Riccardo Andolcetti – membro A.M.E. SLPcf e AMP
So che mi piace, so che lo vedo;
ma se lo vedo e mi piace,
pure trovarlo non mi riesce:
tanto l’amore mi confonde[1].
È dell’amore nel suo aspetto confusivo, e della sua solitudine, come sentimento di estremo sconforto nell’essere umano, che Ovidio ci parla nel mito di Narciso. La ninfa Eco e il giovane Narciso sono entrambi condannati a innamorarsi senza mai poter raggiungere e godere dell’oggetto del proprio amore. Eco, che fallisce nel tentare di avvicinare Narciso con la sua parola vuota e Narciso che manca l’abbraccio con la propria immagine. Entrambi condannati dagli Dei: Eco la cui parola ingannatrice è stata ridotta a poter essere solamente un fatuo duplicato dei suoni dell’altro, e il bello e superbo Narciso destinato ad amare solo sé stesso. Ecco uno dei possibili paradossi dell’amore: soli e innamorati allo stesso tempo.
Paradosso che risuona tutt’oggi nella parola di chi ama, non ama o non si considera amato e che sempre più si propaga nella rete e nei social in cerca di definizioni e risposte.
Se facciamo un passo indietro di più di cento anni, prima della psicologia a portata di internet che attualmente trabocca di classificazioni e istruzioni sugli odierni Narciso o presunti tali, leggiamo, con Sigmund Freud, su quale perno si fonda l’attrattiva per i Narciso: «sulla sua autosufficienza e inaccessibilità, al pari del fascino di alcune bestie che sembrano non occuparsi di noi, come i gatti e i grandi animali da preda […] perfino i grandi criminali e gli umoristi ci avvincono per la coerenza narcisistica con cui sanno tener lontano tutto ciò che potrebbe rimpicciolire il loro Io»[2].
Dal lato di Narciso, sappiamo con Lacan, come l’autosufficienza, il bastare a sé stessi, si poggino su almeno due punti che, qualora abbiano subìto un arresto, una fissazione, da soli possono essere sufficienti a ingombrare l’intera esistenza di un soggetto. Il primo è la primordiale soddisfazione libica che affonda le sue radici nello stadio dello specchio, il secondo, ad esso articolato, è quel primo tempo dell’Edipo in cui il bambino «si identifica specularmente con ciò che è l’oggetto del desiderio della madre»[3], il fallo immaginario, ovvero ciò che potrebbe piacere alla madre. Rinchiuso nel proprio godimento e imbrogliato dal miraggio del fallo immaginario, Narciso non si accorge della propria solitudine, non è toccato dall’angoscia che potrebbe provare di fronte alla mancanza dell’altro.
Se pensiamo alla relazione di coppia, ciò che attira l’interesse in questa citazione freudiana del 1914, tratta da Introduzione al narcisismo, sono le coordinate che rendono attraente il narcisismo di una persona: il fascino, la capacità attrattiva che risiederebbe nella sua aura di autosufficienza, e la sua disposizione a tener lontano da sé l’altro qualora costui non si adoperi a ingigantire il suo ego.
Oggigiorno, “narcisista” è diventata una definizione prêt-à-porter che troviamo un po’ ovunque nel discorso comune, utilizzata per designare una persona innamorata solo di sé tessa, poco empatica e manipolatoria quando tenta di tenere legato a sé solo chi può garantirle una certa ammirazione. Tale definizione evolve e si sviluppa nei manuali d’uso, che si possono reperire in rete, su come trattare l’altro narcisista. Tale trattamento prende talvolta la colorazione emotiva di una lamentela, una denuncia, rivolta in special modo ai partner in amore che presentano quei tratti.
Il reiterarsi di incontri e frequentazioni con persone così dette narcisiste, che occupano il posto nella dialettica con l’altro di turno per il soggetto, generano sofferenza, enunciati assertivi di condanna, che non portano necessariamente all’interruzione della ripetizione di tali incontri. Nell’ipotesi più interessante per la psicoanalisi, tale ripetizione può condurre a un interrogativo che fa domandare a sé stessi se non ci sia lo zampino di una propria implicazione. Che cosa un soggetto poterebbe quindi ricavarne sintomaticamente, ovvero soffrendone non poco, da una relazione con un partner narcisista?
Un partner autoreferenziale, tenendoci a distanza, mette tra parentesi anche quella domanda d’amore che scaturisce dalla faglia della propria mancanza a essere. Questo trova posto in una logica precisa, le cui articolazioni soggettive possono essere esplorate. Se il quesito appare generale la risposta non può che essere declinata nel particolare di ciascun soggetto, uno per uno. La chance di una risposta non può dunque che passare dall’interrogazione scaturita dall’angoscia come quel sentimento che si manifesta di fronte al desiderio dell’Altro. Rimanendo avvertiti, con Lacan, che nel rapporto tra i sessi: «Niente angoscia più l’uomo di una donna che desideri e niente angoscia di più una donna di un vero desiderio dell’uomo»[4].
Parole chiave: narcisista – innamoramento – solitudine
[1] Ovidio, Metamorfosi, Einaudi, Torino, 2015, p. 115.
[2] S. Freud, Introduzione al narcisismo, in Opere, vol. 7, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, p. 459.
[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio [1957-1958], Einaudi, Torino, 2004, p. 194.
[4] Cfr. J. Lacan, Il Seminario. Libro X, L’angoscia [1962-1963], Einaudi, Torino, 2007 (quarta di copertina).



