Paolo Rocco Cipriano, Membro sotto condizione, Avellino
_______
“Questa casa è una prigione” è la frase con cui spesso i minori accolti nei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione) definiscono la struttura che li ospita. Il tema delle entrate e delle uscite dai contesti comunitari è particolarmente delicato e lo è ancor di più se l’ambito di discussione concerne i centri volti all’accoglienza dei migranti. In primo luogo, allora, è importante comprendere cosa significhi accogliere chi lascia il proprio Paese per raggiungerne clandestinamente un altro. Nella maggioranza dei casi, entrare in Italia è l’ultimo step di un lungo e complicato viaggio, il cui epicentro è – sovente – la Libia. Allora, il tema dell’entrata acquisisce una differente sfumatura. Pensiamo ad Y., proveniente dall’Africa occidentale, che ha raggiunto la Libia a 16 anni e, dietro cospicuo pagamento, è riuscito a raggiungere – in piena notte – la precaria imbarcazione di uno scafista. Le persone a bordo – però – sono state prontamente bloccate, minacciate con armi da fuoco e derubate. Alcuni colpi sono stati sparati preventivamente per intimorire i passeggeri ed hanno colpito Y., il quale si è salvato miracolosamente grazie ad uno dei suoi aggressori, che lo ha portato repentinamente in ospedale e poi lo ha tenuto con sé – come schiavo – per vari mesi.
Supponendo di ri–uscire nella partenza, cosa accade giunti in Italia? Dipende. Le condizioni dell’accoglienza per i maggiorenni e per i nuclei familiari – pari a 6 mesi, eventualmente estensibili – differiscono nel caso di MSNA, ovvero:
Il minorenne non avente cittadinanza italiana […] privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano1.
Trattandosi di minorenni, l’accoglienza è prevista fino al diciottesimo anno di età e per i 6 mesi successivi, estensibile – in caso di prosieguo amministrativo – fino ai 21 anni. Proviamo, dunque, ad immaginare l’arrivo in Italia di un minore non accompagnato. Prima entrata: lo sbarco. Allora, verrà effettuata una prima raccolta dati ed un colloquio, volti ad una pre-identificazione del minore. Seconda entrata: centro di prima accoglienza. Spesso l’ingresso in un SAI passa per un CAS, CARA e così via: nuova raccolta dati e nuovi colloqui. Terza entrata: il SAI. Cosa accade ora? Colloquio d’ingresso, spiegazione del regolamento interno e di diritti e doveri dei minori in Italia, firma del patto d’accoglienza, colloquio legale e presa in carico psicosociale. In un’occasione, durante un colloquio psicologico, un minore mi disse: “Se vuoi sapere qualcosa su di me leggilo sui documenti dell’altra struttura, lì c’è tutto”. Al minore, ormai divenuto beneficiario, viene chiesto – in primo luogo – di apprendere la lingua italiana e, poi, di partecipare alle attività educative previste dal progetto. Condividerà l’abitazione e la camera con altri minori, non necessariamente connazionali, e parteciperà attivamente alla cura della struttura d’accoglienza, sostenuto dagli operatori.
Primo problema: la lingua. Quella delle barriere linguistiche è una questione centrale. Operatori legali e psicologi sono affiancati dai mediatori culturali, gli operatori non sempre. Si ricorre allora ai traduttori degli smartphone, i quali non è detto riescano in una traduzione idonea. D’altra parte, anche l’ausilio dei mediatori culturali non rappresenta una garanzia di comprensione, complicando – soprattutto nel caso dei colloqui psicologici – il ritmo del dialogo: un soggetto parla, un altro cerca di comprendere e – di seguito – traduce in un’altra lingua quanto ha inteso, un altro soggetto riceve ciò che il secondo soggetto ha compreso dire dal primo.
A questo primo problema se ne affianca un altro di non minore importanza: perché questi giovani ragazzi raggiungono l’Italia? Semplice, per lavorare. Pensiamo a F., quindicenne giunto in Italia al fine di trovare lavoro e – in quanto primogenito – sostenere a distanza la propria famiglia, che si trova nel suo paese natale in una condizione di severa indigenza. F., però, in quanto minorenne, non potrà lavorare fino ai 18 anni. D’altra parte, il suo auspicio era di ricongiungersi ad una rete di connazionali in una grande città italiana, mentre è giunto in un piccolo paesino di 3000 abitanti, poiché l’ingresso in un centro d’accoglienza – articolato sull’intero territorio nazionale – è determinato dalla disponibilità di posti liberi a prescindere dall’ubicazione della struttura. Quanto resterà F. in questa comunità che gli “impedisce” di lavorare e che si trova in un piccolo paesino dislocato prima di tentare la fuga?
