Laura Storti – membro A.M.E. SLPcf e AMP
In questi ultimi anni assistiamo al fiorire di diagnosi psichiatriche di Disturbo Narcisistico di personalità che, al pari di quelle del Disturbo Borderline di personalità, appaiono sempre più come contenitori ove collocare pazienti dei quali sembra difficile fare una distinzione di struttura: nevrosi o psicosi.
In particolare il Disturbo Narcisistico di personalità che secondo il DSM viene suddiviso in Disturbo narcisistico di vulnerabilità o di grandiosità, facce della stessa medaglia, sta diventando il passe-partout per giustificare qualunque azione aggressiva e violenta nei confronti di un altro essere umano, in particolare della propria partner o del proprio partner.
Possiamo chiederci perché la psicoanalisi si debba occupare di tali diagnosi che poggiandosi esclusivamente sull’osservazione fenomenologica, non si indirizza al sintomo, ovvero a ciò di cui la persona si lamenta, lasciando il soggetto muto.
In psicoanalisi non si tratta di fare diagnosi fenomenologica, ma di dare spazio ai detti di chi si rivolge a un analista, anche a ciò che non si dice o si dice in altro modo, attraverso sogni, lapsus o libere associazioni, avendo di mira la struttura inconscia.
Eppure il narcisismo è anche un concetto psicoanalitico. Freud lo tratta lungo tutta la sua opera: per la prima volta in una nota aggiunta nel 1910 ai Tre saggi sulla sessualità (1905), dove evidenzia l’omosessualità come ricerca di un amore simile a quello materno, e dove l’omosessuale si identifica attraverso l’amore, alla propria madre.
In Introduzione al narcisismo (1914), Freud mette in relazione il narcisismo alla teoria della libido e come quest’ultima si articola tra l’io e gli oggetti di investimento. Successivamente, in Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921) e ne Il disagio della civiltà (1929), prende in esame il narcisismo nelle relazioni di vita del gruppo. In particolare esamina le relazioni amorose e di coppia, specificando che queste si possono attestare sul “rassicurante” versante narcisistico del rispecchiamento reciproco. Versante tutt’altro che rassicurante dal momento che lo stesso Freud, in un piccolo saggio Coloro che soccombono al successo[1], riflette sulla coppia Lady Macbeth e Macbeth, nell’omonima opera di Shakespeare, e descrive il terribile epilogo.
Lacan sostituisce il termine narcisismo con uno dei tre registri, ovvero l’immaginario, che insieme al simbolico e al reale, definiscono l’esperienza umana.
Chiama Lo stadio dello specchio il periodo in cui il bambino, ancora dipendente dalla madre e sotto le sue cure, riflettendosi nello specchio, scambia la propria immagine riflessa per l’altro con cui si identifica come un io[2]. Da ciò ne discende che l’acquisizione del proprio io avviene dall’esterno, ovvero dallo specchio nel quale il bambino si riflette, in un processo prima di alienazione e poi, di identificazione narcisistica con l’immagine riflessa di sé. Per Lacan l’io è la vera costruzione narcisistica del soggetto, la struttura narcisistica per eccellenza, effetto della serie delle identificazioni che il soggetto stabilisce nel corso della propria vita, con i suoi interlocutori: l’Io è la paranoia originaria del soggetto.
Il narcisismo è dunque, per Lacan, la dimensione immaginaria dell’essere umano che, in quanto tale, è ciò che lo integra, lo fa sentire uno, unito e coeso ma è anche uno dei possibili modi attraverso cui il soggetto costituisce i suoi legami sociali e i suoi modi di stare al mondo. Ma se la dimensione immaginaria è costitutiva del soggetto in quanto tale, deve esserlo però annodandosi alle altre due dimensioni, il simbolico e il reale. Quando si è immersi prevalentemente nel registro dell’immaginario, a scapito degli altri due registri, il resto del mondo non esiste più. L’Altro da me non esiste più, esiste soltanto l’altro nel quale mi rispecchio, l’altro speculare, l’altro di me e non l’Altro da me.
Nella relazione immaginaria il mondo, l’altro, è preso in considerazione solo nella misura in cui è spogliato di tutte quelle caratteristiche che lo rendono Altro da me, prima di ogni cosa quello di mancare di ciò che in lui o in lei io cerco o mi aspetto che sia disposto o disposta a darmi, preferibilmente un altro virtuale. L’altro speculare non deve mancare di nulla, il narcisismo è dunque la condizione per eccellenza della mancanza della mancanza, il regno del godimento a scapito del desiderio.
Come ci ricorda Gil Caroz: «Questo rapporto di dipendenza con le immagini è una tendenza molto contemporanea e non implica alcun fascino per la causa perduta del ‘narcisismo supremo’[3]. Si tratta piuttosto di un ‘narcisismo della causa trionfante’[4] che, quando entra in azione, rivela la logica dello stadio dello specchio: o tu o io»[5].
Possiamo leggere il passaggio all’atto o l’acting-out, omicidio/suicidio, come il rifiuto dell’Altro e il bisogno di ricostituire l’altro speculare?
Possiamo affermare che il narcisismo rappresenta al meglio l’esistenza in questo mondo dove ciò che manca è la mancanza e il godimento prende la via del più–di–godere attraverso il consumo degli oggetti gadget?
Parole chiave: psicoanalisi, narcisista patologico, autori di violenza
[1] S. Freud, Coloro che soccombono al successo, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, p. 635.
[2] J. Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io, in Scritti, Einaudi, Torino, 1974, p. 88.
[3] J. Lacan, Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, in Scritti, Einaudi, Torino, 1974, p. 830.
[4] J.-A. Miller, In direzione dell’adolescenza, www.marcofocchi.com/di-cosa-si-parla/in-direzione-delladolescenza
[5] G. Caroz, Le triomphe de l’obsessionnel, in L’Hebdo blog, 351, www.hebdo-blog.fr/le-triomphe-de-lobsessionnel/ [trad.mia]



