Guy Briole, Membro AME ECF, ELP e AMP
L’uscita è da questa parte è un’espressione francese che indica un percorso da seguire per orientare qualcuno, anche per separarsene. Risuona come una decisione, a volte rimessa in discussione. È anche un’indicazione scritta sulle pareti di un teatro, Uscita degli artisti! È quello che tutti vorrebbero prendere, dopo che in un’analisi si sono suonati in duetto e in tante occasioni i vari pezzi che solo l’inconscio può produrre. Ma all’ultimo sipario, dove cadono le maschere dei sembianti, la verità non è all’appuntamento, se non per essersi rivelata «mendace[1]».
Un anno fa, a Napoli, ci siamo interrogati sulle modalità di entrata in un’analisi e le avevamo considerate molteplici con, al loro centro, il transfert.
Oggi, a Milano, la nostra riflessione verterà sulle uscite dell’analisi. Sono altrettanto diverse e il transfert, alla fine, apre all’uno per uno degli analizzanti che, ciascuno a modo suo, pone un termine alla propria analisi. Allora, L’uscita è da questa parte sfocia in un labirinto dove ci si rischia di perdere. Tuttavia, si può sottolineare la coerenza della serie dei due Convegni, tanto è sottolineato da Lacan che è dall’uscita che si scorgono, quando ci si volta, le condizioni dell’entrata.
quali uscite?
Freud, nel suo testo Analisi terminabile e analisi interminabile, in risposta a Ferenczi, si chiede se «esista, per l’analisi, una fine naturale e se si sia comunque possibile portare un’analisi a una fine siffatta»[2].
La psicoanalisi ha questo di particolare, che permette l’elaborazione di una risposta propria a ciascuno – talvolta al di là della risoluzione del sintomo. Ciò non presuppone necessariamente una fine di analisi, ma una risposta che può trovarsi in tempi, in momenti diversi dell’analisi.
Ecco la questione del cambiamento in psicoanalisi. Conveniamo che ciò che cambia per un soggetto è da differenziare da ciò che cambia un soggetto. Per arrivare all’essenziale, diciamo che ciò che cambia un soggetto è l’atto dell’analista[3], in un’analisi più o meno lunga, e che questo cambiamento si verifica, in ultima istanza, nella procedura della passe. Così, la psicoanalisi in intensione mantiene il suo scopo: condurre un’analisi al suo termine e, se possibile, alla passe. Tuttavia, non tutte le analisi giungono fino a questo termine, e questo per ragioni molto diverse. In ogni analisi ci sono cose che cambiano e altre no.
In generale riconosciamo:
- delle analisi con fine, quelle la cui fine è stata verificata nella procedura della passe e hanno dato luogo a una nomina come AE, altre solo a un’ammissione come membro di una Scuola.
- delle fini di analisi che non sono una fine, ma la cui analisi ha permesso all’analizzante dei cambiamenti di cui è soddisfatto. L’analista può riconoscere questo percorso e l’efficacia della cura. In questi casi si può parlare di un’analisi che si conclude al di fuori della passe.
- interruzioni dell’analisi che, se mettono un termine all’analisi, non possono essere considerate come delle fini. Sono interruzioni che possono intervenire: non appena si ottiene un effetto terapeutico. Il paziente, chiamiamolo così in questo caso, non vuole proseguire oltre; dopo acting-out dell’analizzante o dell’analista, con tutto ciò che rientra in un non volerne saperne nulla; per ragioni che, potendo essere oggetto di tutte le giustificazioni, sfuggono alla logica di una cura. Notiamo, con J.-A. Miller che «è però difficile dire che ogni analisi non compiuta sia interrotta. Alcune analisi terminano effettivamente con un: è finita, quando magari né l’analista né l’analizzante pensano sia stato ottenuto il non plus ultra per il soggetto, ma senza che ciò prenda la forma della rottura»[4].
