Annalisa Rotesi – partecipante SLPcf
5 febbraio 2003. Colin Powell, Segretario delle Nazioni Unite, agita una provetta nella sala mentre pronuncia un discorso sulla necessità di intervenire in Iraq per scongiurare l’uso delle armi chimiche. Questa scena ha avuto un grande impatto emotivo sui partecipanti e sull’opinione pubblica, tanto che ha sostenuto l’azione militare volta a rovesciare il governo iracheno di Saddam Hussein.
Anni dopo, Colin Powell ha dichiarato che la provetta conteneva borotalco e non antrace, che il suo discorso non era basato su fatti verificati e comprovati, ma solo su indizi.
Questo è un fatto, reso pubblico tra tanti altri avvenuti negli anni, in cui è emerso come un’immagine abbia avuto un effetto tale da suscitare forti emozioni e orientare decisioni, proprio come afferma Gil Caroz: «l’attuale primato dell’immagine nella civilizzazione, tanto deplorato da coloro che sognano un mondo a cui far fare marcia indietro, testimonia piuttosto della consistenza dell’immaginario»[1].
L’uso dell’immagine o dell’immaginario in senso più ampio, si ritrova influente anche nel campo della legge. Da qualche decennio a questa parte, di fronte a un fatto di cronaca, le vittime o le persone coinvolte compaiono nei media, vengono intervistati, offrono al pubblico la loro versione degli avvenimenti e il loro vissuto. Questo suscita reazioni emotive e aspettative nei confronti dello svolgimento delle indagini che possono influire nella delicata fase di ricostruzione della verità giudiziaria.
Il discorso scientifico, in particolare quello evidence-based del campo medico, è orientato alla ricerca attraverso strumenti tecnologici della presenza o dell’assenza di uno specifico aspetto da considerare, su cui si orientano decisioni di tipo clinico. La prudenza e lo scetticismo della persona di scienza possono sopirsi di fronte alle norme, ai protocolli da osservare che nulla dicono sul soggetto che si ha davanti e sul suo funzionamento specifico.
Lacan si riferisce al registro immaginario come una delle tre dimensioni, insieme al simbolico e al reale, dell’esperienza umana. Il rapporto con l’altro, con il simile, è immaginario in quanto appartiene al registro del visibile. Nel registro immaginario circolano emozioni e reazioni proprie dell’etologia: attacco e fuga, attrazione e repulsione, simpatia e antipatia. Reazioni emotive che hanno una connotazione di immediatezza, contraddistinte da una tendenza alla polarità.
II soggetto contemporaneo è preso in questa rete immaginaria, è anche invitato a prendere una posizione polarizzata o a prendere parte nelle questioni dell’attualità, sociali e politiche, rendendo difficile il percorso di costruzione di soluzioni condivise attraverso il confronto e il dialogo.
Nella vita cosiddetta privata, ognuno di noi porta con sé uno smartphone che contiene un’enorme quantità di dati, di immagini di sé stesso e altrui. In un social come Instagram, per esempio, vengono pubblicate in media 95 milioni di foto al giorno. Nei social il soggetto si rende visibile nella sua buona forma, può spendere molte energie nel tentativo di assicurarsi di piacere o di non piacere all’altro, può ottenere un riconoscimento contabilizzabile attraverso le reazioni degli altri utenti.
Lacan parla di desiderio di riconoscimento. Ma lo situa sul piano simbolico. Che differenza c’è tra il dire «Tu sei la mia donna»[2] e tu sei il mio follower? Il registro simbolico è quello della parola, in cui la parola piena esprime una differenza in un piano dove si stabiliscono relazioni, anche di ruolo, tra individui. Si è la donna di qualcuno, o si è l’uomo di una donna (sempre che lo si voglia), fino a che non succede un cambiamento sostanziale. Il riconoscimento dell’altro attraverso l’uso dell’immagine ha breve durata, non è stabile e può avere esito completamente diverso alla pubblicazione della foto successiva.
Di fronte a emozioni immediate, alla labilità del proprio posto nel mondo, al malessere di chi fa di tutto per avere riconoscimento ma lo avverte come sempre sfuggente, quali chiavi di lettura può fornire la psicoanalisi?
La psicoanalisi non offre una risposta sociale, valida per la contemporaneità quanto invece può ascoltare ciascun soggetto, si può lavorare per introdurre un tempo per comprendere, per reperire elementi che vanno a indicare ciò che sfugge sempre all’immagine: la causa. La causa non si vede, specialmente quella del proprio desiderio.
Parole chiave: immagine- immaginario- social media
[1]G. Caroz, L’immagine che percuote, in Papers, 6, p. 4, www.slp-cf.it/slp/wp-content/uploads/2017/03/Papers-n.6.pdf
[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro III, Le psicosi [1955-1956], Einaudi, Torino, 2010, p. 43.



