Christiane Alberti, Presidente Associazione Mondiale di Psicoanalisi (AMP)
Poiché intervengo alla fine di queste Giornate di lavoro, mi sono chiesta quale fosse la posta in gioco del Convegno di una Scuola, quale fosse il suo obiettivo, quale fosse la sua ambizione. La sfida è quella di essere in sintonia con l’attualità. Quale attualità?
1) Questa della vostra scuola: una nuova esperienza della passe. La Scuola Lacaniana di Psicoanalisi del Campo freudiano ha ora le sue istanze della passe.
2) Il momento attuale: se gli psicoanalisti vogliono che la loro offerta di una psicoanalisi sia in sintonia con il momento attuale della civiltà e con le esigenze dei tempi.
3) L’attualità dell’orientamento lacaniano, quello di un Seminario di Lacan recentemente pubblicato: L’Acte psychanalytique (L’atto psicoanalitico). Basta leggere la quarta di copertina: Lacan risponde a una domanda a cui non aveva mai risposto prima: che cos’è un analista? Risposta: un analizzante che ha portato a termine l’esperienza analitica.
La sfida delle Giornate di lavoro di una scuola è trasmettere qualcosa come la gioia significante dell’inconscio, il gusto dell’analisi, il desiderio di analisi. Si tratta di rivolgersi a chi viene qui per la prima volta e a coloro che sono già membri di questa Scuola, giacché il gusto per l’inconscio influenza la formazione degli analisti nell’AMP, nell’orientamento lacaniano. Il desiderio di analizzarsi è la forma primaria del desiderio dell’analista.
Pensiamo a Freud: ha inventato la psicoanalisi prestando attenzione alle isteriche, ma anche da una posizione solitaria. Freud ha iniziato notando verità che non si aspettava: la finezza di un atto mancato, il lapsus che ci sorprende, il sogno enigmatico. È stato sensibile a quello che lo sorprendeva, ai dettagli della vita quotidiana che suscitavano il suo desiderio di sapere. Questo fu un primo momento in cui Freud fu toccato dalle sorprese dell’inconscio come reale. L’inconscio nella misura in cui raggira l’attenzione.
Sì, Freud ha avuto una sua curiosità, che presuppone un movimento di ritorno su di sé, un’interrogazione su se stesso. Per questo Lacan oppone a Foucault il fatto che nella psicoanalisi non c’è solo il parlare di sesso, che c’è il parlare a sé, il confessarsi a se stesso, reso possibile dall’avvento del soggetto della scienza. Un soggetto animato dal desiderio di afferrare qualcosa della propria esistenza, un soggetto che cerca di avere una presa sul proprio reale, per estrarne un sapere nel senso più forte del termine, il sapere di un corpo parlante.
Questo movimento di ritorno a ciò che ci accade, diciamo, è la prima forma del desiderio dell’analista: è un desiderio di analisi, puro e semplice.
E se la psicoanalisi è arrivata fino a noi, è perché Freud ha comunicato la sua scoperta al pubblico attraverso libri sui suoi propri lapsus, sogni o atti mancati, o tratti dalla vita quotidiana dei suoi amici, o letti sui giornali, val a dire dettagli infimi, in altre parole “capocchie di spillo” (per usare l’espressione di J.-A. Miller): nessuna dimostrazione classica, nessun protocollo, nessun dettaglio minuto, piccole unità localizzate. Cose di finezza.
Se la psicoanalisi è arrivata fino a noi, se ha camminato nelle profondità del gusto, questo dipende dall’analizzarsi primo di Freud.
L’analista analizzante
Se ho insistito sul termine analizzarsi di Freud, non è per dire che ci si analizza da soli ma per sottolineare che è come analizzante che Freud è passato allo psicoanalista, che è diventato psicoanalista. Si diventa psicoanalista analizzando i propri sogni, questa è la risposta freudiana: Freud scrisse a Fliess che il suo paziente più importante era lui stesso (“Lettera n. 75”). Jacques Lacan convalida questa posizione freudiana e allo stesso tempo sostiene che non si tratta di una autoanalisi, ma di analisi, anche se scritta[1].