Abbiamo appena notato che il destino di un’analisi e il punto in cui può essere condotta dipende anche dall’analista; per esempio, da dove ha condotto la propria cura. Lacan lo diceva in vari modi che «c’è una sola resistenza: la resistenza dell’analista» [5]. In altre parole, ciò che può ostacolare l’analisi è l’analista stesso.
due occorrenze, versus soddisfazione
La risoluzione del sintomo
Capita che dei soggetti vengano a chiedere di fare un’analisi dopo aver attraversato un momento sintomatico difficile e che ora, di comune accordo con il loro psi, convengano che il trattamento ha avuto un effetto sufficiente su ciò che li faceva soffrire. Sarebbero tornati all’equilibrio, alla norma!
Eppure il soggetto può ancora dichiarare, in questo contesto di assenza di segno della malattia «che va meglio, e sebbene abbia tutto per essere felice, non lo è». Quindi, potrebbe trovarsi in panne dal lato del desiderio. E lì, si deve constatare che non ci sono farmaci del desiderio. In altre parole, non c’è alcun farmaco del soggetto, e nemmeno del parlessere.
La psicoanalisi interroga questa faglia, diciamo metaforicamente questo punto di fuga dal quadro clinico.
Da sempre, e forse ancor più ora, dove «ciò che trionfa sulla scena del mondo […] è la terapeutica»[6], gli psicoanalisti hanno potuto avere questa tentazione di considerare gli effetti talvolta immediati, se non inattesi, dei loro interventi – risoluzione di una conversione, cambiamento d’umore, ripresa degli investimenti – come risultati terapeutici che li spingono ancora di più all’interpretazione. È contro questo furor sanandi degli psicoanalisti che Freud metteva in guardia e che Lacan richiama in «Varianti della cura tipo»[7]. Egli mette in guardia contro «ogni abuso del desiderio di guarire» [8]; non ricusa la guarigione ma la colloca «[…] come soprappiù di beneficio della cura psicoanalitica»[9]. Nondimeno, Lacan non trascurava la domanda di guarigione che definiva così: «La guarigione è una domanda che parte dalla voce del sofferente, di uno che soffre del suo corpo o del suo pensiero.»[10] Cosa c’è di più attuale!
Ciò che Lacan sottolinea in questo modo non è che la psicoanalisi abbia un effetto curativo, è un fatto evidente, ma questo non permette di dire che è la sua finalità.
Il soggetto è felice
All’Università di Yale, nel 1975, Lacan diceva che «Quando l’analizzante è felice di vivere, è abbastanza»[11]. Anche se occorre differenziare questa «felicità» come risultato di una cura dal «diritto alla felicità» richiesto all’analista, al posto di un’etica del ben dire rivolta verso l’interrogativo della verità e dei meandri, così come delle impasse, del desiderio.
La difficoltà, e ciò non sfuggiva a Lacan, è di sapere quando l’analizzante «è felice». Può esserlo perfettamente nel transfert e, a volte, solo lì!
uscite con fine analisi, passe
L’attualità della SLPcf, con l’adozione da parte di una fortissima maggioranza del nuovo regolamento della passe, mi porta a insistere un po’ di più sulle uscite di analisi, per l’appunto con passe.
Alla fine dell’analisi, resta un reale, un irriducibile, che non si collega a niente, e che è singolare a ciascuno. Ma questo non ne fa un’identificazione, dice Lacan. Quindi, non si tratta di identificarsi con questo reale, ma di «sbrogliarsela» [12] .
Si può interrogare l’atto analitico rispetto a ciò che ha fatto una fine di analisi e una passe a partire dal parlessere, quindi dal corpo parlante e da questo reale che è lì come resto alla fine. Il reale è quest’ultimo «torsolo»[13] sul quale ci si imbatte alla fine dell’analisi e che occorrerebbe riuscire a dire, a ben-dire. Una sola possibilità per questo e che è paradossale, questo ben-dire non può essere che un mal-dire; sempre al lavoro del «dirlo meglio»! È diverso dal dirlo, questo reale, «indicibile». Impossibile a dire, non è «indicibile». Trovarsi confrontati a questo «indicibile» non fa tacere, al contrario, ed è ciò che si può intendere come un atto di discorso.
