico. Negli anni ‘60 ha dato vita ad una performance dal titolo Divorare l’arte, in cui ha impresso la propria impronta su 70 uova sode, date poi in pasto al pubblico. Successivamente, grazie alla sua Base magica, ha trasformato gli spettatori e i loro corpi in opere d’arte, autenticandole. L’anno seguente, ovvero nel mese di maggio del 1961: «[…] ho prodotto e inscatolato 90 scatole di Merda d’artista (gr. 30 ciascuna) conservata al naturale (made in Italy)»4. Le scatole verranno vendute al prezzo corrente dell’oro: ecco il costo stabilito dal loro autore. Tela, linea, cibo, corpo, feci: ecco l’equazione simbolica, dal respiro freudiano, che ha animato l’arte di Piero Manzoni, prematuramente scomparso a soli trent’anni.
Nel 1973, a dieci anni dalla morte di Manzoni, Jacques Lacan ha affermato in merito allo psicoanalista: «[…] non si potrebbe situarlo meglio che con ciò che in passato veniva chiamato essere un santo. […] Un santo, per farmi comprendere, non fa la carità. Piuttosto si mette a fare lo scarto: fa la scarità. Questo per realizzare ciò che la struttura impone, e cioè permettere al soggetto, al soggetto dell’inconscio, di prenderlo come causa del suo desiderio»5. Più avanti, in Joyce Il sintomo, dirà che «C’è Santo solo a non voler esserlo, solo se si rinuncia alla santità»6. Ovvero, un santo è sotto la castrazione – differentemente da Joyce – o, per usare le parole dello psicoanalista francese, è sottomesso alla «scabellostrazione»7. Chi è uno psicoanalista e cosa ha a che fare con il santo e con l’artista?
Caterina da Siena, sposa di Cristo, ha fatto di lei stessa il medium tra il mondo terreno e l’Altro divino. Essa ha fatto del suo corpo la sede di tale passaggio, lei è l’oggetto e il suo corpo l’avanzo: pietanza del godimento divino. D’altra parte, Piero Manzoni è passato dalle tele alle linee, fino al corpo e al suo ex-cremèntum, ovvero ciò che se ne separa, ciò che resta. Cos’è un artista? Non un autore, si tratterebbe invece – riprendendo l’appellativo dato allo stesso Manzoni – di un “caccautore”8. Manzoni coglie che l’oggetto–gadget è divenuto il carburante del discorso sociale – capitalista – che elicita la mancanza senza puntare a saturarla, affinché la domanda scivoli costantemente verso l’insaziabilità. Ecco che, quando – in una performance pubblica nel 2008 – Bernarde Bazile apre merda d’artista, al suo interno trova una nuova scatoletta, più piccola della prima. L’operazione dell’artista cremonese è squisitamente simbolica, è l’Altro produttore, industria oggettuale che propone il proprio prodotto al consumatore: merda. «Se quello che è maggiormente me stesso si trova all’esterno [afferma Jacques Lacan], non tanto perché l’ho proiettato quanto perché è stato tagliato via da me, i percorsi che prenderò per recuperarlo offrono tutt’altra varietà»9. Allora, l’oggetto-gadget merda d’artista – paragonata all’oro – può diventare essa stessa aurum, splendente, e venire battuta all’asta per un costo di 275 mila euro.
D’altra parte, l’operazione analitica si propone non di saturare effimeramente la mancanza del soggetto, quanto di metterla al lavoro, di mettere al lavoro il soggetto e il suo l’Altro. Allora, il discorso analitico pone l’oggetto in luogo d’agente del discorso al pari del Santo, al pari di Caterina da Siena che – facendosi causa del desiderio di Cristo – può barattare con esso, a “tu per tu”, la salvezza della sua famiglia in cambio del suo corpo. In ultima istanza, non è il corpo stesso l’Altro per eccellenza? Caterina da Siena e Manzoni, così come Lacan, ci ricordano quale sia la posizione di chi è timorato di De(u)siderio: quella del “caccanalista”, quella dello scarto!
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[1] Lettera di S. Caterina da Siena, CCXCI – A Urbano VI, disponibile qui: https://www.ilpalio.siena.it/SantaCaterina/lettera/291
[2] Lettera di S. Caterina da Siena, CCCX – A tre cardinali italiani, disponibile qui: https://www.ilpalio.siena.it/SantaCaterina/lettera/310
[3] P. Manzoni (1960), “Libera dimensione”, Azimuth n. 2, op. cit., disponibile qui: http://www.eredibrancusi.net/pdf/manzoni.pdf
[4] P. Manzoni (1962), “Alcune realizzazioni, alcuni esperimenti, alcuni progetti”, Scritti, op. cit., disponibile qui: http://www.eredibrancusi.net/pdf/manzoni.pdf
[5] J. Lacan (1973), “Televisione”, Altri scritti, op. cit., pp. 524-525.
[6] J. Lacan (1975), “Joyce Il Sintomo”, Altri scritti, op. cit., p. 559.
[7] Ibidem.
[8] In “Bertoldo”, Milano, 30 novembre 1961, p. 11: https://www.merdadartista.org/10/il-caccautore/
[9] J. Lacan, Il Seminario, libro X°, L’angoscia, 1962-1963, Torino, Einaudi, 2007, p. 242.