Ma Freud si spinge oltre, esige che ci si sottoponga a un’analisi e soprattutto che, anche una volta che si è diventati analisti, non si smetta mai di “approfondire la propria analisi”. La sua posizione è radicale, come si legge nel suo articolo “Le prospettive future della terapia psicoanalitica”: “Chi non riesca a concludere nulla in siffatta autoanalisi, può senz’altro abbandonare l’idea di essere capace di intraprendere un trattamento analitico sui malati”[2]. In altre parole, chi cessa di essere in contatto con il proprio inconscio dovrà rinunciare a praticare la psicoanalisi: rimanere in contatto con il proprio inconscio, dall’inizio alla fine, e anche quando l’analisi è finita. Questo è l’analista analizzante, cioè una contro-esperienza rispetto a qualsiasi formazione accademica.
Rimanere in contatto con il proprio inconscio per non smettere di contrastare il “non ne voglio sapere niente”. Per lottare contro il “non ne voglio sapere niente”. Perché c’è una volontà feroce di non sapere. Cosa? La castrazione, la pulsione di distruzione, il desiderio di morte, o che la donna non esiste. Non si vuole sapere nulla di tutto ciò.
È una disciplina, un’ascesi sostiene J.-A. Miller alla quale bisogna sottomettersi se si vuole rimanere analizzanti e praticare la psicoanalisi rimanendo analizzanti. L’analista è invitato a forzare il suo “non ne voglio sapere niente” e a regolare la sua posizione in una tensione permanente con il suo “non voglio sapere niente”.
Per questo motivo, dando la priorità all’analizzarsi, privilegiando l’analizzante rispetto al praticante, Lacan sottolinea che le cose di finezza che si scoprono nell’analisi prevalgono sulla terapeutica. Ciò che si oppone fondamentalmente alla salute mentale è un’erotica, come dice J.-A. Miller. Quella che passa attraverso delle cose minime, di finezza. “Questa erotica fa obiezione alla salute mentale. L’erotica, in altre parole, l’apparato del desiderio, che è singolare per ognuno. Il desiderio è all’opposto di ogni norma, e come tale è extra-normativo”.[3]
È così che capisco la decisione di J.-A. Miller di pubblicare l’intero libro dei sogni di Lacan nel testo Lacan Redivivus.[4] È stato un momento molto intenso quando J.-A. Miller ha messo per la prima volta questo quaderno nelle nostre mani. Allora perché rendere pubblico un testo così intimo? È un testo che non risparmia i sembianti, che non si preoccupa della bellezza o del bene. Ma è molto diverso dall’epoca della scoperta di Freud che riferisce i suoi sogni, si tratta di Lacan in analisi, analizzante, e quindi decidendo di pubblicare questo quaderno, J.-A. Miller spinge quello che è la pratica della psicoanalisi nel campo dell’opinione, nel campo sociale: la questione concerne quindi la diffusione e la trasmissione della psicoanalisi, proiettando nel pubblico ciò che è la pratica della psicoanalisi.
Il ruolo delle nostre giornate è quello di mettere in circolazione come opera uno psicoanalista, rivolgendosi al pubblico: è sentendo parlare di psicoanalisi che ci si dice un giorno farò un’analisi, o un giorno farò la passe, o un giorno sarò uno psicoanalista, ed è quando sentiamo parlare del controllo che decidiamo di andare a fare un controllo regolarmente.
Rendendo visibile il desiderio di analisi, diamo al pubblico una garanzia della serietà della nostra pratica e del rigore della nostra formazione.
Così, i casi clinici presentati nelle Giornate sono di grande importanza: al di là della costruzione di un caso o dell’identificazione di una diagnosi, rendiamo visibile una pratica che lascia spazio all’invenzione e alla contingenza.
