Monica Vacca, Membro della SLP e dell’AMP, Roma
Ogni tanto uso una lingua mia
la invento impastandola al passato
non la consegno se non in traduzione.[1]
La psicoanalisi è intrasmissibile […]
È una seccatura che ogni psicoanalista sia costretto […]
a reinventare la psicoanalisi [in] modo che possa durare[2].
Nell’era del post-umano, dell’intelligenza artificiale, degli algoritmi, basta un semplice click per avere risposte prêt-à-porter. Un’era dell’eterno presente dove tutto si consuma nell’istante e svanisce.
Sempre di più si palesa l’illusione di avere “il sapere in tasca”. La contropartita è la crescita esponenziale del non volerne sapere niente e l’avanzare senza sosta della pulsione di morte. Non possiamo esimerci dal prendere atto dei mutamenti prodotti dal trionfo della tecnica, del discorso della scienza e del neoliberismo del mercato globale: un dire tutto su tutto. Quale è, allora, la posta in gioco per il futuro della psicoanalisi? Come farla durare e non farla uscire dal panorama del mondo sempre più immondo? Non è forse mettere in campo gli effetti sovversivi del sapere nuovo prodotto dall’esperienza analitica, unica e singolare?
L’analisi “è un lavoro duro e faticoso”, ci vogliono coraggio e desiderio. L’espressione “fine di una analisi” interroga Freud. Nel lavoro di ricerca sul fine e la fine dell’analisi, Freud si imbatte nell’inerzia della “viscosità della libido” e della sua fissazione, nell’ostacolo dovuto alla “liquidazione permanente di una richiesta pulsionale” e del suo “imbrigliamento”. Qualcosa sfugge, non si imbriglia a livello della pulsione, permangono delle manifestazioni residue, resti sintomatici e transferali. Freud afferma che le cure si arrestano su “la roccia basilare”: la castrazione. Per entrambi i sessi reperisce un impossibile da trattare riguardo la differenza tra i sessi e il loro possibile incontro. Se Freud si arresta sulla roccia della castrazione, Lacan invece scrive le formule della sessuazione e dimostra che “non c’è rapporto sessuale”. Resta l’ombra sulla fine dell’analisi anche se si intravede in controluce il suo fine. Lacan farà tesoro dell’eredità freudiana e, a partire dalle impasse di Freud, formulerà la proposta sulla passe affermando che l’analisi può finire, ma occorre verificarlo e dimostrarlo. Un’analisi può finire. Ciò che non deve finire è il suo fine, ovvero la trasmissione.
La proposta della passe istituisce una frattura nell’insegnamento di Lacan, sposta la prospettiva dall’inconscio che fa parlare la verità, all’inconscio come sapere.
Non tutti gli analizzanti accedono alla procedura della passe, ma tutti ne sono implicati e toccati dal tentare di puntare la luce sulla zona d’ombra che costituisce la fine dell’analisi e il passaggio da analizzante ad analista. Si tratta di una dimostrazione in atto senza mostrazione.
L’esperienza analitica introduce una rettifica, una sovversione in rapporto al sapere, alla verità, al reale. L’inizio dell’analisi presuppone l’installazione del soggetto supposto sapere, altro nome del transfert. Un soggetto “non sa” e “non riesce a dire” la causa di ciò che lo fa soffrire. L’analista risponde con il “tu sai senza sapere che sai” e invita il soggetto al lavoro, apre la via al sapere inconscio. “L’inconscio non è soltanto un sapere, ma anche un lavoratore, un calcolatore”[3] interpreta senza sosta, produce senso e al contempo include un godimento opaco, fuori senso, silenzioso. L’analista mira a far uscire il soggetto dal non volerne sapere, dalla rimozione e disturba la difesa contro l’orrore di sapere sul godimento opaco che spinge il soggetto alla ripetizione. L’analista non sa niente del soggetto supposto sapere, “il che non autorizza affatto lo psicoanalista ad accontentarsi di sapere che non sa nulla. […] Il non saputo si ordina come il quadro del sapere”[4]. Ciò comporta che il sapere è prodotto da un elemento eterogeneo, da un posto vuoto: l’oggetto a che “rende presente il posto vuoto del non saputo”[5]. L’analista si sposta, incarna l’oggetto a causa del desiderio, legge, interpreta, taglia, punta al reale del godimento opaco. Il silenzio dell’analista mostra in atto che non tutto viene assorbito dal significante. L’analista opera per sottrazione, riduzione, mira alla costruzione, epurazione e messa in logica del fantasma fondamentale fino alla sua traversata. “Il soggetto che se ne libera, se ne stacca, giunge a reperirsi rispetto all’oggetto avvolto nel fantasma, a toccare con mano i dintorni del buco che egli stesso costituisce, a percorrere i bordi della sua “finestra sul reale” e infine a passare attraverso questa finestra, […] e ritrovarsi fuori di quello che per lui occupava il posto logico del reale”[6]. L’oggetto a che ordinava il quadro del sapere e della realtà precipita, si stacca, facendosi scarto e resto di godimento. Il godi-senso si arresta e decade il soggetto supposto sapere. Ci si volta all’indietro verso ciò che è stato, e in un lampo si approda nella radura disabitata dell’essere: lutto e solitudine. L’essere parlante transita sul bordo del buco approdando al “reale senza legge”, al trauma (trou, buco). È al contempo malato e incurabile perché parla ed è stato marchiato dalle parole dell’Altro già prima della sua venuta al mondo. L’incontro traumatico e contingente del significante sul corpo, lascia una traccia indelebile, segno che si scrive nel corpo. Esilio del c’è dell’Uno, il marchio del godimento singolare intimo ed estraneo si scrive nel “cristallo de la lalingua da cui siamo affetti”[7]. Ci affanniamo a parlare, a “elucubrare un sapere su lalingua”[8], per arrivare lì dove regna l’indicibile e l’incurabile. “Il reale è il mistero del corpo parlante, il mistero dell’inconscio”[9].
