Omar Battisti, Membro SLPcf e AMP, Longiano 7 maggio 2024
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Il laboratorio sulle Questioni Attuali nelle Istituzioni Scolastiche1 è stato pensato come luogo dove interrogare l’esperienza e la pratica di chi ha a che fare con il mondo della scuola. Non a partire da una ideologia ma dalle difficoltà e dalle domande che emergono seguendo la propria pratica quotidiana. Per questo nel titolo di un tale spazio di lavoro non viene dato un nome a quali siano le questioni attuali nelle istituzioni scolastiche, ma si è posto l’accento sul lasciare che ciascuno possa far presente quali sono i problemi che incontra.
Tra quelli emersi uno riguarda l’abbandono scolastico. Uno dei partecipanti al laboratorio, Massimiliano Rielli, ha presentato un suo testo frutto del lavoro che porta avanti in merito a questo tema. Ha riportato diverse situazioni in cui è stato difficile se non impossibile fare in modo che la scuola potesse accogliere l’invenzione, la trovata oppure il problema e le difficoltà per un alunno.
Non voglio mettermi in fila con quanti si divertono a sparare sulla scuola e proporre facili ricette piuttosto che cinici “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. Ma, proprio grazie al lavoro presentato da Rielli, mi interessa mettere in luce una sua domanda sul perché c’è un discorso che spinge a non tenere conto di quelle invenzioni come di quelle difficoltà. Un punto che vorrei portare alla luce è il suo rimandare all’inclusione scolastica. È sempre molto facile che un ideale diventi un’ingiunzione alla conformità. L’attuale serie di disposizioni disciplinari fatte in nome di un ideale di ordine pubblico e di richiamo ai valori (la stretta sui telefonini, sul voto in condotta, sulle sospensioni, ad esempio), con l’invocazione di un pugno di ferro contro fenomeni sempre ridotti esclusivamente alla devianza, lascia in penombra qualcosa che si può cogliere, oltre a questi nobili intenti: una questione scabrosa e lasciata sempre a margine. Il fatto che si può essere presi da un certo gusto nel promuovere un ideale posto come soluzione ad ogni problema. Un gusto che facilmente fa scivolare dalla promozione di un’idea all’imposizione di una norma cui aderire ciecamente e senza alcuna possibile critica. L’inclusione rientra in questo ambito. Questo non vuol dire avvallare l’idea contraria di ristabilire le classi speciali, ma si tratta di uscire da una sterile tifoseria da stadi. Una tifoseria che oppone in modo irriducibile paladini del tutti in classe ad ogni costo contro i nostalgici di un bell’ordine perduto in cui ciascuno aveva un posto imposto dall’altro, fisso, immutabile e senza alcuna via di uscita. Non è così facile uscire dalle ideologie. Gaber lo cantava così nel celebre brano Destra sinistra2: “Malgrado tutto credo ancora che ci sia. È la passione, l’ossessione della tua diversità”. Come uscire dagli stadi allora per entrare nelle scuole?
Senza proporre facili ricette, mettere in valore l’importanza di non ridurre ogni fenomeno o problema a questioni di ordine pubblico. Piuttosto dando spazio a ciò con cui ogni educatore ha da fare i conti: l’ineducabile. C’è un impossibile nell’educare che oggi viene rigettato. Dare posto all’ineducabile della pulsione che abita ogni alunno è una posta in gioco attuale per una scuola aperta ad un non sapere. Un non sapere anzitutto come ciascun alunno possa uscire dal proprio isolamento per entrare in un legame con l’Altro.
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[1] Cfr. Slp-Corriere, 27 ottobre 2023, Testo di avvio del laboratorio disponibile qui
[2] G. Gaber, Destra sinistra, 1994, in Io come persona. Disponibile qui



