Amelia Barbui, Presidente SLP, Membro AME della SLP e dell’AMP, Milano
Il tema di questa tavola rotonda non può non ricordarmi il lavoro che proprio qui a Milano, in via Petrella, non lontano dalla nuova sede, abbiamo fatto trent’anni fa, come Atelier milanese della Scuola Europea di Psicoanalisi, con Jacques-Alain Miller, sull’uscita d’analisi: sue congiunture d’innesco in Freud. Abbiamo pubblicato i risultati di tale lavoro, nel numero 9 della rivista Agalma. Da allora molti colleghi sono usciti, forse abbagliati dal miraggio del potere, o forse le uscite, vere e proprie rotture amorose, erano state già annunciate nel momento dell’entrata.
“Il desiderio di sapere – scrive J.-A. Miller in Come finiscono le analisi – è una funzione clinica che si fonda su una rinuncia autentica al desiderio di potere. A un certo punto cade il desiderio di desiderare qualcosa per l’altro, e al posto dell’altro. È un fatto molto particolare, inimitabile” [1].
Come declinare il desiderio di potere, se non come desiderio di desiderare qualcosa per l’altro o, ancora di più, desiderare al posto dell’altro.
È quel desiderio che autentica e pervade la maggior parte delle terapie psi in cui l’immaginario e la suggestione regnano sovrane.
Dalla posizione di potere si risponde con l’omologazione, riportando alla norma, o con l’autentificazione della rivendicazione, “tu hai diritto”, esentando il paziente dalla responsabilità soggettiva.
È quel desiderio di potere che mira alla comprensione, al senso, e che sostiene, al tempo stesso, la cultura della sofferenza, da cui non è esente la religione, anch’essa come forma di terapia.
Il carteggio Freud–Pfister ne è un esempio.
“Dal punto di vista terapeutico, non posso che invidiarla per la sua possibilità di ricondurre la sublimazione alla religione”, scrive Freud a Pfister il 9 ottobre 1918. “È naturale che qui, nella terapia, le nostre strade si dividano, e le cose possono restare così”[2].
E il 22 ottobre 1927 ribadisce: “Sul problema terapeutico devo esprimermi con chiarezza. Lei naturalmente ha ragione, in quanto pastore d’anime, a chiamare in soccorso tutte le truppe ausiliarie di cui dispone. In quanto analisti noi dobbiamo essere più riservati, e far cadere l’accento principale sullo sforzo rivolto a rendere il paziente autonomo, il che spesso torna a danno della terapia”[3].
Lacan, nella risposta agli studenti di filosofia sull’oggetto della psicoanalisi, nel 1966, ci ricorda che “un’interpretazione di cui si comprendono gli effetti, non è un’interpretazione psicoanalitica. Basta essere stati analizzati o essere analisti per sapere ciò”[4].
Nella psicoanalisi non si mira alla comprensione, in entrambe le accezioni del termine (senso e partecipazione), ma si chiede di rinunciare al desiderio di potere a vantaggio del desiderio di sapere, un sapere inconscio che è, con le parole di Lacan, “lacuna, taglio rottura che si iscrive in una certa mancanza”[5].
Desiderio di sapere che porta qualcuno che crede nell’inconscio, che è disposto a negare il cogito cartesiano, a domandare un’analisi, per interrogare l’enigma del proprio sintomo, la propria interpretazione della vita, per attraversare il proprio fantasma, di cui ne saprà solo alla fine, e per allentare le identificazioni a cui è soggetto.
Un’analisi inizia, un’analisi dura, un’analisi finisce. Fino a che punto quel qualcuno proseguirà ad entrare e ad uscire da quella porta? Fino a quando continuerà a traslocare ciò che ha di più intimo, tutto ciò che gli passa per la testa al di là di quella porta che ogni volta si apre, si chiude e si riapre e di cui lui non ha la chiave?
Certo, potrà uscire dall’analisi, o forse è meglio dire, potrà interromperla, ma solo dopo che vi è entrato e per questo, per entrare nel dispositivo, il “malessere”, o meglio, i sentimentalismi tossici, così in voga tra i giovani, non bastano, anzi, anche loro come il wokismo, tendono a cancellare/censurare la psicoanalisi la cui pratica fa vacillare le certezze.
