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Da questa parte l’uscita

Bernard Lecœur, Membro AME dell’ECF e dell’AMP

_______

* Articolo pubblicato ne La Cause du Désir, n. 105, 2020/2, pp. 61-63

Quando Jacques-Alain Miller gli ha chiesto in televisione “come collocare allora l’analista, a modo suo, che non collabora ma neppure protesta” – Lacan sa come prendere in giro. In tono canzonatorio, conclude così la sua risposta: “Più siamo meglio è, questo è il mio principio. Potrebbe essere l’uscita dal discorso capitalista, ma non costituirà un progresso se riguarderà solo alcuni”1. In quegli anni di intensa contestazione, per chi cercava una via d’uscita rivoluzionaria dalle impasse di una politica ritenuta superata, fatevi coraggio! La risposta di Lacan, lungi dall’essere un rifiuto, era un invito a segnare il passo. Che tipo di liberazione sarebbe quella di trascurare la fraternità generosa a favore di una rivoluzione dai toni sadiani, in cui si fa la scartità non sottraendosi all’abiezione ispirata dalla causa del desiderio? Se un progresso è auspicabile – e sappiamo quanto sia azzardata la nozione di progresso – è, come sottolinea Lacan, solo a partire da un tutti radicato in una pratica a dir poco originale della santità. Solo a questa condizione si potrebbe tener conto di una possibile uscita dal capitalismo.

 

Cosa significa uscire?

Si tratta semplicemente di seguire una via esistente, di trovare uno sbocco o, in modo più complesso, di inventarne uno? Quando si cerca l’uscita, è meglio sapere in quale spazio ci si trova. Si tratta di attraversare una soglia, saltare un confine, di confondere le linee o, in uno spazio non euclideo, di liberarsi dalla resistenza dei materiali diventando attraversa-muri?

Nella sua intervista televisiva, Lacan lascia filtrare una risposta molto seria. Egli puntava su un credo tenace, alimentato da un sogno condiviso da gran parte della gioventù dell’epoca, quello di una via d’uscita politica dal capitalismo. “Gioventù intrappolata”, diceva Jean-Paul Sartre. Lacan disapprovava questa formula, considerandola un modo per “stuzzicare rozzamente l’angoscia di castrazione”2, il cui effetto non può che condurre gli interessati dritti contro un muro, fino a morire.

Cosa testimonia questo sogno di uscita? Una volontà di cambiamento del sistema assunto come causa dell’alienazione delle menti e dei corpi, un cambiamento il cui progetto è quello di aprire qualche breccia in un baluardo di divieti per sollevarsi contro la repressione. Anche in questo caso, di fronte a una confusione massivamente condivisa, Lacan non esita a ristabilire le vere coordinate della repressione, rappresentata principalmente dalla società e dalla famiglia. Queste sono gli effetti, non le cause, della rimozione.

Un altro versante del sogno si riferisce a un certo reale in cui l’inconscio non è più solo un testo ma un atto. Atopico, il sogno diventa un attraversa-muri, i suoi spostamenti sono tante uscite. Non solo traccia le vie regali per la soddisfazione, ma immerge il sognatore in una dimensione in cui si realizza un’uscita in atto. Lo spostamento non è più una questione di attraversamenti di linee o di recinti, ma di una ombelicatura intorno a un buco, del senso e del luogo, del pensiero e della portata.

Il discorso capitalistico è un’uscita in sogno?

C’è uscita solo rispetto a un ambito altro, esterno, uno spazio collocato al di là di una porta o di un cancello?

In un sofisma proposto da Lacan nel 1945, la prova a cui i tre detenuti sono sottoposti dal direttore del carcere può trovare un’eco solo se ognuno di loro è abitato, se non da un desiderio, almeno da un’inclinazione ad abbandonare il luogo3. Il principio dell’allargamento, e ancor più dell’evasione, proietta uno spazio posto sotto il dominio di una coppia interno/esterno in cui la realtà trova sostegno. Con questa eterogeneità si costruisce un universo, un involucro, la cui topologia è quella della sfera. La domanda posta ai prigionieri in questo sofisma potrebbe essere estesa come segue: esiste un esterno al discorso, e in particolare a quello del capitalismo? In che misura siamo prigionieri di un discorso? Esiste un esterno al capitalismo che non sia la fodera del suo interno?

