Simone Barbagallo, allievo Istituto freudiano di Roma
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Un grande centro che accoglie persone adulte con disabilità intellettiva: media, grave e gravissima. Autismo. Psicosi. Persone che trascorreranno l’intero corso della loro esistenza nel circuito delle istituzioni. Quali uscite sono possibili, quando nessuno – i servizi invianti, l’équipe curante, i famigliari, gli ospiti stessi – si aspetta variazioni nel percorso di questi soggetti? Che ha da dire la psicoanalisi lacaniana a proposito di un destino che appare già scritto, di fronte al quale l’adattamento all’istituzione sembra il solo orizzonte che abbia un senso perseguire?
L’assetto istituzionale si organizza – è la lettura proposta da Paola Bolgiani1 – seguendo la struttura del discorso del padrone: in posizione di agente S1, l’ideale, i significanti padrone su cui l’istituzione si fonda, e in posizione di S2 l’“esperto” di turno, dal quale ci si attende soluzioni pratiche e immediate di fronte all’ingovernabile costituito dal troppo di godimento che così spesso il reale del corpo del disabile, non imbrigliato dal simbolico, mette in scena.
Se il pieno di sapere consente all’istituzione di funzionare, che accade quando ci si sgancia dalla posizione di detentore del sapere – di S2 –, ponendosi invece come barrati, come mancanti? Che accade, cioè, se i significanti padrone vengono interrogati e messi in fibrillazione, facendo buco nel sapere dell’istituzione? L’isterizzazione del discorso, con S/ in posizione di agente, mobilita gli S1, introducendo un dinamismo nell’omeostasi istituzionale.
Non si tratta di introdurre un altro discorso che s’imponga su quello esistente, ma di creare un vuoto di sapere attorno a cui la parola possa circolare: è infatti un sapere mancante quello che mette al lavoro. Come scrive la poetessa Wislawa Szymborska: “L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante ‘non so’”2. Al posto del sapere già saputo che vorrebbe uniformare sotto una pretesa educativa, un non-sapere che apre uno spazio da un lato agli operatori, chiamati all’invenzione di un sapere soggettivato, e dall’altro a coloro che l’istituzione ospita, non più nella posizione passiva di chi è ridotto a destinatario di assistenza. Due sono dunque le uscite possibili, a partire da questo vuoto di sapere: dell’équipe e dei soggetti ospitati.
Per l’équipe, un’uscita dalla ripetizione di formule che riproducono un sapere già saputo, fondate su indicazioni protocollari da eseguire, perché gli operatori possano assumere una posizione desiderante.
Per i soggetti ospitati, non un’uscita dall’istituzione, ma un’uscita dall’immobilità muta cui sarebbero altrimenti costretti nella loro condizione afona di oggetto inerte di cure.
Due uscite che sono consentite dal contagio di un desiderio che origina da un non-sapere e che si rende operativo nella tattica a condizione di animare l’invenzione di ciascuno, secondo una strategia comune, in funzione di una politica. È solo in questo ascolto docile che il soggetto può trovare un posto e prendere la parola, come mostra L.: quando entra in istituzione, trascorre la giornata chiuso nella sua stanza, al buio, spesso compiendo atti autolesivi. Il suo arrivo lascia l’équipe in panne: i metodi tradizionali sembrano non funzionare, sono addirittura controproducenti. L’équipe si interroga: se L. non si lascia coinvolgere in nessuna attività, saranno gli operatori, con discrezione, senza domandargli niente, ad incuriosirsi di ciò che lui fa. Da una completa chiusura, L. inizia progressivamente ad aprirsi, e significativamente ad uscire prima dalla sua stanza, e poi dalla casa, per girare in bici nel parco facendo a gara con gli operatori. Un’uscita del soggetto, che in questa atmosfera di ascolto accetta di mostrare qualcosa del suo “mondo interno”3, indicando agli operatori come seguirlo passo passo nelle sue costruzioni. Ma, insieme, anche un’uscita dell’équipe, che a partire dalle impasse incontrate con L. mette in discussione le abitudini consolidate su cui si sosteneva.
Quando i significanti padrone, che in precedenza governavano il discorso pietrificandolo, vengono interrogati e messi in questione, l’équipe si anima, con l’effetto di vitalizzare i soggetti di cui si occupa; al contempo, le manifestazioni soggettive – l’uscita del soggetto – sorprendono l’équipe, suscitando ulteriore curiosità, dunque vitalizzando l’équipe. Si tratta di un movimento di andata e ritorno dall’équipe (É) al soggetto (S), e dal soggetto all’équipe: É ⇄ S.
Solo a condizione che l’équipe continui ad interrogarsi, uscendo a sua volta dalla ripetizione delle formule stereotipate che riducono il soggetto a “un tipico caso di”, il soggetto può giocare la sua partita; al contempo, è l’emergere del soggetto che spinge l’équipe a non richiudersi sul discorso del padrone. “Instaurare dappertutto la particolarità contro l’ideale”4 è esattamente il contributo che la psicoanalisi può dare all’istituzione, rendendo possibili delle uscite anche alle persone che in istituzione trascorreranno tutta la vita, e alle équipe che di questi soggetti ogni giorno si occupano.
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[1] P. Bolgiani, “Questioni preliminari alla domanda in un’istituzione”, in Come iniziano le analisi, EEP, Roma, 1995, pp. 238-243.
[2] W. Szymborska, Il poeta e il mondo, Discorso in occasione del conferimento del premio Nobel, 1996, http://www.giuliotortello.it/Szy/nobel.pdf
[3] D. Williams, Nessuno in nessun luogo. La straordinaria autobiografia di una ragazza autistica, Armando, Roma, 2002, p. 174.
[4] E. Laurent, “Istituzione del fantasma, fantasmi dell’istituzione”, in La psicoanalisi, n. 59, gennaio-giugno 2016, pp. 27-41, p. 36.