Si può forse reperire qui il passaggio, l’uscita dell’analizzante attraverso la produzione di un sapere nuovo? Un sapere nuovo, ovvero il desiderio di sapere, che è un nome del desiderio dell’analista, si produce solo dopo aver isolato “la causa del suo proprio orrore di sapere”.
Si tratta di un sapere che procede dal non tutto, si produce in atto nella contingenza dell’incontro con S di grande A barrato. Alla fine dell’analisi ciò che faceva soffrire si trasforma in resto, in marchio di uno stile singolare. “Il desiderio dello psicoanalista è la sua enunciazione”[10], una semplice voce che partecipa al coro polifonico della Scuola della passe, che non cessa di interrogarsi su che cosa è uno psicoanalista in quanto Lo psicoanalista non esiste, e su come “il sapere possa essere nella posizione di causa del desiderio, è infatti il problema centrale dell’articolazione tra l’esperienza psicoanalitica e la Scuola.”[11].
L’ambizione e la sfida di Lacan è stata di tentare di elevare la psicoanalisi alla dignità della scienza senza alcun asservimento al padrone e al mercato. Jacques-Alain Miller ha raccolto il testimone, aprendo una nuova frontiera per il Campo freudiano con “la passe della psicoanalisi”, evidenzia in modo preciso come dimostrare che c’è dell’analista a partire dal desiderio di sapere e mette in luce la posizione paradossale dello psicoanalista come “scarto della suddetta (umanità)”. “Qui risiede il paradosso del desiderio di sapere: pur essendo effetto della scienza, tale desiderio non è conforme al desiderio scientifico”[12].
Lo scienziato mostra che “c’è del sapere nel reale” e sostiene “la matematizzazione dell’essere”[13]. Lo psicoanalista, invece, dimostra l’assioma universale del “non c’è rapporto sessuale” puntando il singolare del “reale senza legge” che alberga nel parlessere.
Non è forse prendere in conto e tener fede al monito di Lacan quando afferma che “passa il tempo a passare la passe”[14]? Lasceremo il sapere aperto in modo che possa sempre rincominciare[15]… Ci metteremo di traverso al non volerne sapere per tenere sempre viva la Cosa e la causa analitica.
Siamo tutti responsabili del futuro della psicoanalisi, chiamati a inventare, reinventare e tentare di leggere e tradurre la lalingua, ossia tentare di “trasmettere un’enunciazione che possa suscitare il desiderio”[16] così come ci insegna Antonio Di Ciaccia. La nostra è una scommessa in atto: non solo quella di produrre significanti nuovi come i poeti, ma anche di contagiare con la peste le istituzioni, sino a oltrepassare i cancelli e i muri dell’istituzione totale che è il carcere.
[1] A. Anedda, Historie, Einaudi, Torino, 2019, p. 5.
[2] J. Lacan, “Sulla trasmissione della psicoanalisi”, in La Psicoanalisi, n. 38, p.14.
[3] J.-A. Miller, Dal sapere inconscio alla causa freudiana I, in Introduzione alla clinica lacaniana, Astrolabio, Roma, 2012, p. 137.
[4] J. Lacan, “Proposta del 9 ottobre sullo psicoanalista della Scuola”, in Altri Scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 247.[5] J.- A. Miller, “Verso un significante nuovo”, in Come finiscono le analisi. Paradossi della passe, Astrolabio, Roma, p. 97.
[6] J.-A. Miller, “Nota sulla traversata del transfert”, in Come finiscono le analisi, op. cit., p. 130.
[7] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Einaudi, Torino, 2011, p.133.
[8] Ibidem.
[9] Ivi, p. 125.
[10] J. Lacan, “Proposta del 9 ottobre sullo psicoanalista della Scuola”, in Altri Scritti, op. cit., p. 249.
[11] J.-A. Miller, “Osservazioni sul desiderio di sapere”, in La nascita del campo freudiano, Quodlibet, Macerata, 2024, p. 103.
[12] J.- A. Miller, “La passe della psicoanalisi e il desiderio di sapere”, in Come finiscono le analisi, op. cit., p. 117.[13] Ivi, p. 113.
[14] J. Lacan, “Sull’esperienza della passe”, in La Psicoanalisi, n. 42, p. 18.
[15] J.-A. Miller, “Al di qua dell’inconscio”, in La Psicoanalisi, nn. 63-64, p. 50.
[16] A. Di Ciaccia, Lectio Magistralis, Lacan e il problema della traduzione, p 31. Università degli Studi di Palermo 24 aprile 2024.



