Céline Menghi – membro SLPcf e AMP
«La mia cultura della pace è stanca»[1], dichiara Tahar Ben Jelloun.
«La guardavo la vita, io, quasi sul punto di torturarmi. Quando mi porterà all’agonia per davvero, le sputerò in faccia, così. […] tutta una stronzata, non mi si piglia in giro a me, la conosco bene. L’ho vista. Ci ritroveremo. Abbiamo un conto in sospeso. Fanculo»[2].
Scritto di getto nel 1934, 2 anni dopo Voyage au bout de la nuit, Guerre di Céline compare postumo, senza revisioni nel 2022 mentre ha luogo l’operazione speciale di Putin in Ucraina. Sono in corso circa un centinaio di conflitti sul nostro pianeta; l’antisemitismo sale come la confusione tra antisemitismo e antisionismo, tra terroristi di Hamas e civili Palestinesi; il Medio oriente è in fiamme; gli USA sempre in filigrana. All’orizzonte, l’illusione di una Pax americana.
La guerra fa schifo. Céline ne racconta i risvolti biechi, tragici, sessuali, con la ferocia di una scrittura che rivela il marciume dell’essere parlante «con piccoli pezzi di orrore strappati al rumore che non finirà mai»[3].
Freud diceva che nessuno era pronto per l’ecatombe del 1914, ma 4 anni più tardi si contavano circa 10 milioni di morti. Simone Weil metteva in serie gli uomini che hanno detenuto e fatto funzionare il potere come altrettante figure di Hitler: da Cesare a Richelieu, inventore dello Stato macchina, cieca, anonima e produttrice di ordine[4], fino ai vincitori della seconda Guerra Mondiale. «Il potere capitalista ha bisogno di una guerra ogni vent’anni. Questa volta non può farla, ma comunque alla fine ci riuscirà»[5], affermava Lacan.
L’Europa, nei confronti della quale Stefan Zweig aveva poca fiducia quanto alla sua unità, ha visto la pace per quasi 80 anni. Ma la mia generazione è stata marchiata dalle parole dei genitori e dei nonni segnati da due guerre, dai campi di prigionia tedeschi per gli antifascisti, dalla Shoah per gli ebrei. È stata testimone dell’avvento della bomba atomica. Ricordo il numero tatuato sul braccio di un’amica dei miei genitori. Ricordo i resti dei bombardamenti a Milano a 10 metri da casa. L’inconscio è lavorato da certe parole e immagini.
Oggi, come l’Angelo della storia di Benjamin, siamo sull’abisso. L’irruzione dell’imprevedibile interrompe il corso della storia, rivela una verità scomoda che non abbiamo voluto vedere: per Benjamin il vero senso della storia. Nella sua lucida melanconia non avvertiva «la necessità di trovare un senso a questa condizione del mondo. Su questo pianeta sono comparse già molte civiltà nel sangue e nell’orrore [è] fortemente improbabile […] di ospitarne un giorno una che li abbia superati entrambe»[6]. È così: non finirà mai.
Parafrasando l’abattoir international en folie di Céline, nella follia del mattatoio globale che ci fa quasi rimpiangere la guerra fredda, l’orrore cola attraverso le più candide sicurezze, per dirla con Zanzotto, e la pulsione di morte o con Lacan il godimento fuori discorso, se l’essere parlante non lo assume eticamente, veste le insegne del potere, della corsa all’accaparramento della merce: cose o esseri umani a costo delle più efferate atrocità. Cerchiamo di capire su mappe colorate dove sarà il prossimo sterminio. Sterminio o genocidio? Chi vincerà? Viene prima la pace o prima la fine della guerra? E a labbra serrate: quale Stran(o)amore deciderà che tanto vale finirla, così nessuno vince, e pigerà il bottone?
La guerra ci tocca anche se crediamo di esserne lontani; ci tocca come una calamita quando parliamo con gli amici ebrei e percepiamo la loro difficoltà, l’angoscia, la depressione, ciascuno a modo suo, diversamente o incertamente schierati. Mentre qualcosa di strano ci smuove dentro facendoci sentire più stranieri che mai, ci chiediamo: che cosa so io della estraneità che vivono loro, figli e nipoti di chi ha bevuto il latte nero al mattino, a mezzogiorno e la sera? Che cosa so io di un popolo, la cui terra è ridotta a striscia e l’identità depredata da più di 80 anni?
La guerra separa, pone difronte a quanto di più strano è in noi. Era già entrata nella stanza d’analisi con le parole dei rifugiati, fuggiti dal terrore, dalle dittature. Se come cittadini siamo impotenti e disillusi, come analisti ascoltiamo le tracce di una lingua scritta nel corpo che si fa due volte straniera in chi è toccato dalla guerra. Il sapere inconscio, quello della realtà del soggetto e che fa del soggetto uno straniero rispetto alla pulsione, cozza contro un reale senza pari di cui si coglie come «l’abisso che li separa [reale e realtà] si è ben lungi dal poter assicurare che sia valicabile»[7].
Come analisti non ci resta che farci partigiani del reale, dell’invalicabile che nella stanza di analisi alloggia come un’altra stanza, come «stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera»[8], che erano le domande stesse per Rilke. Su questa soglia, se si socchiude, incontriamo nella fessura l’uomo, la donna. Siamo in grado di sopportare e supportare che la lingua molto straniera non è sempre traducibile in una risposta, ma talvolta aggira l’orrore e che questa è l’unica garza?
[1] Intervista di Luciana Parisi a Tahar Ben Jelloun al Tg3 del 27 agosto 2024, https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=498857236081757&id=100064359176962 (consultato 07/09/2024)
[2] L.-F. Céline, Guerre, Gallimard, Paris, 2022, p. 34. [Trad. mia].
[3] L.-F. Céline, op. cit., p. 28. [Trad. mia].
[4] S. Weil, Le origini dell’hitlerismo, Meltemi, Milano, 2017, p. 25.
[5] J. Lacan, Il Seminario. Libro XVI. Da un Altro all’altro [1968-1969], Einaudi, Torino, 2019, p. 238.
[6] W. Benjamin, “Tesi di filosofia della storia (Briefe II, 698)”, in Hannah Harendt. Walter Benjamin.1892-1940, a cura di Federico Ferrari, SE, Milano, 2004, p. 59.
[7] J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo[1975-1976], Astrolabio, Roma, 2006, p. 129.
[8] R. M. Rilke, Lettera a un giovane poeta, Adelphi, Milano, 2000, p. 30.



