Monica Vacca – membro SLPcf e AMP
Estraneo, dal latino estraneus, derivato di extra, fuori. Le forme antiche e poetiche della lingua estranio, estrano rimandano allo straniero e al forestiero. Un significante che risuona in un mondo sempre più polarizzato che non cessa di contrapporre noi-loro, io-tu. C’è chi erge barriere, muri, fili spinati e tenta di difendere i confini e al contempo elimina, fa fuori l’estraneo, lo straniero. C’è chi invece invoca l’accoglienza e animato dalle buone intenzioni promuove integrazione, unione. Vediamo fallire miseramente le due posizioni estreme e contrapposte. L’estraneo fa paura, invade, minaccia l’ordine stabilito: lingua, tradizione, identità. Più si tenta di tenerlo a bada, di spingerlo fuori con forza e più ritorna a bussare senza chiedere permesso: irrompe, sfonda, distrugge. Più si tenta di integrare e promuovere un modo di vivere così detto sviluppato, universale, a cui uniformarsi e più aumentano le barriere. Guerre, razzismo, violenza. Si tenta di trovare un senso, una spiegazione, una risposta. Restano solo sgomento e orrore di fronte a qualcosa che sfugge al senso, alla comprensione. Una possibile risposta la troviamo nel titolo della Biennale d’arte in corso a Venezia: Stranieri ovunque. Un titolo provocatorio che mira a mettere in luce il disagio della civiltà contemporanea e al contempo illumina la condizione strutturale dell’essere parlante. Che cosa ci rende “stranieri ovunque”? I detriti lasciati dalla lingua materna sul corpo, detriti-scorie che rendono il corpo estraneo, abitato dall’intraducibile silenzio della pulsione. L’io viene esiliato e non è più padrone in casa sua. Il faro puntato sul “non conosciuto”, sull’intraducibile, evoca la più intima estraneità che alberga nell’umano. Si schiude un’altra scena dove lingua e corpo diventano estranei-stranieri sempre e comunque. In questa zona grigia dai contorni sfumati, in una no man’s land, epurata dall’ideologia e dall’universalismo, opera lo psicoanalista che si trova in presa diretta con la lingua straniera dell’Altro e con “il mistero del corpo parlante”. In questo scenario si tenta di far cadere e de-consistere non solo il mito dell’unione, dell’integrazione, ma anche le invalicabili barriere del separatismo. Al contempo si tenta di far posto alla diversità, alla differenza assoluta inscritta in ciascun corpo affetto dal linguaggio. Si intravedono in controluce i possibili effetti di un battito che va dall’individuale al collettivo. Far risuonare che “c’è dell’Uno”, il singolare legato al godimento, che non ci rende complementari, ma strutturalmente separati, diversi, estranei può, talvolta, evitare che si approdi al peggio, all’orrore del razzismo, della violenza, della guerra, delle stragi familiari e dei femminicidi. L’essere parlante non ne vuole sapere della sua intima estraneità e tanto meno dell’intima estraneità dell’altro. C’è qualcosa di impossibile da sopportare: l’eteros che lo abita. Talvolta può capitare che si colpisca l’altro, fino a ucciderlo per tentare di estrarre, fare fuori l’eteros. Le parole di Riccardo, un ragazzo di 17 anni che stermina la famiglia, sono di grande insegnamento. Si accanisce sui corpi del fratello, della madre e del padre. Infligge loro più di 60 coltellate. Perché? Era un bravo ragazzo, una famiglia modello, una famiglia “normale”. Niente faceva presagire la strage. Gli inquirenti vanno alla ricerca del movente del delitto, indagano se ci sia stata premeditazione. Di fronte al pubblico ministero Riccardo afferma: “Non c’è un vero motivo per cui li ho uccisi. Mi sentivo un corpo estraneo nella mia famiglia. Oppresso. Ho pensato che uccidendoli tutti mi sarei liberato da questo disagio”. Estraneo a sé stesso, si era chiuso nel silenzio e nella solitudine, ascoltava ripetutamente The long and winding road, ultimo brano composto dai Beatles, voleva andare in Ucraina e combattere. La sua strada si è interrotta quando ha chiuso la porta all’Altro e ha colpito il kakon-estraneo del proprio essere per tentare di liberarsene…