Lacan ha potuto dire nel seminario Il Sinthomo[5] che all’inizio della pratica i giovani praticanti “sono come dei rinoceronti. Fanno più o meno qualunque cosa e io li approvo sempre. E in effetti hanno sempre ragione”. Perché hanno ragione? Perché Lacan dà la priorità all’atto dell’analista. Quindi non può che essere d’accordo con coloro che gli riferiscono la loro pratica. Prende così le distanze rispetto a una cura tipo o ideale. Questi giovani analisti possono così verificare fino a che punto possono essere liberi nella loro tattica (più che nella loro strategia).
Se l’atto è proprio non un fare, non un’azione, ma quel luogo in cui non penso, si tratta di fare uno spazio a questo luogo. E fare spazio a questo luogo richiede un certo grado di desoggettivazione sul lato dell’analista. Una desoggettivazione che è necessaria anche per fare spazio all’analizzante. È perché l’analista ha imparato a sbrogliarsela con il proprio caso che può affrontare casi diversi dal suo. Occupare questo posto ha l’effetto di svuotare la relazione immaginaria, che è ciò che fa apparire un’altra relazione con il paziente stesso. Ciò presuppone la rinuncia a qualsiasi intenzione di padronanza terapeutica, o comunque una distanza rispetto agli obiettivi terapeutici, per consentire al fatto che le sue difese siano disturbate.
Questo significa che nel suo atto la posizione dell’analista è quella dell’analizzante? Qui c’è una tensione tra atto e inconscio.
Da un lato, l’analista nella sua posizione di analista, nella misura in cui opera come analista, nel suo atto, come un non penso, deve chiudersi al suo inconscio.
Ma, dice Lacan, se dimentica e rifiuta “ciò che si impone del suo essere”, la sua soggettività, allora ciò che viene rifiutato nel simbolico riappare nel reale. Un analista non è mai altro che un analizzante che si trasforma temporaneamente durante il tempo in cui opera come analista. E Lacan non smette di ricordarci che gli analisti non devono dimenticare di essere questo prodotto, che non devono rifiutare o negare ciò che hanno imparato dalla propria analisi, perché è da questa rivelazione che il desiderio dell’analista si è radicato. Non è un desiderio puro. Non l’analizzato, ma l’analizzante.
Questa tensione si manifesta soprattutto nella pratica, nell’esperienza del controllo: nel controllo, l’analista non è in posizione di padronanza, è in posizione analizzante della sua pratica, non del suo inconscio.
Così il controllo risveglia e mantiene questa tensione permanente tra atto e inconscio.
È per questo che è interessante per il pubblico della Scuola e, oltre a questo, per il pubblico in generale.
È per questo che la Scuola raccoglie la sfida di mantenere gli analisti sulla breccia di essere analizzanti della loro pratica, mantenendo vivo il transfert. Per contrastare l’uso routinario e sonnolento della pratica, per riaccendere il desiderio, anche negli analisti più esperti, di mantenere il transfert verso la psicoanalisi.
La sfida di questi giorni è quella di dare un posto importante alla testimonianza dell’analisi, ma anche della pratica, al di là della clinica.
Per concludere su questo binomio atto e inconscio, atto o inconscio (cfr. J.-A. Miller), vi invito a riflettere sul fatto che Lacan ha potuto dire che non c’è atto sessuale, il che ci porta a riflettere su cosa implica questo concetto di atto?Se ci fosse un atto, ci sarebbe una certezza. Ma non c’è certezza nell’attività sessuale, o nel sessuale. Perché?
Ebbene, mi astengo dal rispondere a questa domanda, ma vorrei solo incoraggiarvi a saperne di più partecipando al prossimo Congresso dell’AMP, che si intitola: Il n’y a pas de rapport sexuel (Non c’è rapporto sessuale).
Traduzione: Adele Succetti
[1] J. Lacan, “Prima versione della ‘Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola”, Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 573.
[2] S. Freud, “Le prospettive future della terapia psicoanalitica”, Opere, vol. 6, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, p. 201.
[3] J.-A. Miller, “Choses de finesse en psychanalyse », Cours de l’orientation lacanienne, inédit.
[4] Cfr. J.-A. Miller e Ch. Alberti, Lacan Redivivus, di prossima pubblicazione in Italia presso Astrolabio Editore.
[5] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il Sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006, p. 16.