Varcata la soglia, quel qualcuno:
- Potrà precipitare l’uscita, folgorato dai fuochi d’artificio delle rivelazioni, dopo che l’amorfo avrà preso forma. Come ci ricorda Miller nella lezione del 14 gennaio 2009 del corso Cose di finezza in psicoanalisi: “La massa mentale dell’amorfo nel corso delle prime sedute si ripartisce in elementi di discorso. Il solo fatto che voi invitiate colui che vi sta davanti a parlare fa sì che il suo amorfo mentale adotti la struttura di linguaggio” [6].
- Oppure potrà uscire soddisfatto dall’aver elaborato una risposta all’interrogativo posto dal suo sintomo, una risposta al desiderio di sapere qual è la propria responsabilità nel disordine di cui si lamenta. Avrà giocato così la sua partita sull’opposizione tra conscio e inconscio. Ne è un esempio l’uscita d’analisi di Dora che, dice Freud, alla fine riesce a staccarsi dal padre e viene riconquistata alla vita.
- Oppure, sempre quel qualcuno, potrà proseguire l’analisi, potrà farla durare, e impegnarsi ad attraversare la stagnazione, ad esplorarne i limiti, a superare l’inerzia e attendere il ritiro della libido da un certo numero di elementi tracciabili che sono stati isolati all’epoca della rivelazione. Non è questo il tempo per comprendere, ma per disinvestire e la partita si gioca sull’opposizione tra sapere e godimento. O non sono o non penso: il primo (non sono) correlato all’inconscio, il secondo (non penso) correlato all’Es, come Lacan articola nel Seminario sulla logica del fantasma.[7] Potrà così spingersi fino al punto in cui avrà inventato quella soluzione singolare che si fonda sul proprio sintomo. Una soluzione impossibile, nel senso matematico del termine, marcata dal sigillo dell’incurabile e da ciò che è stato il partner del fantasma, il reale del godimento, un resto ineliminabile al quale non si può applicare alcuna terapia. Un saperci fare con il “non tutto”.
Non è il caso di Dora che – dopo la lunga seduta di analisi del secondo sogno, in cui Freud, messo da parte il transfert elabora un sapere che lo soddisfa, nonostante Dora sostenga che non è gran cosa – va tutta sorridente da Freud a dirgli: “Ho deciso di andarmene” e lui risponde: “Come vuole; comunque facciamo l’ultima seduta”. Effettivamente è come dicesse: Per me è lo stesso. Freud soddisfatto dal sapere ha perso l’occasione di dire a Dora che gli sarebbe mancata, che andandosene avrebbe provocato una mancanza nell’Altro, ponendo le condizioni per una nuova entrata. Quando vi è un appello alla mancanza nell’Altro e questa mancanza manca – ci ricorda Miller –, quando si eclissa la mancanza nell’Altro, si produce una congiuntura d’uscita dall’analisi.
Termino con quanto Lacan enuncia nel Seminario XV sull’atto psicoanalitico:
“Il termine dell’analisi consiste nella caduta del soggetto supposto sapere, e la sua riduzione all’avvento dell’oggetto a come causa della divisione del soggetto. Questo oggetto viene al posto del soggetto supposto sapere. È lui che, con l’analizzante, gioca fantasmaticamente la partita per quanto riguarda il soggetto supposto sapere, ossia l’analista, che al termine dell’analisi sosterrà di non essere altro che questo resto, l’oggetto a”[8] .
[1] J.-A. Miller, Come finiscono le analisi. Paradossi della passe, Astrolabio, Roma, 2023, p. 221.
[2] S. Freud, Psicoanalisi e Fede – Carteggio col Pastore Pfister, Boringhieri, Torino, 1970, p. 62.
[3] Ivi, p. 112.
[4] J. Lacan, “Réponses à des étudiants en philosophie sur l’objet de la psychanalyse”, in Cahier pour l’Analyse, vol.3.
[5] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2003, p. 149.
[6] J.-A. Miller, “Cose di finezza in psicoanalisi”, lezione del 14 gennaio 2009, in La Psicoanalisi, n. 59, 2016, p. 181.[7] J. Lacan, Le Séminaire Livre XIV La logique du fantasme, Seuil, Paris, 2023, p. 122.
[8] J. Lacan, Le Séminaire, Livre XV, L’acte psychanalytique, Seuil, Paris, 2024, p. 102.



