Alfonso Leo, Membro SLP e AMP, Avellino
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Di ritorno da un convegno a Roma sulla genetica e la farmacologia dell’epilessia, dopo aver visto amici che non vedevo dai tempi dell’università, con cui ho condiviso il mio percorso di specializzazione in farmacologia, alla stazione, vedo un volto amico sulla banchina ferroviaria, sì.. è proprio lui il mio relatore della tesi di laurea in medicina, il mio mentore nello studio e nella passione nel campo della psico-neurofarmacologia, professore di farmacologia alla Sapienza di Roma.
Decidiamo di condividere il nostro viaggio di ritorno in nome dei vecchi tempi e dei nuovi…
Gli avevo già parlato di quel mio “infinito” progetto di lavoro sul tema farmacologia e psicoanalisi e, anni addietro, avevamo concordato di parlare dell’importanza dell’epigenetica sull’argomento, ma ora l’argomento principe era ben altro.
“La neuro-psicofarmacologia è in crisi poiché i farmacologi non hanno una cultura, anche, umanistica. Si ostinano a considerare il cervello come una sorta di computer, non considerando che il cervello funziona in maniera ben più complessa, non considerano che il cervello non è un organo come gli altri”, “si continua a considerare il Parkinson come una questione di dopamina in meno e le psicosi come dopamina in più, scordandosi dell’uomo e della sua complessità”. È fondamentale parlare d’arte e ribadire che anche la farmacologia è un’opera d’arte, scienza quando si parla di pubblicazioni, ma opera d’arte quando si applica all’individuo. “Io uso opere d’arte per illustrare i concetti della Farmacologia”. Il rapporto con l’arte è un rapporto complesso come dice Gombrich, uno tra i massimi storici dell’arte: “Ogni generazione è a un certo momento in rivolta contro i canoni dei predecessori; ogni opera d’arte fa appello ai contemporanei non solo per ciò che fa ma anche per ciò che lascia da fare”.1 Avere a che fare con l’arte apre a prospettive nuove e diverse. L’opera d’arte può essere intesa come una forma di sublimazione, ovvero di trasformazione del desiderio in un’attività simbolica e creativa, che implica una relazione con l’Altro e con il godimento. Per Lacan, la sublimazione è una delle quattro modalità di rapporto con l’oggetto a, ovvero il residuo del desiderio che sfugge alla simbolizzazione e che è fonte di godimento. Le altre modalità sono la metafora e la metonimia. La sublimazione si distingue dalle altre perché non mira a colmare la mancanza dell’oggetto a, ma a elevare un oggetto qualsiasi alla dignità della Cosa, ovvero a conferirgli un valore assoluto e trascendente. In questo modo, la sublimazione crea un nuovo significante, che non ha un significato prestabilito, ma che si offre alla interpretazione dell’Altro. La sublimazione è quindi una forma di creazione artistica, che implica una dimensione etica e politica. Infatti, la sublimazione non è una semplice proiezione narcisistica del soggetto, ma una testimonianza del suo desiderio, che si rivolge all’Altro e che cerca di suscitare una risposta. La sublimazione è anche una forma di resistenza al discorso dominante, che tende a ridurre il soggetto a un elemento funzionale e omogeneo. La sublimazione, invece, afferma la singolarità e la differenza del soggetto, che si esprime in un’opera originale e irriducibile, sebbene come dice Gombrich nell’opera citata intende mostrare “come ogni opera sia in rapporto di imitazione o di contraddizione con ciò che prima era in voga”. Ogni opera d’arte ed ogni vita è frutto del proprio tempo e della propria storia. Va tenuto presente che, ancora citando Gombrich, egli afferma che bisogna evitare l’“ingenua, errata credenza che il costante mutamento nell’arte rappresenti un progresso continuo (…) ogni guadagno o progresso in una direzione implica una perdita in un’altra, e che, nonostante la sua importanza, a questo progresso soggettivo non corrisponde un incremento oggettivo dei valori artistici”. Sembra sentir parlare dell’”angoscia dello scienziato che ha paura delle sue scoperte”;2 lo scopo dell’arte è di riprodurre il reale? No di certo! Ancora Gombrich: “non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana e nel corso dei secoli fecero parecchie cose”.3 Quanto c’è di psicoanalisi lacaniana in questo! L’arte non è un sapere, non un S2. “L’esperienza dell’arte ci ha mostrato che la via dell’S2 ha un limite. Il limite della rappresentazione di sé stessi. (…) Nella sua nota italiana, Lacan dice che se ci sono degli analisti che credono di potersi rappresentare con un sapere di questo tipo è meglio rimandarli ai propri studi, vale a dire al limite dell’S2”4. Se Laurent lo usa per parlare degli AE, tema quanto mai attuale nella nostra Scuola, egli dice che per ogni AE