Paola Bolgiani – membro SLPcf e AMP
Perché accostare la questione della segregazione a quella della formazione degli analisti? Perché la logica di ciò che Lacan propone come punto conclusivo dell’analisi, come momento culmine della formazione di un analista, e le conseguenze che questa logica ha sul versante del collettivo, ci indica la sola via per fare barriera al razzismo e ai suoi effetti di segregazione che oggi dominano il sociale.
Nella psicoanalisi post-freudiana la fine dell’analisi era concepita come identificazione all’analista, rafforzando un’identità che pone l’analista in una posizione di potere, detentore della verità sulla supposta “normalità psichica”. Una logica non estranea al modo di concepire la cura analitica più in generale, al di là della questione, apparentemente “specialistica”, di coloro che si formano per diventare analisti: in molti ambiti della psicoanalisi post-freudiana, infatti, si richiede che il paziente abbia preliminarmente determinate caratteristiche per poter accedere all’incontro con l’analista.
Nel 1964 Lacan rovescia questa logica quando, dopo aver fondato la sua Scuola, introduce il dispositivo della passe. Per cogliere e formalizzare la fine dell’analisi, e dunque la formazione analitica, Lacan rifiuta la logica padronale, che si fonda su un Altro garante della verità e dell’identità, nonché del sapere acquisito, per privilegiare una logica rovesciata fondata sulla dimostrazione, sull’aprés coup, dove non c’è norma prestabilita o verità ultima, non c’è un’identità che sarebbe necessario raggiungere come traguardo.
La passe prevede infatti che, chi ritenga di aver terminato la propria analisi, esponga le sue ragioni a due passeur, analizzanti in formazione, che si trovano in un tempo della propria analisi precedente a quello di colui che ritiene di aver terminato, sebbene possano intravvedere quel termine all’orizzonte. Costoro, ascoltata la testimonianza del passant, ne riferiscono a un Collegio, o Cartello, che prenderà o meno atto della conclusione. La decisione si fonderà perciò sul racconto indiretto, più sul dire che sui detti, più sulla posizione di enunciazione che sugli enunciati.
È una procedura che mette in crisi le logiche di potere e che pone al centro del collettivo psicoanalitico un non sapere radicale: il fatto di non sapere che cosa sia l’analista. Decostruisce l’identità dell’analista, che questa si basi sugli standard di formazione, o sulla sua cosiddetta personalità o su qualsiasi altra caratteristica. Pone che l’Analista non esiste, ma che esistono gli analisti, uno per uno, nella loro incommensurabile differenza, laddove dimostrino (nella passe come nella loro pratica) di aver potuto almeno una volta occupare quel posto, precario e sempre da rimettere in gioco, che è quello dell’analista in una specifica cura.
Ma cosa verifica la passe? Ciò che l’esperienza analitica apporta al suo termine è quel po’ di reale di un godimento singolare, proprio a nessun altro, che costituisce la particolarità di ciascuno; un punto di godimento fuori senso su cui non si costruisce un sapere ma con cui occorre saperci fare, maneggiarlo nel modo migliore, per ciascuno il proprio non definito né definibile a priori. La procedura della passe punta a estrarre dall’ineffabile questo punto indicibile, che si può serrare, si può cercare di nominare sapendo che non è definibile né nominabile. Passare per la procedura della passe significa far passare al pubblico questa esperienza assolutamente intima che segna il limite di ciò che non si può condividere, che segna la propria differenza assoluta, che separa irrimediabilmente dall’altro.
Per Lacan alla base del collettivo analitico si situa questo nocciolo irriducibile che separa gli uni dagli altri e ne fa degli “sparsi scompagnati”[1]. È una scommessa impossibile per fondare un legame più degno, un legame al cui fondamento non ci sia la pretesa di un’identità in cui riconoscersi come fratelli, ma al contrario la particolarità di ciascuno, che può rendere al contempo amabili quanto insopportabili.
Perdere questa dimensione di singolarità radicale, di differenza assoluta, significa necessariamente ricadere nel gioco delle identificazioni e nella pretesa di una identità che porta alla segregazione. Non per caso, al termine del testo in cui propone la passe, Lacan introduce quella che chiama una «effettività, reale, troppo reale»[2], indicando che i campi di concentramento non sono stati che i precursori di quanto il futuro ci riserva, aggiungendo: «Il nostro avvenire di mercati comuni avrà come contrappeso una sempre più dura estensione dei processi di segregazione»[3]. Come non leggere qui una anticipazione di quello che oggi la politica e la clinica ci mostrano rispetto al legame sociale in atto? Sul versante politico, il rafforzarsi della nozione dell’identità (con l’esaltazione della nazione, del credo religioso, delle tradizioni) si accompagna al rigetto dell’alterità e del godimento dell’Altro, considerato come un sottosviluppato; mentre nel campo clinico si moltiplicano le diagnosi dei cosiddetti “disturbi”, che mirano a inquadrare la differenza soggettiva in categorie che possono essere mantenute segregate e “gestite” con protocolli e procedure standardizzate.
Se perdiamo la dimensione della singolarità, irriducibile, non riassorbibile in alcuna categoria, ebbene, non resta che il razzismo, la segregazione o l’autosegregazione.
[1] J. Lacan, “Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI (1976)”, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 565.
[2] J. Lacan, “Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola”, in Altri scritti, cit., p. 255.
[3] Ibidem.