Il compito dell’Analista della Scuola è di non indietreggiare nell’esercitarsi al lavoro di dire questo reale: come ci si arrangia, come se la cava con questo «è così» della fine [14]. È qui, osserva J.-A. Miller nella sua Conferenza verso Rio 2016, che inizia il vero lavoro dell’AE: «l’evento di passe è il dire di uno solo, l’Analista della Scuola (AE)… » e insiste sul fatto che «il parlessere analizzato ha ancora da dimostrare il proprio saperci-fare con il reale, […] il suo saper dire, il suo saperlo ben-dire… » [15]. C’è un sapere da produrre, a partire dal buco…
… e dopo
Con Lacan occorre proprio intendere che anche se la fine dell’analisi può essere segnata da una passe, non si è finito con l’inconscio: si sarà sempre «concluso di traverso[16] » e quindi, occorre ricominciare. «Ricomincio [dice Lacan], perché ho creduto di poter finire»[17]. Ci sarebbe dunque un nuovo inizio dopo la fine dell’analisi, dopo la passe, quando si sarebbe potuto credere che «era passato». Ovviamente Lacan gioca con l’equivoco ma tuttavia, se con la passe qualcosa è passato, resta da «ricominciare» [18]!
Il punto di arrivo non è mai definitivo. A ciò si aggiunge che le domande degli analizzanti, le pratiche, sono cambiate e resta che lo psicoanalista sappia trovare risposte nuove e originali alle situazioni del suo tempo.
Traduzione: Laura Pacati
[1] J. Lacan, «Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI», Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 565.
[2] S. Freud, «Analisi terminabile e interminabile» (1937), Opere XI, Torino, Bollati Boringhieri, 2016, p. 502.
[3] J. Lacan, «L’atto psicoanalitico», Altri scritti, op. cit., p. 369.
[4] J.-A. Miller, Come finiscono le analisi. Paradossi della passe, Astrolabio, Roma, 2023, p. 202.
[5] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, Torino, Einaudi, 2006, p. 262.
[6] J.-A. Miller, Choses de finesse en psychanalyse, cours du 19 novembre 2008. Sur www.causefreudienne.net/wp-content/uploads/2014/08/Choses-de-finesse-II.pdf
[7] J. Lacan, “Varianti della cura tipo”, Scritti, vol. I, Torino, Einaudi, 1974 e 2022, p. 318.
[8] Ibidem.
[9] Ibidem.
[10] J. Lacan, “Televisione”, in Altri scritti, op. cit., p. 508.
[11] J. Lacan, Yale University, Kanzer Seminar, 24 novembre 1975, Paris, Seuil, in Scilicet 6/7, 1975, p. 15.
[12] J. Lacan, Le Séminaire, livre xxiv, L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre, leçon du 11 avril 1977, inédit.
[13] J. Lacan, Il Seminario, libro XXIII, Il sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006, p. 119.
[14] J.-A. Miller, «Un reale per il XXI secolo», in Scilicet, Alpes, Roma, 2014, p. xxiv.
[15] J.-A. Miller, «L’inconscio e il corpo parlante», Presentazione del tema del X Congresso dell’AMP nel 2016 a Rio De Janeiro, in Scilicet, Alpes, Roma, 2016, p. xxix.
[16] J. Lacan, Le Séminaire, Livre XXI, Les non-dupes-errent, Leçon du 9 avril 1974, inédit.
[17] Ivi, Leçon du 13 novembre 1973, inédit.
[18] G. Briole, « Recommencer », Inquiétantes étrangetés, La Cause du désir, n°102, 2019, pp. 133-136.