Naturalmente, il capitalismo non è proprio di ogni epoca. Al crocevia di determinate condizioni economiche e culturali in una determinata società, il capitalismo ha una storia e non è affatto la fine della storia. Avremmo il diritto di sperare in un’uscita all’altezza del tempo e delle lotte per combatterlo.

 

La ronda dei discorsi, l’operaio e il proletario

Lacan situa il capitalismo in una dipendenza dal padrone e dal suo discorso, che segna la condizione della sua efficacia. Che sia finanziario, digitale, pulsionale o di sorveglianza, il suo potere non è circostanziale ma strutturale. Deriva dalla sua appartenenza alla “ronda” dei discorsi, una ronda ordinata secondo dei posti e degli elementi determinati. È la matrice da cui gli scambi umani non possono prescindere e in base alla quale vengono distribuiti.

Un’altra distorsione merita di essere presa in considerazione, quella di un’organizzazione meno strutturale del legame sociale.

Il capitalismo ha un’utilità profonda, che è quella di fare cose che non servono a nulla. Queste cose stabiliscono un trattamento contabile del nostro godimento, è uno degli aspetti della funzione del più-di-godere. Il legame sociale che il capitalismo implica è paradossale: non è tanto agli oggetti in quanto tali che siamo legati, quanto al nostro godimento che li attraversa. Il legame sociale inizia con i prodotti, che ci trasformano in tanti più-di-godere a loro immagine. La formula secondo cui siamo “tutti proletari” ha una particolare risonanza in quanto mette in discussione lo statuto del plusvalore e la natura del lavoro. Lo sfruttatore, e persino il “sistema”, sono diventati delle idealità degne di poco credito, mentre il godimento tratto dalla nostra servitù al più-di-godere è diventato la mano invisibile.

Un lavoratore ben pagato è un ottimo cliente, aveva l’abitudine di dire Henry Ford. Congetturando sulla permanenza del desiderio di Altra cosa come maschera per la noia, egli ha così innescato la pompa del consumo. Lacan, con il suo più-di-godere e una pratica della scartità, ci invita a prendere le cose in modo diverso.

Dando un posto centrale al più-di-godere, attacca il valore, in altre parole, una credenza. Che cosa vale oggi? Il valore non si basa su una scala, e il fallo non è in alcun modo un parametro per misurare le cose, ma piuttosto per gli scambi a cui danno luogo. E Lacan ne precisa le implicazioni: c’è una “sottomissione del valore d’uso al valore di scambio”4. Riprendendo la vecchia distinzione marxista, precisa in cosa consiste il nuovo spirito del capitalismo, la prevalenza di un “gira” al posto di un “serve”. Il movimento prevale sul senso, l’uso diventa subordinato e l’utilitarismo obsoleto.

 

Senza uscire

È chiaro che Lacan non aderisce all’idea di un’uscita proattiva dal capitalismo, come attesta il condizionale della sua risposta. Anche se ci poniamo nella prospettiva marxista, c’è motivo di rovesciare la prospettiva. Piuttosto che al padrone è ai “prodotti [che i produttori] potrebbero chiedere conto, invece, dello sfruttamento che subiscono”5.

Siamo invitati a prendere posizione in direzione di un’azione rivolta al più-di-godere e al suo valore di scambio come principio di un legame. Che cosa sarebbe dunque un legame sociale che rinunciasse a questa modalità di scambio?

Il privilegio accordato allo scambio è in realtà una forclusione dell’uso, in particolare dell’uso di un corpo alle prese con la castrazione nel suo legame con il simile. Per quanto paradossale, Lacan non trovava stravagante la messa in comune di un uso che scarita, anche se gli psicoanalisti e le loro istituzioni l’hanno spesso praticata in modo molto imperfetto.

Traduzione: Adele Succetti

______

[1] Cfr. Psychanalyse detta Télévision, trasmissione dell’ORTF in cui Jacques Lacan risponde alle domande di Jacques-Alain Miller, diffusa il 9 e il 16 marzo 1974, realizzata da Benoît Jacquot J. Lacan, “Televisione”, Altri scritti, Paris, Seuil, 2001, pp. 509-546.

[2] J. Lacan, Il Seminario, libro XIX, Da un Altro all’altro, Einaudi, Torino, 2019, p. 233.

[3] J. Lacan, “Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata”, Scritti, Einaudi, Torino, 2002, p. 191.

[4] J. Lacan, Le Séminaire, libro XXIV, “L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre”, lezione del 14 dicembre 1976, inedita.

[5] J. Lacan, “Radiofonia”, Altri scritti, op. cit. p. 411.

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