ha funzionato il suo sintomo al di là della significazione. lo stesso accade negli analizzanti a patto di prendere il sintomo al di là di ogni significazione per arrivare alla verità, non del reale, ma alla verità di ognuno, poiché come dice Lacan: “La psicoanalisi riesce quando sbarazza il campo sia dal sintomo sia dal reale. Cioè arriva alla verità”5. La verità che si cerca è quella della perfezione? Sappiamo bene che un artista non cerca la perfezione ma come dice Gombrich che sia tutto a posto. “Possiamo sperare di intenderlo, credo solo valendoci della nostra esperienza. Certo noi non siamo artisti, non abbiamo mai dipinto un quadro e, forse, non ci verrà mai l’idea di farlo. Ma questo non significa necessariamente che non ci troveremo mai di fronte a problemi simili a quelli di cui è intessuta la vita di un artista. (…) Chiunque abbia provato a disporre un mazzo di fiori mescolando e spostando le tinte, aggiungendo di qua e togliendo di là, ha sperimentato i colori e le forme senza sapere esattamente che specie di armonia volesse trarne”,6 anche se non si dipinge o si dispongono fiori si fa lo stesso quando si accoppia un vestito. Ma come afferma Gombrich nella stessa pagina “un artista deve essere sempre fastidioso o meglio insoddisfatto all’estremo”. Se la vita come dice Lacan per essere vita è desiderio. Bisogna dire che il desiderio nasce da una mancanza, dovremmo combinare nella nostra vita centinaia di colori alla ricerca di quella soddisfazione che ci indurrà ad affermare che qualcosa è a posto: “un esempio di perfezione nel nostro imperfettissimo mondo”.7 Sembra la descrizione dell’analisi che ne fa Lacan: “Attraverso le parole dell’uno, l’altro cerca di farsi un’idea di che cosa si tratta, e di trovare al di là del sintomo apparente il difficile nodo della verità”.8 Riprendendo le parole di D’annunzio: «Non chi più soffre ma chi più gode conosce», la conoscenza nasce dal godimento. Ancora Gombrich: “Io non credo veramente che esistano modi sbagliati di godere di un quadro o di una statua. (…) Ci sono ragioni sbagliate per non godere un’opera d’arte”. Se la nostra vita la possiamo considerare e vivere come un’opera d’arte, vale la pena conoscere le ragioni che ci impediscono di goderne, vale la pena fare un’analisi. Riprendendo Lacan: “All’insegnamento della psicoanalisi come è oggi costituito – gli studi di medicina, e poi una psicoanalisi, un’analisi detta didattica fatta da un analista qualificato manca qualcosa di essenziale, senza di cui io nego possa essere uno psicoanalista veramente formato: lo studio delle discipline linguistiche e storiche, la storia delle religioni ecc.”9 e in quell’eccetera va sicuramente inserito lo studio della storia dell’arte. Si ritorna da dove eravamo partiti… anche se come D’annunzio affermava nella carta del Carnaro, la costituzione della breve esperienza della occupazione di Fiume, nel 1919-1920, opera di una notevole modernità che prevedeva all’epoca il voto alle donne e il divorzio:
“Sono nella città di Fiume instituite una scuola di Arti belle, una Scuola di Arti decorative, una scuola di Musica, poste sopra l’abolizione di ogni vizio e pregiudizio magistrali, condotte dal più sincero e ardito spirito di ricerca nella novità̀, rette da un acume atto a purificarle dall’ingombro dei mal dotati e a sceverare i buoni dai migliori e a secondare i migliori nella scoperta di sé e dei nuovi rapporti fra la materia difficile e il sentimento umano”10. Non per niente D’Annunzio chiamò Fiume città di vita. “Ma rispetto all’opera geniale di Freud, che ha attraversato il secolo come un dardo di fuoco, il lavoro è molto in ritardo. Lo dico con convinzione. E non si andrà avanti fino a quando non ci sarà un numero sufficiente di persone formate per tutto il lavoro scientifico, tutto il lavoro tecnico, in quanto se il genio ha aperto il solco, poi per fare il raccolto ci vuole un esercito di operai”.11 Al lavoro allora!
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[1] “La storia dell’arte raccontata da Ernest H. Gombrich”, Leonardo Arte, 1995, p. 9.
[2] “Freud per sempre”, Intervista a Jacques Lacan di Emilia Granzotto, La Psicoanalisi, n. 41, 2007, p. 21.
[3] “La storia dell’arte raccontata da Ernest H. Gombrich”, op. cit., p. 15.
[4] E. Laurent, “Conferenza di Eric Laurent”, La Psicoanalisi, n. 41, 2007 pp. 44-45.
[5] “Freud per sempre”, op. cit., p. 17.
[6] La storia dell’arte raccontata da Ernest H. Gombrich, op. cit., p. 33.
[7] Ibidem.
[8] “Freud per sempre”, op. cit., p. 17.
[9] J. Lacan, “Le chiavi della psicoanalisi”, La Psicoanalisi, n. 73/74, 2023, p. 22.
[10] http://www.dircost.unito.it/cs/pdf/19200000_Carnaro_DAnnunzio_ita.pdf
[11] J. Lacan, “Le chiavi della psicoanalisi”, La Psicoanalisi, n. 73/74, 2023, p. 23.



