Cristiana Santini – membro SLPcf e AMP
…abbiamo passato la linea?
Al momento in cui vi parlo del paradosso del desiderio in quanto i beni lo mascherano,
fuori potete ascoltare i discorsi spaventosi di potenza. Non c’è da chiedersi se essi siano sinceri o ipocriti,
se vogliano la pace, se calcolino i rischi. […] l’informazione richiama e cattura folle impotenti,
a cui la si versa come un liquore che stordisce nel momento in cui scivolano verso il mattatoio. […].
Eppure tutti dormono tra i due guanciali di un ciò non è possibile,
mentre non c’è niente di più possibile ed è addirittura il possibile per eccellenza[1].
Un discorso che Lacan ha fatto nel 1960 ma che sembra scritto per la situazione attuale, di nuovo sotto la minaccia della bomba atomica, di nuovo la violenza che dilaga nello spazio vitale degli esseri umani: guerre, abusi, assassinii. L’illusione che la distruzione totale non sia possibile poggia sull’idea che l’essere umano non possa che agire per il proprio bene, ma la psicoanalisi insegna, che il concetto di bene, così come il principio di piacere, comportano un al di là e possono essere al servizio della pulsione di morte.
Il principio del bene sostiene un inganno. Il bene è legato alla questione dei bisogni, di conseguenza alla proprietà dei beni che consentono di soddisfarli e ai relativi diritti, quindi il bene ha a che fare con il potere. La rivoluzione psicoanalitica ha svelato che, per l’essere parlante, la vera soddisfazione non consiste nel soddisfare il bisogno ma nella possibilità di disporre dei beni, nel potere dato dalla proprietà. Tale soddisfazione ha origine con la formazione dell’Io, istanza legata allo stadio dello specchio, momento in cui il bambino realizza attraverso l’immagine, di avere un corpo, non solo di esserlo. Ma l’alterità conquistata è croce e delizia, produce giubilo ma costituisce la matrice paranoica dell’Io e del rapporto con il simile, che rimarrà il riferimento esterno rispetto a cui il soggetto cerca di definirsi in un confronto speculare. La necessità narcisistica del parlante di essere qualcuno, di sapersi umano, di sapersi, si gioca in un continuo confronto con l’altro speculare, rispetto a cui bisogna marcare le differenze in una logica di avere, avere di più o avere di meno rispetto all’altro.
Freud ne Il disagio della civiltà propone il termine «narcisismo delle piccole differenze»[2] per indicare quella accentuata aggressività fra paesi vicini, fra simili che si differenziano per pochi elementi, necessari ad affermare la propria singolarità rispetto all’altro. Finché tale operazione avviene all’interno di un ordinatore simbolico, un Altro condiviso, può svolgere la sua funzione di identificazione pacificante. L’epoca attuale è carente di simbolico, la possibilità di reperirsi nel confronto e nel dialogo con il simile è resa difficile da un Altro frammentato, incapace di costruire un discorso che contenga le differenze. Le differenze producono segregazione, divisione, inimicizia. L’io ideale «che è l’altro immaginario che abbiamo di fronte a noi allo stesso livello, esso rappresenta di per sé colui che ci priva»[3], assume tratti sempre più persecutori. D’altro canto, l’Ideale dell’Io del soggetto «rappresentante il potere di fare il bene»[4], ossia il potere sull’altro, accresce la dimensione immaginaria per contrastare l’avanzata del reale della propria inconsistenza, data la fragilità sul piano simbolico. Pertanto inasprisce la sua pretesa di potere nel nome del bene, in nome di un diritto che proviene dalle ferite narcisistiche che l’altro avrebbe causato, in quanto autore di una qualche, ma certa, sottrazione di beni. D’altronde disporre dei propri beni è avere il diritto di privarne gli altri[5].
Il soggetto contemporaneo è alle prese con una parola che non fa più segno, con un linguaggio che fallisce la sua funzione mediatrice e identitaria. Prevale un funzionamento metonimico della parola, sganciato dal senso, incapace di fornire un’immagine narcisistica unitaria del sé ed emerge l’angoscia primordiale del corpo a pezzi. Questa angoscia, se non trova spazi di elaborazione, richiede una azione, un passaggio all’atto, una missione, qualcosa di grandioso che ripristini un ordine in grado di dare senso a questa frammentazione. Pertanto attecchiscono le ideologie divisive, estremiste, che propongono soluzioni segreganti, che separano, classificano, oppongono e garantiscono la vittoria, un vincitore. L’adesione a queste strutture ideologiche fornisce una nuova illusione di potenza, di unità, di valore contro l’esperienza del vuoto, della mancanza-a-essere proprie dell’essere parlante. Va da sé che tali soluzioni giustificano la violenza, alimentano la pulsione aggressiva in nome di un nuovo ordine e della vittoria finale del bene, del proprio ben-essere ormai venduto come dovere. Miller ha definito questa particolare deriva del narcisismo, «narcisismo della causa trionfante»[6], facendo riferimento alle azioni compiute in nome dell’Islam, in contrapposizione al «narcisismo della causa perduta»[7], sotteso dalla religione cattolica, non più efficace poiché esalta il valore della perdita e della rinuncia, della sofferenza. Gli estremismi religiosi e politici, che funzionano in questa epoca, propongono la certezza della vittoria, individuano un nemico esterno su cui concentrare l’aggressività prodotta dalla frustrazione data dal senso di impotenza e permettono di ricostruire una armatura narcisistica fatta di ideali di forza, potere e successo, negando ogni divisione soggettiva e quindi la funzione dell’inconscio. Possiamo dire che la psicoanalisi è ormai uno dei pochi luoghi in cui si contrasta questa deriva folle e distruttiva presa dal discorso sociale, poiché non crea illusioni rispetto al buco del reale ma offre spazi per la costruzione di soluzioni creative ed efficaci per difendere la singolarità irriducibile e l’esigenza di un legame con l’altro.
Parole chiave: violenza- narcisismo- estremismi
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi [1959-1960], Einaudi, Torino, 1994, p. 293.
[2] S. Freud, Il disagio della civiltà, in Opere, vol. 10, Bollati Boringhieri, Torino, 1978, p. 602.
[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi [1959-1960], Einaudi, Torino, 1994, p. 297.
[4] Ibidem.
[5] Ivi, p. 291.
[6] J.-A. Miller, In direzione dell’adolescenza, www.marcofocchi.com/di-cosa-si-parla/in-direzione-delladolescenza
[7] Ibidem.



