Chiara Nicastri – membro SLPcf e AMP
«Così, è proprio nel vivo della pratica che ha fatto sbiadire
l’inconscio che devo ora cogliere il suo registro»[1].
Partirò dalla definizione di esperto, figura oggi molto in auge, per raggiungere alle spalle il tema della rimozione e del sapere straniero: «Esperto: dal latino expertus, participio passato di experiri ‘esperire’. Che ha esperienza, che conosce bene […] che ha lunga pratica e abilità nella propria arte, o, sicura conoscenza di qualche cosa» [2]. Chi è una persona esperta – domandava Miller all’uditorio di Angers nel 1996 – se non qualcuno che si stupisce meno degli altri di ciò che avviene in un determinato ambito?[3] Tale questione non può non aprire una riflessione anche nella contemporaneità, seppur in un contesto differente da quello in cui è stata posta.
Dal giardinaggio al make-up, alla grammatica, alla puericultura, oggi sui social fioriscono esperti per ogni settore fra i quali spicca anche un gran numero di esperti del benessere della persona e delle sue relazioni: coppia, genitori-figli, relazioni finite, esperti di seduzione, di autostima, di crescita personale… Aprendo qualche feed di Instagram (e nell’aprirne uno o due il social ne propone infiniti analoghi) troviamo la descrizione: counselor, formatori, coach, talvolta anche psicologi, talvolta no. L’esperto in un reel pone una questione, che potrebbe riguardare l’ascoltatore, e abbozza una risposta. Ecco qualche esempio: scegli sempre la donna sbagliata e non sai perché? Non riesci mai a conquistare l’uomo che ti piace? Le tue paure ti bloccano e non sai come fare? Procrastini sempre e non sai come smettere?
Alcuni elementi si ripetono: il riferimento a qualcosa che accade e che la persona non comprende, l’allusione a un sapere possibile intorno a ciò. Tale sapere è ascritto all’esperto che lo antepone alla domanda possibile: un “è così perché” generale, anticipa la possibilità di un “perché è così?” particolare. L’esperto risponde e lo fa appellandosi a un curriculum studiorum più o meno vario e soprattutto alla propria esperienza personale: “ci sono passato: perciò so come funziona e ti posso aiutare”. La causa è riducibile a un meccanismo da esplicitare e padroneggiare sotto la sua guida. Consapevolezza e padronanza sono le parole d’ordine.
La psicoanalisi naviga controvento in questo mare, il suo Nord è l’inconscio freudiano. Si potrebbero aprire tante riflessioni, ma come vettore prenderò una sola questione: possiamo sapere a priori cosa soggiace al “perché succede questo?” che agita un soggetto?
Nel solco di Freud e Lacan l’idea di un inconscio rassicurante o rassicurabile è un ossimoro poiché, per struttura, l’inconscio non è assoggettabile a rappresentazioni, riducibile a schemi prevedibili. Ciò non toglie che segua una logica puntuale. Se questo viene sorvolato, cadendo tale presupposto «tutto è buono per servire da modello che renda conto dell’inconscio: il pattern di comportamento, la tendenza istintiva, […] tutto questo – avvisa Lacan – non è nient’altro che rappresentazione, intuizione sempre ingenua e, insomma, registro immaginario» [4]. Questo ha poco a che vedere con l’inconscio freudiano. Lacan sottolinea come i tentativi di rendere tranquillizzante, prevedibile, l’Unheimliche finiscano per essere tutti delle falsificazioni dell’inconscio stesso [5]. L’Unheimliche, il perturbante, ci dice Freud «è ciò che un giorno fu heimisch [patrio], familiare. E il prefisso negativo “un” è il contrassegno della rimozione» [6]. La rimozione non ha a che fare con la perdita di memoria ma con un “non sapere” che brilla di luce propria, che ha uno statuto particolare in quanto tocca punti importanti della vita di un soggetto. La rimozione implica «un non sapere che al contempo si sa, nonostante si dica: “non so”. L’inconscio è il soggetto che risponde alla supposizione secondo cui nella realtà dei fatti il soggetto che dice di non sapere sa, senza saper di sapere. Per questo, nell’inconscio, è un sapere rimosso, più precisamente un sapere che si presenta come non sapere».[7] Rappresentazioni più o meno sofisticate offerte a mo’ di antidoto per tentare di calmierare ciò che non torna nella vita, finiscono con il coprire qualcosa di molto preciso, e cioè il fatto che «possa dirsi qualcosa senza che alcun soggetto lo sappia» [8]. Quel lampo fulmineo che segnala il legame del soggetto con un discorso da cui viene «represso» [9] cosicché non sappia più di esservi coinvolto. Questo punto, spesso adombrato, è il crocevia del possibile incontro con quel sapere imprevedibile che non sottostà alle regole della padronanza e alle promesse della consapevolezza. E che, al contrario, può consegnarsi solo «da un luogo che differisce da qualunque presa del soggetto» [10]. Quel sapere non-saputo che trova in una mispresa il punto di emersione, così come indica Freud che nel Vergreifen mette in valore il carattere «del tutto estraneo» [11] dell’impulso che coglie lì l’occasione per manifestarsi. Concludo con Pirandello, che coglie qualcosa di tutto questo, e lo restituisce in poesia: «di ciò che possa essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso» [12].
[1] J. Lacan, “La mispresa del soggetto supposto sapere”, in Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 328.
[2] Cfr. voce: Esperto, in https://www.treccani.it/vocabolario/
[3] J.-A. Miller, “Ouverture”, in IRMA, Il conciliabolo di Angers, Astrolabio, Roma, 1999, p. 15.
[4] J. Lacan, “La mispresa del soggetto supposto sapere”, cit., p. 326.
[5] Cfr., ivi, p. 325.
[6] S. Freud, “Il perturbante”, in Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p. 106.
[7] J.-A. Miller, “Come si inventano nuovi concetti in psicoanalisi”, in Introduzione alla clinica lacaniana, Astrolabio, Roma, 2012, p. 53.
[8] J. Lacan, “La mispresa del soggetto supposto sapere”, cit., p. 332.
[9] Ivi, p. 330.
[10] Ibidem.
[11] S. Freud, “Psicopatologia della vita quotidiana”, in Opere, vol. 4, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p. 294.
[12] L. Pirandello, Uno, nessuno, centomila, Gribaudo, Milano, 2022, p. 115.