Quale lavoro è, allora, possibile in una comunità d’accoglienza? Quando Y. è arrivato in struttura, ha subito mostrato il marchio del suo viaggio: due enormi cicatrici sul busto. Dunque, ha chiesto di fare una visita ed è stato subito accontentato: il suo stato di salute era ottimale. Y., però, ha continuato a richiedere agli operatori nuove visite, domandando costantemente di raggiungere il pronto soccorso. Stava bene, perché continuavano le sue richieste? Per noi operatori era tutto chiaro, l’ecografia mostrava l’assenza di lesioni agli organi interni e la cicatrizzazione delle ferite era perfetta. Ma lui sapeva cosa fosse un’ecografia? Aveva inteso l’assenza di lesioni agli organi interni? No, ovviamente. Quindi, raggiungeva gli operatori e li sfiniva con continue richieste d’assistenza. Cosa fare? Y. ha smesso di domandare solo nel momento in cui l’equipe ha smesso di rispondere sul piano del bisogno e, al di là delle barriere linguistiche, ha aperto la strada al piano dell’ascolto.
I ragazzi domandano, fanno continue richieste. Chiedono quando potranno lavorare, chiedono farmaci per i loro continui dolori, chiedono nuovo vestiario: chiedono, chiedono, chiedono. Ma cosa nascondono le loro richieste? Su questa base, in equipe, pensammo di dare spazio alle loro questioni: perché solo gli operatori avrebbero dovuto riunirsi e discutere delle problematiche presenti in struttura? Strutturammo, allora, un atelier: la riunione di parola. In base alle richieste dei ragazzi veniva definito, di settimana in settimana, un ordine del giorno e venivano discusse le loro proposte, veniva dato spazio alla loro parola. Seguirono ore, giorni, settimane di silenzi: pensammo di smettere. D’altra parte, in un’occasione, la riunione non si è potuta tenere per i costanti impegni della comunità. I ragazzi raggiunsero l’ufficio, bussarono e chiesero: “Perché oggi non c’è la riunione di parola?”.
Ora, tutto il lavoro svolto nelle comunità che ospitano migranti è funzionale alla loro uscita. Si tratta, in primo luogo, di preparare il soggetto all’autonomia sul territorio italiano, affinché abbia gli strumenti per ricavarsi un posto nel mondo lavorativo e sociale. È proprio la questione del posto ad essere in primo piano nell’accoglienza. Quando i minori sentenziano che la comunità è come un carcere, bisogna interrogarsi su quali siano le “sbarre”. Evidentemente, anche il carcere dà un posto ai propri prigionieri. L’Altro familiare e sociale impongono – direttamente o meno – al soggetto la partenza dal proprio Paese natale, l’Altro dell’accoglienza impone al migrante la propria burocrazia, definendone il posto, così come il proprio discorso – discorso del padrone. La prima uscita, allora, affinché una reale uscita sia possibile, è quella dalla posizione in cui il migrante è posto dall’Altro. Questo è possibile se, innanzitutto, nell’equipe la domanda raggiunge il suo ṣifr, il suo zero e che – come la matematica insegna – si configura come un insieme vuoto:
Le nove cifre degli indiani sono queste
9 8 7 6 5 4 3 2 1
Con tali nove figure, e con il simbolo 0, che gli arabi chiamano zefiro, qualsiasi numero può essere scritto2.
La sfida a cui chi opera nei contesti migratori è chiamato, è quella dell’istituzione di un luogo dis-orientato dalla domanda, affinché uno spazio vuoto – il posto di un dire – sia possibile. Ecco che lo zero, allora, consente l’esistenza di ogni numero, ogni cifra di desiderio oltre la matricola “proiettile” chiamata codice SPRAR. Solo così un discorso altro potrà prendere vita, senza avere di mira un sapere ma un’incognita: “$, che è la verità celata nel discorso del padrone, deve venire in evidenza in quanto soggetto mancante di sapere, affinché qualcosa possa articolarsi”3. In conclusione, affinché per il soggetto possa ricavarsi un posto che sostenga il suo desiderio, l’unica pensabile posizione per l’equipe è quella di Ⱥ, di una mancanza e al contempo di una scommessa. Nella riffa dell’immigrazione, il premio della puntata sarà l’articolazione possibile di un desiderio, al di là di ciò che l’Altro comanda. L’uscita è, allora, un’uscita dall’alienazione, così che – in primis – nel luogo dell’Altro ci sia una s-barra.
______
[1] Disponibile qui: http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/circolari/minori-stranieri-non-accompagnati-hanno-meno-18-anni-sono-sul-territorio
[2] L. Fibonacci, Liber abbaci, disponibile qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Liber_abbaci
[3] P. Bolgiani, “Questioni preliminari alla domanda in un’istituzione”, in Come iniziano le analisi, EEP, Roma, 1995, p. 241.



